Quando il sole sanguina
di Matt Burns

Dezco stringeva in mano una ciocca di pelo del manto della sua defunta moglie, in attesa che il rituale iniziasse.

Il Santuario delle Due Lune incombeva alle sue spalle, buio e silenzioso nella notte. Anche la Terrazza Dorata, normalmente piena di vita, era tranquilla. Di questo, Dezco era grato: lui e la sua tribù degli Alba Nuova avevano la grande piattaforma di pietra tutta per loro, così da non essere disturbati.

Un refolo d'aria calda accarezzò la terrazza, facendo frusciare le piume bianche dei Falchi delle Pianure e i piccoli ciondoli di legno scuro che penzolavano dalle corna di Dezco, dai suoi polsi e dalla giubba di cuoio. Guardò i simboli cerimoniali che indossava, deluso: se fosse stato a casa sua a Mulgore, avrebbe indossato il completo rituale corretto, ma lì, nella lontana terra straniera di Pandaria, era stato costretto ad accontentarsi di quanto era riuscito a trovare.

Leza avrebbe capito, si disse. Non le sarebbe dispiaciuto.

Dezco allontanò le preoccupazioni e guardò fuori dalla terrazza, giù per le colline illuminate dal chiaro di luna, verso le macchie di bosco che ammantavano la Vallata dell'Eterna Primavera. Anche di notte, era un luogo magico.

"Un'opportunità di cambiamento," l'aveva definita Leza. "Una vallata piena di fiori dorati e di speranze di pace."

Per mesi, lei aveva sognato quella Vallata. Anche Dezco e gli altri Tauren avevano avuto delle visioni di quel luogo, ma quelle di Leza erano state più forti, più vivide. Senza di lei, la tribù non avrebbe mai potuto compiere il duro viaggio per trovare Pandaria e, una volta giunti lì, scoprire la Vallata nascosta nel cuore del continente.

La traversata era stata difficile. Violente tempeste avevano distrutto tre navi cariche di membri della tribù di Dezco. I suoi amici. La sua famiglia. Quando l'ultima nave rimasta era approdata sulle spiagge della densa giungla costiera di Pandaria, altre morti erano seguite. Il fatto che Leza fosse incinta aumentava l'angoscia di Dezco per la drammatica situazione. Poi, la moglie aveva contratto una febbre che, nonostante tutti gli sforzi della tribù, si era rivelata incurabile. Di fronte a tutto ciò, Leza era rimasta determinata e sicura, un faro di speranza, come ogni Campione del Sole si sforzava sempre di essere.

"È ancora notte," soleva dire, "ma l'alba è vicina. La sento, sta arrivando."

Quando finalmente era entrata in travaglio, lo sforzo si era rivelato troppo per il suo corpo malato. Era morta poche settimane prima che la tribù scoprisse la Vallata, ancora fermamente convinta che i disagi sarebbero presto finiti. Dezco ricordava quel triste giorno con dolorosa lucidità: l'ultimo grido tormentato di sua moglie, la febbre che le consumava la vita nelle vene, i suoi tentativi infruttuosi di salvarla dalla morte e, più tardi, il fumo e il fuoco che salivano dalla sua pira funebre...

"Il sole sta sanguinando!" gridò uno dei Tauren alle spalle di Dezco, riportandolo al presente.

Una luce bassa allontanò l'oscurità, colorando la Vallata con pennellate di viola e oro. Era l'istante appena prima dell'alba, quel momento fugace del giorno in cui An'she, il sole, restava nascosto, ma in qualche modo riusciva a inondare tutto il mondo con un barlume della sua luce.

"Portate i cuccioli." Dezco fece un cenno con la mano, tenendo lo sguardo fisso a est.

Nala, la cugina di Leza, si avvicinò in silenzio, tenendo due piccoli Tauren tra le braccia. Dalle loro minuscole corna pendevano piume cerimoniali e collane di perline. Il primo si chiamava Corno Cremisi e il secondo Zoccolo Leggero. Dezco consegnò a Nala la ciocca di pelo di sua moglie e poi prese tra le braccia gli ultimi doni che Leza gli aveva fatto.

"Iniziamo!" ordinò Dezco. Senza esitazione, i dodici Tauren seduti dietro di lui cominciarono a picchiare su piccoli tamburi di pelle tesa. Il ritmo era veloce, come il battito del cuore di un guerriero alla vigilia della battaglia.

Mentre Nala intrecciava la ciocca di pelo di Leza al manto di Dezco, egli strinse i suoi figli. "Guardate bene, piccoli," sussurrò. Erano troppo piccoli per capire quanto stava accadendo, ma era giusto che sapessero. Assonnati, sbadigliarono e guardarono lo spettacolo con gli occhi socchiusi.

"Ogni mattina, An'she sanguina," continuò Dezco. "Sacrifica parte della sua luce per farci sapere che l'alba sta giungendo. Ma non è solo, in questo sacrificio. Gli Yeena'e lo aiutano, vostra madre lo aiuta."

Il giorno precedente, per la prima volta dalla morte di Leza erano apparse in cielo le lune gemelle, segnalando così che lo spirito di Leza si era finalmente unito agli Yeena'e, "coloro che precedono l'alba". Ora era in buona compagnia, accanto a tutti i loro grandi antenati che erano morti per salvare altre vite o, come Leza, mentre generavano nuove vite.

I tamburi rallentarono e An'she spuntò dalle imponenti montagne della Vallata. La luce del sole brillò sui prati color miele, mentre le foglie dorate frusciavano nella brezza sugli alti alberi d'avorio. Dezco aveva visto l'alba molte volte in questa terra, ma ancora si stupiva di quanto fosse brillante la luce di An'she. Era come se il suo sguardo fissasse la Vallata, e tutte le terre si beassero del riflesso della sua luce.

La bellezza di quel luogo era in qualche modo crudele. Le cose sarebbero dovute diventare più facili, una volta che Dezco e la sua tribù avessero raggiunto la Vallata, ma non era stato così. La battaglia infuriava. La politica dell'Orda era diventata un fastidio quotidiano. Decine di profughi dalle terre a nord, devastate dalla guerra, si riversavano giorno e notte nel santuario, in cerca di cibo, riparo e di una tregua dal conflitto.

Inoltre, alcuni giorni prima i figli di Dezco erano stati male: piangevano e si rifiutavano di mangiare. Dezco e Nala aveva cercato di capire di quale malattia si trattasse, ma senza successo. Per grazia di An'she, Corno Cremisi e Zoccolo Leggero sembravano star bene quella mattina. Forse il rituale in qualche modo li aveva guariti, pensò Dezco.

"Guarda." Nala fece un passo avanti, indicando il fondo della Vallata.

Dezco guardò oltre la ringhiera della terrazza. Un gruppo di figure camminava lungo uno dei sentieri di pietre che portavano al santuario. Nella luce dell'alba, le loro ombre si allungavano verso la terra come braccia tese.

"Il Loto Dorato," disse Dezco, riconoscendo un membro del gruppo, diverso dagli altri: l'andatura di Mogumo il Forte era inconfondibile anche da lontano. Come tutti gli Hozen, aveva lunghe braccia muscolose che quasi toccavano terra quando camminava. Dezco non riuscì a riconoscere gli altri membri del Loto Dorato, ma fu comunque sorpreso che così tanti antichi custodi della Vallata venissero al santuario. Normalmente restavano nella Pagoda Dorata, il loro luogo d'incontro situato al centro della regione.

"Pensi che questo abbia a che fare con le voci che circolano?" chiese Nala con tono preoccupato.

"Non prestare mai fede alle dicerie," rispose Dezco. Le aveva sentite: storie di custodi della Vallata che s'incontravano di nascosto e si spostavano attraverso tutta la regione per qualche motivo sconosciuto. Come ambasciatore e mediatore tra il Loto Dorato e la gente di Dezco, Mogumo sarebbe stato in grado di spiegare che cosa stava succedendo, ma era stato lontano dal santuario per oltre una settimana. Comunque, Dezco non vedeva alcun motivo di preoccuparsi. Il Loto Dorato era un ordine misterioso, sì, ma era anche un alleato fidato.

"Lo so." Nala annuì lentamente. "Ma io sono preoccupata per i piccoli. Non siamo sicuri che siano davvero guariti. Dei visitatori potrebbero peggiorare la situazione." Accarezzò la guancia di Corno Cremisi. Da quando Leza era morta, sua cugina era diventata ferocemente protettiva con i piccoli, e Dezco si comportava allo stesso modo; così lontano da casa, i suoi figli erano l'unica famiglia che gli fosse rimasta.

"Portali dentro, finché il Loto Dorato è qui," disse Dezco, e poi aggiunse, "dopo la cerimonia."

Detto questo, si voltò di nuovo verso il sole che stava sorgendo. Voci forti e passi pesanti echeggiarono sulla terrazza: le persone più mattiniere cominciavano a riversarsi fuori dalle stanze sotterranee del santuario. I mercanti grugnivano mentre allestivano i loro banchetti traballanti. I profughi si ammassavano per condividere il cibo. Gli Orchi, gli Elfi del Sangue e gli altri membri dell'Orda che avevano seguito Dezco nella Vallata cominciarono ad affollare la piattaforma.

I tamburi s'interruppero quando An'she, in tutto il suo splendore, fu alto sopra le montagne.

Per un attimo, Dezco si sentì in pace. Forse quello sarebbe stato il giorno in cui i disagi sarebbero finalmente finiti, pensò con cauto ottimismo. Forse il momento di cui Leza parlava era finalmente arrivato.

***

Dezco ordinò di mandare altre guardie a pattugliare la terrazza e a mantenere l'ordine in vista dell'arrivo dei loro visitatori. Aveva vissuto nel santuario per settimane, in qualità di capo di fatto della città, e quasi ogni giorno aveva dovuto sedare le liti e le discussioni che scoppiavano tra i membri dell'Orda. Non erano tafferugli gravi, ma avrebbe preferito che i membri del Loto Dorato non vedessero quel posto immerso nel caos. Erano stati loro ad accogliere a braccia aperte Dezco e la sua gente in quella terra che il Loto Dorato custodiva da secoli. Era responsabilità del Tauren rendere onore a questa fiducia.

Dopo essersi cambiato d'abito e aver indossato un'armatura, Dezco chiamò a raccolta quattro guardie Alba Nuova e attese la delegazione del Loto Dorato nei pressi di una delle grandi scalinate che portavano alla terrazza. Due statue d'oro sovrastavano i gradini sui lati. Le figure mostruose avevano una smorfia feroce e puntavano le loro lunghe lance verso il basso, come per allontanare chiunque osasse salire la scala. Il sangue di Dezco ribolliva al solo guardarle.

Rappresentavano dei Mogu, una razza brutale che in passato aveva dominato sulla Vallata, sfruttando il proprio potere per costruire un impero d'odio e di tirannide assoluta. Dezco ne aveva combattuti alcuni: erano avversari potenti e spietati, privi d'onore. Fortunatamente, il loro impero era caduto ormai da molto tempo.

Ma le cose stavano cambiando. Un clan di Mogu, noto come Shao-Tien, era riuscito a infiltrarsi nella Vallata. Dezco aveva sentito numerose fonti riferire che il loro numero stava aumentando. Mentre aspettava sui gradini della scala, si chiese se la guerra tra gli Shao-Tien e il Loto Dorato fosse finalmente giunta a una svolta. Perché altrimenti tanti custodi della Vallata stavano recandosi al santuario?

La domanda indugiò nella sua testa finché non arrivarono i visitatori. Quando vide Zhi l'Armonioso tra i custodi, Dezco fu felice di essersi preso il tempo di sistemare la terrazza. C'erano poche persone a Pandaria che lui rispettava di più del saggio Pandaren a capo del Loto Dorato.

"Non abbiamo interrotto nulla, spero. Sentivamo il suono dei tamburi, mentre ci avvicinavamo," disse Zhi, mentre Dezco accompagnava lui e gli altri membri del Loto Dorato all'ombra dell'albero di buzao che cresceva proprio al centro della terrazza.

"Nient'affatto. Era una cerimonia rituale in onore di mia moglie, ma è terminata all'alba."

"Tua moglie, sì." Zhi annuì gravemente. "Tutti i Tauren onorano i morti allo stesso modo?"

"Alcuni. È un rituale antico. Era andato quasi perduto, dimenticato, prima che gli Alba Nuova lo riportassero in vita. La cerimonia rispecchia profondamente le nostre credenze."

"Interessante." Zhi s'accarezzò la barba grigia intrecciata. "Vorrei conoscere meglio il vostro ordine, vedo molte somiglianze tra esso e il Loto Dorato. Quando i disordini nella Vallata si saranno sedati, dovremo parlarne."

"Mi piacerebbe," disse Dezco, guardando anche gli altri membri del Loto Dorato lì vicino. Il Tauren aveva conosciuto alcuni di loro quando era arrivato nella Vallata, ma solo superficialmente. Un volto familiare era quello di Weng il Misericordioso, un Pandaren paffuto e amichevole che aveva messo radici nel santuario.

E poi c'era Mogumo. L'immenso Hozen indossava un'armatura fatta di robusti pezzi di legno e di ferro. Teneva i capelli raccolti in una breve coda di cavallo. Ciuffi di pelo grigio chiaro incorniciavano un volto lungo e glabro, decorato con marchi di color verde acqua. Mogumo si guardò intorno con fare furtivo e poi, come capitava a volte, sputò una serie d'incomprensibili parole nella sua lingua nativa.

"Non ci sono i piccoli?" chiese infine l'Hozen in una lingua che Dezco potesse comprendere.

"Purtroppo hanno bisogno di riposo. Sono in piedi dalle prime luci dell'alba."

"Capisco." La coda bianca di Mogumo si abbassò in segno di delusione.

"Forse più tardi." Dezco diede all'Hozen una pacca gentile sulla schiena, anche se in fondo era sollevato dal fatto che i suoi figli fossero all'interno del santuario con Nala. I sintomi della malattia erano tornati a mostrarsi, dopo la cerimonia degli Yeena'e, e Dezco era preoccupato. Inoltre, sentiva come se un disastro fosse imminente ogni volta che Mogumo si avvicinava ai suoi figli. Gli Hozen erano turbolenti, inclini alla spontaneità e ai dispetti. Sebbene Mogumo parlasse e si atteggiasse più come un Pandaren che come uno dei suoi simili, i cuccioli tiravano fuori la sua vera natura di Hozen.

"Il modo in cui Mogumo parla di loro... fa pensare che siano i suoi cuccioli," disse Zhi ridacchiando. "Anch'io però mi chiedevo dei piccoli. Stanno bene?"

"Be'..." cominciò il Tauren, poi si fermò. Non voleva far preoccupare Zhi con la notizia della malattia, almeno non finché non fosse stato sicuro della sua gravità. "Stanno crescendo rapidamente, com'è giusto che sia."

"Capisco." Zhi sembrò profondamente assorto per un momento. Scosse la testa come per schiarirsi le idee e poi guardò Dezco. "Meglio se ci rimettiamo al lavoro, vedo che sei piuttosto impegnato, e non voglio distrarti dai tuoi doveri più di quanto non abbia già fatto."

Zhi fece un cenno ai membri del Loto Dorato e loro si mossero. Alcuni corsero verso un gruppo di profughi vicino all'ingresso del santuario, altri aprirono le serrature di una grande cassa di legno che avevano portato con sé.

"Se posso aiutare in qualche modo, sono a disposizione," disse Dezco, sempre più curioso.

"Vorrei che ci fosse un modo per aiutarci, ma la verità è che siamo venuti qui per volere dei Celestiali."

Dezco cercò di nascondere il proprio stupore. I Celestiali li avevano mandati proprio lì? Zhi una volta gli aveva raccontato che quattro grandi spiriti vegliano su Pandaria da tempo immemore. Sono simili a divinità, aveva capito Dezco. Erano stati i Celestiali ad aprire la Vallata agli stranieri non molto tempo prima, nella convinzione che le persone come Dezco e i suoi Tauren avrebbero potuto aiutare il Loto Dorato a difendere la regione.

"Come sai," continuò Zhi, "la Vallata è grande, e noi del Loto Dorato siamo pochi. Ora, con l'invasione degli Shao-Tien, temo che le nostre fila si ridurranno ulteriormente. Siamo venuti qui a cercare nuovi membri."

"Ci sono membri dell'Orda che sarebbero onorati di unirsi a voi," disse Dezco.

"Ho paura che non sia così semplice come sembra. I Celestiali ci guidano in questo arduo compito, dicendoci esattamente chi dovremmo cercare... Finora, almeno. I grandi spiriti sono sconvolti, i loro messaggi sono diventati confusi. Recentemente, mi hanno comunicato che un custode di valore risiede qui, in questa Vallata. In passato, il nostro ordine ha dovuto sempre viaggiare in regioni lontane per trovare nuovi custodi. Poi, ecco che gli spiriti ci indirizzano qui: ora in questa terra risiedono molte creature straniere."

"Maestro Zhi!" gridò Weng dall'altra parte della terrazza. "Noi siamo pronti!"

Vicino a Weng era stato montato un gong d'argento, decorato con i simboli dei quattro Celestiali: Niuzao, lo Yak Nero; Yu'lon, la Serpe di Giada; Xuen, la Tigre Bianca; Chi-Ji, la Gru Rossa. Alcuni profughi Pandaren si erano riuniti di fronte al gong.

"Ancora un momento!" rispose Zhi, poi si voltò verso Dezco. "Dobbiamo fare solo una semplice prova. Sarà una cosa veloce. Tornerò da te più tardi."

"Io..." cominciò Dezco, ma Zhi se n'era già andato verso il gong. Il Tauren lo fissò, deluso. Aveva sperato che il Loto Dorato gli chiedesse qualcosa, un qualche tipo d'aiuto. L'Orda cooperava allo sforzo bellico, ma Dezco... lui si sentiva sempre più inutile. Trascorreva quasi tutto il suo tempo a fare la guardia al santuario.

Mogumo balzò verso Dezco non appena Zhi iniziò a rivolgersi ai profughi.

"Oh, spero che funzioni," disse l'Hozen, torcendosi le mani. "Siamo stati in ogni angolo della Vallata la settimana scorsa. Non riesco nemmeno a ricordare il numero di cuccioli su cui abbiamo effettuato la prova."

"Cuccioli?" chiese Dezco. Improvvisamente, si accorse che tutti i profughi in piedi vicino al gong avevano dei piccoli in braccio.

"I nostri membri vengono sempre scelti in giovane età. Quando ero solo un cucciolo, Zhi venne nel mio villaggio nella Foresta di Giada per donarmi una nuova vita. Ma abbiamo dovuto ricorrere a mezzi diversi per trovare altri membri. Tre giorni fa, abbiamo suonato il Grande Gong, che invia un messaggio a tutti i piccoli legati in qualche modo ai Celestiali. Be', almeno questo dicono le antiche scritture. È da molto che nessuno esegue questa prova."

"Tre giorni fa..." disse Dezco a se stesso. Cercò di ricordare quando Corno Cremisi e Zoccolo Leggero si fossero ammalati. Gli sembrava proprio tre giorni prima. O forse no? Non riusciva a ricordare con esattezza.

"Che cosa succede quando suonate il gong?" chiese a Mogumo.

"Non lo so. Nessuno lo sa, a dire il vero. Suppongo che il cucciolo in questione resterebbe colpito, come se avesse preso una malattia. L'obiettivo è scoprire quali piccoli abbiano un potenziale. Suonare il gong una seconda volta ha lo scopo di curare il cucciolo e, in tal modo, verificare che lui o lei sia il prescelto. A tutto questo dovrebbe seguire un qualche segnale da parte dei Celestiali."

Il cuore di Dezco accelerò e gocce di sudore gli imperlarono il muso. Una malattia...

Uno dei membri del Loto Dorato diede a Zhi un martello di ferro. L'anziano lo prese con entrambe le zampe e poi colpì il gong. Il disco d'argento vibrò e s'inclinò in avanti, ma non emise alcun suono. Almeno non un suono che Dezco o chiunque altro potesse sentire. Nessuna delle coppie Pandaren o dei loro cuccioli reagì. Nessun segnale dai Celestiali.

"Non è accaduto nulla." Dezco si sentì sollevato, pensando ai propri figli. E poi perché sarebbe dovuto accadere qualcosa proprio a loro? Il Loto Dorato era composto da membri di diverse razze originarie di Pandaria: Jinyu, Pandaren, Hozen e altri che erano legati a quelle terre da molte migliaia di anni. I suoi figli erano Tauren. Stranieri.

"Niente..." Mogumo abbassò la testa. Gli altri membri del Loto Dorato si guardarono intorno, come per cercare una spiegazione a quello che era successo. Zhi si rigirò il martello nelle zampe, sconsolato.

Dezco sentì una fitta di dolore per loro. I membri di quell'ordine avevano vissuto in pace per tanto tempo. Ora, avevano la guerra a due passi da casa. Ora, i Celestiali che li avevano guidati erano...

Si sentì qualcuno urlare tra la folla.

Il gong tremò violentemente. Alcune crepe si aprirono al centro del disco, come ragnatele. Il manufatto d'argento crollò sulla terrazza, spezzato. Una sfera blu e oro si librò nell'aria. Lentamente, si contorse e si trasformò nella forma di una gru gigante. La creatura allungò il collo in avanti e poi drizzò il piumaggio giallo, rosso e bianco del suo corpo.

"Chi-Ji," disse Zhi, rimanendo calmo. Lui e gli altri membri del Loto Dorato s'inchinarono all'unisono.

"La chiamata ha avuto risposta," disse l'immagine della Gru Rossa con la sua tonante voce eterea. Il Celestiale, alto oltre il doppio di Dezco, scrutò i cuccioli Pandaren, uno alla volta.

"Non qui," disse infine. La testa del Celestiale si rivolse verso la facciata del santuario che sporgeva dal fianco della montagna. Improvvisamente, entrò nell'immensa porta della città. La folla indugiò per un attimo e poi la seguì.

Dezco corse avanti, il pensiero rivolto a Corno Cremisi e Zoccolo Leggero. Passò attraverso i corridoi a volta del santuario, di corsa fino al Riposo Estivo. Sapeva che Nala avrebbe portato i suoi figli nella locanda nascosta sul lato orientale della fortezza.

Proprio lì dov'era andato Chi-Ji.

Con orrore di Dezco, la Gru Rossa era già lì, che incombeva su uno dei paraventi di legno e carta che dividevano gli spazi della locanda in "stanze". Nala era lì dentro, in piedi in atteggiamento difensivo davanti a due piccole culle.

"Tu non sei la madre," disse Chi-Ji, incuriosita.

Dezco passò accanto al Celestiale e appoggiò una mano su Nala per calmarla. Corno Cremisi e Zoccolo Leggero alzarono gli occhi dalle loro culle. Risero per la prima volta dopo giorni, protesi verso Chi-Ji.

"Ci dev'essere un errore." Dezco richiamò tutta la forza che aveva in corpo, per mantenere la voce calma.

"Tu sei il padre." Il Celestiale fissò su Dezco i suoi occhi, ardenti come soli gemelli... ardenti e implacabili. Il Tauren sentì lo sguardo della Gru Rossa frugare tra i suoi pensieri e i suoi ricordi. "La madre non c'è più. Morta di parto. Ma nella morte ha dato due vite."

Chi-Ji inclinò la testa. "Tu li hai chiamati Zoccolo Leggero e Corno Cremisi, ma questi non sono i loro veri nomi."

"Non sono i loro veri nomi?" Mogumo si fece largo fra i profughi e i membri del Loto Dorato e dell'Orda che si erano affollati intorno al paravento, ansiosi di vedere.

"No." Dezco guardò la Gru Rossa pieno di stupore. Corno Cremisi e Zoccolo Leggero erano i nomi che i piccoli avevano durante lo svezzamento, una rara tradizione che la sua tribù seguiva. Con il tempo, avrebbero acquisito il loro vero nome: uno di un vecchio e caro amico che era morto nella giungla costiera di Pandaria, e l'altro di un nuovo amico che aveva aiutato la sua tribù.

"Non avevo previsto due gemelli." Disse l'immagine di Chi-Ji rivolto a Zhi. "Solo uno servirà la Vallata."

"Capisco." Zhi annuì. L'espressione apparentemente calma dell'anziano si era sbriciolata: era rimasto scioccato. I suoi occhi incontrarono quelli di Dezco. "Cuccioli provenienti da tanto lontano... non me l'aspettavo, amico mio," disse il capo del Loto Dorato. "Mi è passato per la mente, certo, ma non ho mai pensato che fosse una possibilità reale."

"Sono i miei figli." Dezco faticava a dare un senso a quanto stava accadendo. Gli eventi si erano susseguiti troppo in fretta. "Quello che mi stai chiedendo è..."

"Di proteggere ciò per cui hai viaggiato così lontano" rispose la Gru Rossa. "Di onorare il sogno di tua moglie. Di sacrificarti per la Vallata, come lei ha fatto. È bene che siano due: uno servirà la Vallata, l'altro resterà con te. L'unica cosa che resta da fare è scegliere." Quindi, l'immagine di Chi-Ji cominciò a svanire nell'aria come fumo.

"Aspetta!" gridò Dezco.

Ma non ci fu alcuna risposta. La Gru Rossa era scomparsa e i membri del Loto Dorato applaudivano in festa. Dietro di loro, i profughi si facevano strada verso i cuccioli. Tutto si fece confuso. Nala spinse via un Pandaren che stava prendendo Corno Cremisi, mandandolo a sbattere contro il paravento.

Qualcuno diede una pacca sulla schiena a Dezco. Lui si girò di scatto, pronto a difendersi, e vide Mogumo sorridere. "Che giornata!" urlò l'Hozen al di sopra del frastuono della folla. "Che giornata gloriosa!"

***

Scegliere...

L'ordine di Chi-Ji perseguitò Dezco, seguendolo come uno spirito inquieto per ore. Quando il suo vagare senza meta lo portò fuori dalla Terrazza Dorata, An'she era da tempo scomparso oltre l'orizzonte occidentale.

Corno Cremisi e Zoccolo Leggero dormivano tranquillamente in due ceste che aveva costruito Dezco stesso dopo la loro nascita, una appoggiata alla sua schiena e una al suo petto. Le ceste erano collegate da un intreccio di corde che passava sulle spalle. Quell'attrezzatura era stata molto utile durante i viaggi attraverso Pandaria, perché gli aveva permesso di tenere vicini i suoi piccoli e di impugnare contemporaneamente lo scudo e la mazza. Quelle terre si erano rivelate piene di pericoli e lui non voleva perdere di vista i suoi figli, nemmeno per un istante.

Ora sono piuttosto inutili le mie armi..., pensò guardando la terrazza. A tarda notte, la piattaforma era quasi vuota. Alcuni Orchi si erano accovacciati sotto l'albero di buzao, ad affilare le loro lame alla luce di un'unica lanterna. Vicino all'ingresso del santuario, degli Elfi del Sangue nelle loro lunghe vesti discutevano animatamente delle proprietà magiche della Vallata. Normalmente, Dezco li avrebbe salutati, ma stasera passò oltre senza dire una parola.

"Un'occasione d'oro, se vuoi saperlo," sussurrò uno degli Orchi ai suoi compagni. "C'è un potere nella Vallata, no? Per questo siamo venuti. Be', anche l'Alleanza è qui per questo e quindi ora siamo entrambi sullo stesso piano. Ma se ci fosse un membro dell'Orda nel Loto..."

"Non essere stupido," rispose un altro. "Il cucciolo non sarà più uno di noi. L'Orda non significherebbe nulla per lui. Guarda Mogumo. Non si comporta come gli altri Hozen che abbiamo incontrato. Il Loto Dorato gli ha tolto la sua cultura. La sua identità."

Dezco camminava restando a portata d'orecchio della conversazione. Aveva ascoltato quelle discussioni un centinaio di volte. La giornata era trascorsa come un sogno; no, come un incubo. Ne ricordava solo alcuni frammenti: il Loro Dorato che si congratulava con lui e poi scompariva velocemente com'era comparso, le interminabili riunioni con gli altri membri dell'Orda per discutere di quanto era successo e il costante flusso di rifugiati che volevano vedere i suoi figli come se fossero reliquie sacre.

Era contento di essere rimasto finalmente solo. Raggiunto il limite della sua pazienza, aveva mandato via i consiglieri, compresa Nala. Sospirò, frustrato dal modo in cui la giornata era iniziata così bene solo per terminare in quella spirale di caos.

Dezco appoggiò la sua mazza di cristallo e lo scudo dentellato contro la ringhiera in legno lungo il bordo della terrazza. Di fronte, le luci dei fuochi da campo sparsi punteggiavano il terreno scuro. Cinque Fonti Sacre brillavano in lontananza con la loro luce blu spettrale. Mogumo gli aveva parlato spesso di quelle acque: erano la fonte del potere della Vallata, la sua linfa vitale. Forse Dezco e la sua gente erano stati portati qui per proteggerle o utilizzarle in qualche modo.

C'erano sei fonti in totale, ma una non era visibile ora, nascosta nelle profondità del Palazzo Mogu'shan. Riconobbe anche, la facciata della fortezza colossale, un tempo sede dell'Impero dei Mogu e scavata nelle montagne orientali della Vallata.

Aveva sempre ritenuto strano che il Loto Dorato non avesse abbattuto tutte le statue e gli edifici degli antichi dominatori assoluti della Vallata. Lasciarli intatti significava dare ai Mogu un motivo per tornare. Una volta aveva espresso questa perplessità a Mogumo, e lui aveva risposto: "I Mogu pensavano che la Vallata li dovesse servire. Il Loto Dorato pensa di dover servire la Vallata. Lasciamo le loro statue come monito contro l'arroganza e la vanità."

A quel tempo, Dezco era rimasto stupito da tanta saggezza, ma ora quelle parole gli sembravano vuote, una semplice scusa per non agire. Se i Celestiali erano così potenti, perché non spazzavano via gli invasori Mogu? Se la Vallata era davvero un'opportunità di speranza e di pace come aveva detto Leza, perché le energie di quella terra non aiutavano il Loto Dorato a concludere rapidamente la guerra?

Dezco fece un lungo e profondo respiro. Troppe domande. Troppe incertezze.

"È una bellissima serata, vero?" chiese una voce.

Il Tauren si voltò e vide Mogumo avvicinarsi lentamente.

"Sei tornato," disse Dezco in modo brusco. L'Hozen se n'era andato insieme agli altri membri del Loto Dorato, lasciando il Tauren solo a decifrare gli eventi della giornata. Mogumo sembrava non esserci mai, quando c'era bisogno di lui.

"Proprio ora." L'Hozen s'appoggiò al parapetto accanto a Dezco. "Zhi mi ha chiesto di accompagnarlo. Abbiamo incontrato alcuni membri dell'ordine di ritorno dalla battaglia. Gli Shao-Tien che entrano nella Vallata sono più di quanti ci aspettassimo. Sono contento che tu non fossi lì a guardare quei difensori. Erano così disperati... così spaventati."

"Mi dispiace." Dezco mise da parte la sua frustrazione al pensiero che i Mogu stessero vincendo.

"Ma quando abbiamo raccontato loro della Gru Rossa e dei tuoi cuccioli... sono cambiati! Un minuto prima, dolore. Un minuto dopo, gioia. Un minuto dopo ancora, disperazione. Ancora un minuto, speranza." Mogumo saltava su e giù sulle sue zampe corte e robuste.

"Sono piccoli," disse Dezco. "Non potrebbero fare la differenza in una guerra."

"Noi del Loto Dorato viviamo e moriamo per il domani. La Gru Rossa ci ha promesso un futuro. Non sarebbe venuta qui se non avesse creduto nella necessità di una nuova generazione di custodi." Mogumo estrasse una piccola scultura di legno della sua tunica e la posò sulla ringhiera di fronte a Dezco. "Ecco. Questa apparteneva a un membro dell'ordine che è stato ucciso ieri. Non riesco a pensare a un modo migliore per onorarlo, che donarla a te."

Dezco guardò l'oggetto: un'intricata scultura della Gru Rossa, con incisi strani caratteri in una lingua a lui sconosciuta, che salivano a spirale intorno al corpo di Chi-Ji, dalle zampe al becco. Era solo un pezzo di legno, ma lo innervosì.

"Le parole dicono, Il destino è come il vento, cambia sempre direzione. La vita è come una nuvola, scompare in un istante. La Vallata è come il cielo, eterno. È un vecchio motto nel nostro ordine. Ci ricorda che, anche nel momento peggiore, c'è sempre speranza. Che anche nella morte, la nostra lotta va avanti. Ho pensato ti sarebbe piaciuto. Parli spesso di tua moglie e dell'alba che prevedeva."

"Mogumo, tu lo sai che io vorrei essere d'aiuto, ma..." cominciò a dire, fermandosi quando vide la gioia dipinta sul viso dell'Hozen. Non sarebbe riuscito a infrangere il sogno di Mogumo, non era nemmeno sicuro che l'avrebbe capito. Per il Loto Dorato, non c'era alcun dubbio su cosa Dezco avrebbe scelto. Le loro aspettative erano chiare.

"Non c'è bisogno di parlarne ora," disse Mogumo. "Io non dovrei nemmeno essere qui. Zhi mi aveva detto di non parlarti finché non avessi avuto abbastanza tempo per pensare e per scegliere. Volevo solo darti il regalo. E ringraziarti." L'Hozen s'allontanò dalla ringhiera del terrazzo. "Meglio che vada, mi staranno cercando alla pagoda."

Mogumo corse giù dalle scale. Dezco prese la statuetta di legno di Chi-Ji. Scegliere, riecheggiò la voce del Celestiale nella sua testa. Ma scegliere cosa? Il Loto Dorato ora considerava i suoi figli come dei salvatori. Se si fosse rifiutato, restando nella Vallata, i suoi figli sarebbero diventati una sventura per la regione, il ricordo costante di un sogno infranto.

Dezco appoggiò di nuovo la scultura e tolse Zoccolo Leggero e Corno Cremisi dalle ceste. Li strinse tra le braccia e se li immaginò negli anni a venire, mentre apprendevano le vie degli Alba Nuova, mentre lo assistevano nei rituali in onore di An'she e della Madre Terra, mentre ascoltavano il racconto del coraggio di Leza di fronte alla morte.

"Leza..." sussurrò Dezco, desiderando che fosse lì, al suo fianco, per aiutarlo a superare quel momento, chiedendosi lei che cosa avrebbe fatto. Improvvisamente, si ricordò di una cosa che sua moglie aveva detto poco prima di morire: Amore mio... qualunque cosa accada... devi proteggere il nostro... il nostro cucciolo... Non sapeva che avrebbe dato alla luce due gemelli. Per Dezco, ciò aveva reso il suo ultimo desiderio ancora più vincolante.

E la scelta divenne chiara.

"Lo farò," disse, fissando i due piccoli.

"Nala!" gridò Dezco, voltandosi. Sapeva che era vicina, nascosta nell'ombra: anche se l'aveva mandata via, la conosceva troppo bene per non sapere che l'avrebbe seguito.

La cugina di Leza emerse da dietro l'albero di buzao. "Il Loto Dorato non capisce, vero?"

"Non è colpa loro."

"Che cosa dobbiamo fare?" chiese Nala avvicinandosi.

"Noi..." disse Dezco. "Tu sarai a capo del santuario."

"Cosa?" Nala lo guardò a bocca aperta, perplessa. "Per quanto tempo?"

Dezco diede un'ultima occhiata alla statua di Chi-Ji. "Per sempre."

***

Era quasi l'alba quando Dezco uscì dal santuario con Corno Cremisi e Zoccolo Leggero nelle loro ceste. L'addio a Nala era stato difficile, ma alla fine lei aveva capito. Era un'Alba Nuova, sapeva che per tutte le cose c'era una sola via possibile, una sola decisione giusta.

Quale via sarebbe potuta essere più giusta che mettere in salvo la famiglia? Tenere la famiglia unita?

Le preoccupazioni di Nala nascevano dal desiderio di accompagnare Dezco e badare ai piccoli, ma c'era bisogno di lei al santuario. Dezco non riusciva a immaginare nessun altro che avrebbe potuto impedire a quel posto di cadere a pezzi. Come Leza, Nala sapeva sempre quando essere ferma e quando essere flessibile. Era nata per comandare.

Oltre a ciò, Dezco voleva prendere il più possibile le distanze dai suoi compagni. Era una scelta sua, e sua soltanto. Non sapeva come avrebbe reagito il Loto Dorato o, cosa ancora più importante, la Gru Rossa. L'ultima cosa che voleva era mettere in pericolo l'Orda presente nella Vallata. Questa terra, nonostante gli ultimi avvenimenti, significava ancora qualcosa per il futuro della sua gente.

Dezco si vergognava a scappare da Mogumo di nascosto, ma non c'era nient'altro da fare. Un taglio netto, anche se doloroso, era la scelta migliore per il Tauren. Sarebbe stato più facile per i membri del Loto Dorato andare avanti con le loro vite.

Il Tauren avanzò velocemente nelle prime ore del mattino. Rimase lontano dalle strade principali, aprendosi una via attraverso le colline a nord. Secondo i suoi calcoli, prima di sera avrebbe raggiunto la Porta dei Venerabili Celestiali, che conduceva fuori dalla Vallata.

Verso mezzogiorno si fermò alla base di una piccola collina e appoggiò a terra le ceste con i piccoli. Tirò fuori una bisaccia di erbe e latte di yak che Nala gli aveva insegnato a preparare, assicurandogli che quella bevanda avrebbe mantenuto i suoi figli sani fino a quando non avesse raggiunto Mulgore e avesse trovato una femmina Tauren che li allattasse correttamente. Non l'aveva avvisato, però, di quanto i piccoli avrebbero odiato quella bevanda. Dopo un sorso, entrambi si misero a piangere, rifiutandosi di berne ancora.

"Non è così male," brontolò Dezco, e ne bevve un sorso. La bevanda, densa e insopportabilmente amara, lo fece tossire in maniera incontrollata. I pianti di Corno Cremisi e Zoccolo Leggero si trasformarono rapidamente in una risata.

"Non è saggio mancare di rispetto agli anziani, piccoli miei," ringhiò Dezco giocosamente.

Dezco stava per provare a farli bere di nuovo quando la terra iniziò a tremare. Tre carri trainati da yak, sovraccarichi di Pandaren, rotolarono giù dalla cima della collina. Gli yak sbuffavano e schiumavano saliva dalle bocche.

"Mogu!" urlò uno dei passeggeri quando il suo carro passò accanto a Dezco. "Alla porta!"

Impossibile. Dezco scattò i piedi, mise i suoi figli nelle ceste e lentamente salì la collina, con lo scudo sollevato. Quando fu in cima, un colpo di vento lo investì, portando odore di fumo e di battaglia.

In lontananza vide la Porta dei Venerabili Celestiali e incendi appiccati tutt'intorno. Un esercito di Shao-Tien dalla pelle blu scura sciamavano all'ingresso della Vallata. I membri del Loto Dorato si precipitavano con le loro corazze leggere contro i Mogu che avanzavano. Rombi di cannonate attraversavano la Vallata come un tuono. Un intero gruppo di difensori del Loto Dorato svanì in un torrente di fuoco e di sangue. I guerrieri dell'ordine sopravvissuti tentarono una precipitosa ritirata inseguiti dai Mogu, pronti a massacrare quanti restavano indietro.

Dezco imprecò sottovoce. Il percorso che aveva in mente era bloccato. Si voltò e scese dalla collina, valutando quali opzioni fossero rimaste. Il Tauren aveva sentito parlare di un'altra porta molto più a ovest, ma non era sicuro che fosse aperta. Forse però, avrebbe trovato un modo di uscire... magari attraverso un passo di montagna o un tunnel segreto noto solo alla gente del posto.

Di una cosa sola era certo: non poteva tornare al santuario. Non faceva parte di quel luogo, non più, non dopo la scelta che aveva fatto. Tieni fede alla tua scelta, sii forte, si disse.

Uno dei profughi lo aspettava alla base della collina. Era un Pandaren vecchio con una lunga barba sottile. "Non c'è nulla per te tranne la morte, laggiù," disse.

"Così sembra. Dove siete diretti?" chiese Dezco.

"Calanebbia. Molti di noi sono stati separati dalle proprie famiglie e abbiamo sentito dire che alcuni Pandaren si trovano lì. Io sto cercando i miei nipoti. Tu invece? Dove sei diretto?"

Dezco ripensò a quel poco che sapeva del villaggio di Calanebbia. Era un piccolo campo profughi, nascosto nei pressi del lato sud-occidentale della Vallata. Da lì, Dezco avrebbe potuto avere notizie dell'altra porta. E se anche quella direzione si fosse rivelata bloccata, almeno il viaggio lo avrebbe portato lontano dal santuario. Forse anche abbastanza a lungo perché il Loto Dorato sconfiggesse quegli Shao-Tien e riprendesse il controllo della Porta dei Venerabili Celestiali.

Se avessero avuto la forza di riuscirci, pensò cupamente.

"A Calanebbia," disse Dezco.

***

Dezco e i profughi attraversarono la metà orientale della Vallata, mettendo tra loro e i Mogu i monoliti gemelli che svettavano al centro della regione. La presenza di Pandaren feriti e anziani rallentava molto il viaggio, ma a Dezco non importava. Si godeva il tempo con i figli, restando in disparte quasi tutto il tempo. La sua unica vera paura era d'incrociare i membri del Loto Dorato, ma per il momento non ve n'era traccia.

Appena prima del tramonto del secondo giorno, la carovana giunse al margine meridionale della Vallata, dov'era il passo che li avrebbe portati al villaggio di Calanebbia. Le Fonti Sacre brillavano alla luce del sole in ogni direzione. Così vicino alle acque, l'aria sembrava carica di uno strano potere, quasi tangibile. Dezco stava ammirando le fonti lontane, quando la carovana d'improvviso s'arrestò.

"C'è qualcosa là davanti!" si sentì gridare dalla testa della colonna di profughi.

Dal fondo della carovana Dezco avanzò, facendosi largo in mezzo agli altri viaggiatori, lottando contro la stanchezza. Aveva dormito poco durante il viaggio. I rifugiati avevano tanta buona volontà ma pochissimo addestramento militare, e il Tauren non si fidava abbastanza di loro da lasciare i figli incustoditi, anche solo per poche ore, durante la notte.

Un gruppo di profughi si era radunato vicino al primo carro e stava discutendo animatamente. In lontananza, Dezco vide un grande falò bruciare nei pressi dell'apertura del passo, bloccando di fatto il percorso.

"Qualche idea su chi possa essere?" chiese ai Pandaren.

"Abbiamo mandato qualcuno a guardare," rispose un giovane profugo vestito in abiti cenciosi. Poi aggiunse, agitando la zampa verso gli altri in piedi lì accanto: "Alcuni di loro pensano che siano Mogu. Ma non avrebbero acceso un fuoco tanto allo scoperto."

"Quando sei diventato un esperto di Mogu?" gli chiese un altro Pandaren. "Ho sentito dire che gruppi d'assalto degli Shao-Tien sono in agguato in tutta la Vallata: uccidono tutti quelli che trovano e poi spariscono come fantasmi. Quel fuoco potrebbe essere una trappola per attirarci vicino."

Un silenzio imbarazzato scese sul gruppo. La coda di Dezco si muoveva nervosa da una parte all'altra, mentre cercava di gestire l'ansia, dicendo a se stesso che nessun Mogu avrebbe potuto addentrarsi nella Vallata fino a quel punto.

L'esploratore tornò poco dopo, facendo dei cenni alla carovana. "È sicuro!"

I Pandaren vicino a Dezco tirarono un sospiro di sollievo, ma rimasero prudenti.

"Altri profughi?" gridarono verso l'esploratore ancora lontano. Oltre ai Mogu, c'era un altro nemico che li impensieriva: i membri dell'Alleanza. Rivali dell'Orda da sempre, avevano stabilito un'ambasciata in una fortezza simile al Santuario delle Due Lune proprio in quell'angolo della Vallata. Dezco aveva fatto un patto con il principe Anduin Wrynn, un giovane umano che, come lui, non desiderava ci fosse alcun conflitto. E, proprio come il Tauren, era giunto nella Vallata guidato da una promessa di speranza e di pace. Eppure, il Tauren ancora non sapeva quanto sarebbe stato pesante quel loro legame: nell'Alleanza c'erano tanti fanatici guerrafondai quanti ce n'erano nell'Orda.

"No," rispose l'esploratore. Da lontano Dezco poté vederlo sorridere. "È il Loto Dorato!"

***

"Sedetevi! Mangiate! Riposatevi!" gridava Mogumo con le braccia alzate.

Un grande fuoco crepitava alle spalle dell'Hozen e dai calderoni di ferro salivano riccioli di vapore. Lì accanto il Misericordioso Weng prendeva il riso bollito e lo versava in ciotole di legno, su cui vi erano incise le immagini dei quattro Celestiali. Un Pandaren che Dezco non aveva mai incontrato prima estraeva delle tazze dalle borse da viaggio in cuoio. Era enorme, le sue dimensioni facevano impallidire anche il Tauren, e indossava massicci pezzi d'armatura scura. A parte un ciuffo di peli marroni e la barba, la sua pelliccia era di un bianco candido.

I profughi passavano accanto a Dezco e correvano verso il fuoco, affamati ed esausti. Anche lo stomaco del Tauren gorgogliò, quando il vento gli portò l'odore salato del cibo caldo, ma rimase dov'era. La presenza del Loto Dorato l'aveva innervosito: evidentemente avevano saputo della sua scelta. L'unica cosa onorevole da fare sarebbe stata lasciarlo andare per la sua strada, e imparare a convivere con le conseguenze della sua decisione.

Invece, lo avevano seguito.

"Dezco!" lo salutò Mogumo agitando una mano. "Vieni! Starai morendo di fame!"

Dezco mosse le orecchie e sbuffò, infastidito dal tono disinvolto. Mogumo parlava come se l'incontro con il Tauren nel bel mezzo della Vallata non fosse una sorpresa per nessuno.

Senza rispondere, il Tauren indietreggiò di qualche passo e si scelse un posto libero per terra. In poco tempo si accese un proprio fuoco che brillava e scoppiettava nella notte. Prese Corno Cremisi e Zoccolo Leggero dalle ceste e cominciò a sfamarli con la miscela di latte di yak. Le poppate erano diventate più facili, i cuccioli avevano finito col trovare quella bevanda piacevole.

I piccoli avevano appena finito di bere, quando Mogumo si avvicinò al fuoco di Dezco. "Sarei venuto prima, ma i profughi avevano molta fame," disse l'Hozen. "Grazie ai Celestiali, tu e i tuoi cuccioli state bene. Eravamo preoccupati." Si accovacciò e fece un largo sorriso ai due gemelli, che gli risposero ridendo e tirandogli i lunghi ciuffi di pelliccia bianca sulle guance.

"Ti ricordi di Weng." Mogumo fece un cenno in direzione dei suoi due compagni, che si mescolavano con i profughi. "E quello grosso è Rook. Non è mai stato molto bravo nelle formalità, ma è leale e fedele. Un amico gentile e un nemico feroce. Penso che ti piacerebbe. Perché non ti unisci a noi? C'è un sacco di spazio nel nostro..."

"Mi stavate seguendo," disse Dezco.

"Be', non esattamente," rispose Mogumo. "Ti abbiamo anticipato, a dire il vero. Con la Porta dei Venerabili Celestiali chiusa, non ci sono poi così tanti posti nella Vallata in cui andare."

"Ho fatto la mia scelta, Mogumo," disse Dezco con voce ferma. "È stato sbagliato da parte mia non dirtelo di persona, e di questo mi scuso. Ma seguirmi non cambierà nulla. I miei figli appartengono a Mulgore. Entrambi, insieme. Questa è una mia decisione," aggiunse. " Gli altri al santuario non hanno nulla a che fare con tutto questo."

"Sì, Nala me l'ha detto. Ho incontrato Zhi, e mi ha detto che eri libero di andartene, se era ciò che volevi."

Dezco non seppe come reagire, si era aspettato un qualche tipo di resistenza. "Ma se proprio l'altro giorno mi hai parlato di quanto siano importanti i miei figli per il futuro del tuo ordine," disse il Tauren.

"E ne ero felice, come lo erano tutti al Loto Dorato. Ma non ero io che dovevo scegliere, giusto? Sei tu."

"Allora perché sei qui?"

"I tuoi figli sono stati scelti: sono legati a Chi-Ji e quindi alla Vallata stessa. Il Loto Dorato ha giurato di proteggere questa terra per sempre. Finché i tuoi piccoli non la lasceranno, noi veglieremo su di loro. Ma perché tu voglia andartene, è oltre la mia comprensione. Avevo pensato che tu fossi qui perché questa era la meta del tuo lungo viaggio."

"È... Era così." Dezco abbassò la testa. "Se Chi-Ji mi avesse chiesto di marciare contro i Mogu da solo, sarei stato onorato di esaudire la sua richiesta senza pensarci due volte. Avrei fatto qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, tranne questa..." Alzò lo sguardo verso Mogumo. "Non è per questo che sono venuto qui."

"Come fai a saperlo?"

"Non lo è," ribadì Dezco, sentendo la rabbia crescere. E capì cosa stava accadendo: Mogumo stava cercando di convincerlo. Zhi probabilmente aveva inviato l'Hozen e gli altri per tentare di convincerlo a restare nella Vallata.

"Ho già perso troppe cose," proseguì il Tauren. "Non sono venuto fin qui per perdere tutto. Alla mia tribù è stata promessa la pace, la speranza. Noi... Io non ho trovato nulla di tutto ciò." Il Tauren fece un profondo respiro per calmarsi. Senza nemmeno rendersene conto, aveva battuto gli zoccoli sul terreno. Weng, Rook e i profughi accanto al fuoco lo fissavano in silenzio.

Mogumo rimase impassibile. "Le aspettative sono pericolose." Attizzò il fuoco con un bastoncino. "Io mi aspettavo molto quando sono entrato a far parte del Loto Dorato. Ma col passare degli anni ho cominciato a odiare questo posto. Tutto era così strano e confuso. Volevo solo tornarmene a casa. Così, un giorno ho deciso di farlo, ma mentre cercavo di sgattaiolare fuori dalla Vallata... Zhi mi ha preso. Però non mi ha sgridato. Mi capiva. Tanto da promettermi di venire con me a trovare la mia famiglia. È raro che un membro del Loto Dorato esca dalla Vallata, se non per un impegno ufficiale. Quindi mi stava facendo un grande onore.

Quando arrivò il giorno promesso, viaggiammo insieme verso il mio paese, tra le colline nebbiose della Foresta di Giada. Ero spaventato ed eccitato allo stesso tempo: non vedevo la mia famiglia da anni." Mogumo slegò una piccola fascia verde acqua dalla sua coda di cavallo e la mostrò a Dezco. Non c'era molto da vedere, in realtà: un semplice pezzo di cuoio, invecchiato e consunto dal tempo. "Questo era di mia madre. L'abbiamo trovato tra le rovine della vecchia capanna della mia famiglia. L'intero villaggio era stato distrutto. Erano morti tutti. Gli Hozen fanno spesso la guerra, come vedi."

"Mi dispiace," disse Dezco, vergognandosi del suo sfogo di poco prima.

"Perché? Se non fossi stato scelto, non sarei vivo oggi. Nessuno può sapere dove la vita lo porterà. Meglio non forzare le cose che vanno al di là del nostro controllo. Nel momento in cui dimentichiamo le nostre aspettative, allora siamo veramente liberi. Tutto quello che noi possiamo fare è servire la Vallata e sapere che, ovunque andremo, avremo vissuto la nostra vita per qualcosa di più grande di noi. E questo ci basta."

Mogumo si alzò e si tolse la polvere dalle vesti. "Torna al santuario. È tutto quello che ti chiedo. Perché mettere in pericolo i tuoi piccoli? Nessun posto nella Vallata è sicuro al momento. Nessuno."

Dezco fece un respiro profondo e fissò le fiamme, vibranti e mutevoli. Continuavano a muoversi, senza sosta, imprevedibili come tutte le altre cose di Pandaria. L'unica costante era lui stesso, le sue scelte. Aveva viaggiato attraverso la giungla sulla costa, sulle montagne del nord e in diverse altre regioni insieme ai suoi figli. Aveva affrontato nemici brutali come i Mogu, in agguato in ogni buio recesso del continente. Per tutto quel tempo, era riuscito a proteggerli.

Il santuario non era una fortezza inespugnabile. In realtà, una parte di Dezco sospettava che il Loto Dorato lo volesse lì solo per poter avere la meglio su di lui, per metterlo con le spalle al muro, intrappolarlo.

Dezco scosse la testa. "Hai ragione, questa terra è pericolosa, ma l'unico posto sicuro per i miei figli è al mio fianco. È lì che resteranno. Se volete seguirci, siete liberi di farlo, ma la nostra destinazione è Calanebbia."

***

Era ancora buio quando Dezco si svegliò di soprassalto.

Si sollevò sui gomiti, irritato per essersi addormentato. Aveva programmato di stare di guardia per tutta la notte, ma la stanchezza per il lungo viaggio alla fine aveva preso il sopravvento.

Lì accanto gli yak sbuffavano e battevano gli zoccoli per terra, spaventati.

Il pensiero di Dezco volò a Corno Cremisi e Zoccolo Leggero. Erano al sicuro, profondamente addormentati sulle coperte vicino al fuoco. Mise con cura i figli nelle ceste e poi se le fissò sulle spalle.

Vicino all'altro fuoco, alcuni dei profughi si stavano lentamente risvegliando, stropicciandosi gli occhi stanchi. Mogumo, Weng e Rook erano immobili accanto alle fiamme e scrutavano nel buio.

"Cosa c'è?" chiede Dezco unendosi a loro.

Mogumo si mise il dito davanti alla bocca in un gesto di silenzio. "Rook vede qualcosa," sussurrò.

Rook emise un ringhio profondo. La sua zampa era stretta intorno a una mazza di ferro gigante decorata con aculei terrificanti. "A Rook non piacciono quelle rocce," mormorò il Pandaren bianco.

"Perché non ti piacciono?" chiese Weng.

"Non stanno ferme." Rook digrignò i denti. "Rocce cattive. Rocce stupide."

Dezco diede le spalle al fuoco, in modo da veder meglio le ombre al buio. Lentamente, riuscì a distinguere i dettagli del paesaggio: un ripido pendio, un lato del passo di montagna che stavano per attraversare, massi di varie dimensioni sparsi sulle colline. Ma niente sembrava fuori posto. Era solo un...

Qualcosa si mosse lungo il pendio. Fu solo per un istante, ma Dezco lo vide.

"Weng," disse Mogumo. "Sveglia i profughi. Con calma. E lega gli yak ai carri."

Weng annuì e corse via.

Dezco teneva gli occhi fissi sulla montagna, senza sapere se quello che aveva visto fosse reale o fosse solo frutto della sua immaginazione. Poi lo rivide, quel movimento. E questa volta non si fermò subito.

"Corri." Mogumo era rivolto a Dezco. "Corri!"

Dieci massi giganti cominciarono a rotolare giù per il pendio, come una frana.

No, non stavano rotolando, pensò Dezco: stavano correndo.

Rook alzò le braccia e gridò non appena i massi saltarono giù dal fianco della montagna e divennero visibili, alla luce del fuoco, i dettagli dei loro robusti corpi da cane e dei volti ringhianti.

"Quilen." Dezco trattenne il respiro.

Le bestie corsero verso il fuoco, con la pelle di granito che ondeggiava in modo innaturale. Erano i cani dei Mogu, crudeli esseri di pietra vivente, come molti dei loro padroni.

Gli yak s'imbizzarrirono, sollevandosi sulle zampe posteriori, e solo due di loro erano stati legati ai carri. Weng li teneva per le redini, per impedir loro di scappare. I profughi correvano verso il fuoco per accendere ceppi di legno da utilizzare come torce. Corno Cremisi e Zoccolo Leggero piangevano spaventati.

Invece di attaccarli, i Quilen si disposero in un ampio semicerchio intorno al bivacco, creando una barriera tra i profughi e la valle a nord, ma lasciando il passo di montagna accessibile.

"La strada verso Calanebbia è libera!" gridò Weng. "Andate tutti a..."

"Fermi!" urlò Dezco, consapevole di quanto stesse accadendo. "È proprio quello che vorrebbero, che corriamo dentro il passo."

"Ha ragione." Mogumo balzò al fianco di Dezco, col respiro affannato. I Quilen digrignarono i denti e si avvicinarono al fuoco, ma ancora non attaccavano. "Dobbiamo spostarci a nord, di nuovo verso il centro della Vallata."

"Rook, facci strada." Il Pandaren bianco sollevò il carro ancora sganciato sopra la testa, con le braccia grandi come un tronco d'albero che tremavano per lo sforzo. Con un rombo assordante gettò il carro davanti a sé, facendolo atterrare al centro della linea dei Quilen, costringendo gli animali a scartare a sinistra e a destra.

"Adesso!" Dezco agitò la mano.

I profughi avanzarono. I Quilen erano chiusi da tutti i lati. Rook ne colpì uno a metà di un salto con la sua mazza. Altri quattro caricarono Dezco. Lui disse una preghiera ad An'she, e l'aria fredda intorno a lui s'infiammò di potenza, calda e luminosa come se la notte si fosse trasformata in giorno.

Si slacciò lo scudo dall'avambraccio e scagliò la lastra di ferro dentellata contro i Quilen. Lampeggiando, lo scudo tagliò l'aria e colpì la prima bestia, dritto sulla testa. La forza del lancio mandò a sbattere la creatura contro uno dei suoi fratelli, dividendolo a metà.

Le due bestie rimanenti proseguirono indenni. Mogumo usò le sue lunghe braccia per raggiungerle, colpendo un Quilen con il piede. Dezco ebbe giusto il tempo di voltarsi su un lato e coprirsi il petto con il braccio libero, per proteggere Zoccolo Leggero, e poi l'altro cane si schiantò su di lui.

Qualcosa si strappò. Dezco sentì il peso sulle spalle alleggerirsi. Il Quilen aveva tagliato la corda che teneva le ceste.

Il Tauren afferrò la cesta con Zoccolo Leggero prima che cadesse. Si girò di scatto con la mazza alzata, ma vide il Quilen correre via verso il valico: stava trascinandosi dietro l'altra cesta, dentro cui Corno Cremisi piangeva disperato.

Il Tauren scattò verso il proprio figlio in lacrime, con gli zoccoli che scavavano profondi solchi nel terreno. Mogumo gli corse accanto e gli tirò un braccio con abbastanza forza da farlo fermare.

"Lo inseguo io," disse l'Hozen. "Prendi Zoccolo Leggero e scappa con i profughi."

"Non lascerò Corno Cremisi!" urlò Dezco strappando il braccio dalla presa di Mogumo.

"Allora dammi Zoccolo Leggero, lo porterò io in salvo," lo supplicò l'Hozen.

Dezco indugiò, lacerato dall'indecisione. I profughi stavano ritirandosi in modo confuso, inseguiti da vicino dai Quilen. Due delle bestie avevano buttato a terra Rook, che li colpiva freneticamente con le sue enormi zampe.

"In salvo dove?" gridò il Tauren. "Ti ho detto prima che..."

Si sentì un urlo agghiacciante provenire dal valico.

Dezco spinse Mogumo da parte e corse verso il suono, tenendo stretta sotto il braccio la cesta con Zoccolo Leggero. Sussurrò una preghiera per An'she e intorno alla cesta comparve uno scudo protettivo di luce, così da tenerla al sicuro dalla battaglia imminente.

Il Tauren sapeva che Mogumo lo stava seguendo lungo la strada verso il valico buio, ma la sua attenzione era tutta concentrata sulle grida lontane di Corno Cremisi. La luce di un fuoco guizzava in lontananza, riverberando con il suo bagliore arancione opaco sui fianchi delle montagne. Seguì la luce, con il sangue che gli rimbombava nelle orecchie.

Appena entrato nel valico, Dezco trovò il suo cucciolo.

Corno Cremisi penzolava dal massiccio pugno cesellato di uno Shao-Tien. A parte un kilt di cuoio lavorato, il muscoloso bruto non indossava alcuna armatura. La pelle blu scura, dura come la roccia, brillava alla luce della torcia che teneva nell'altra mano. Il Quilen gli stava accanto, insieme ad altri due Shao-Tien vestiti d'armature pesanti e armati di lance dalla lunga lama.

I Mogu non dissero nulla, e di certo Dezco non s'aspettava lo facessero. Non erano una razza con cui si potesse discutere. Le loro azioni sfidavano la logica dell'onore che le persone oneste rispettavano. Si limitarono a guardare Dezco, accigliati. Lo Shao-Tien capo lanciò Corno Cremisi in aria, sfidando il Tauren ad avvicinarsi.

Il Tauren accettò la sfida.

"Dezco!" gli gridò Mogumo dall'imboccatura del passo, ma il Tauren lo ignorò. Gli unici suoni che sentiva erano le grida di Corno Cremisi e di Zoccolo Leggero, e la voce lontana di sua moglie che lo implorava.

Amore mio... qualunque cosa accada... devi proteggere il nostro... il nostro cucciolo...

I Mogu corazzati e il Quilen si lanciarono in avanti. Dezco colpì il cane con la sua mazza, mandandone in frantumi la testa. Dal colpo si sprigionò un'ondata di luce che travolse uno degli Shao-Tien. Il Mogu cercò di schivarla, ma non si mosse abbastanza velocemente: metà del suo corpo, travolto dalla luce di An'she, si sbriciolò in polvere.

Più avanti, il capo dei Mogu indietreggiò, riparandosi gli occhi dalla luce. Scosse la testa, gettò la torcia a terra ed estrasse una lama dal suo kilt. Lunghi viticci d'oscura energia cremisi si contorcevano sull'arma, avvolgendosi intorno all'acciaio.

Dezco terrorizzato vide lo Shao-Tien che alzava il braccio, preparandosi a colpire Corno Cremisi.

La torcia di spense e l'oscurità avvolse il passaggio. Un'ombra si mosse più avanti: era Mogumo, che saltava. L'ultimo Mogu corazzato balzò di fronte a Dezco, bloccandogli la visuale. Lo Shao-Tien fece roteare la sua lancia e poi la lanciò contro il Tauren. Dezco riuscì a schivare la pesante lama, ma il manico in legno dell'arma gli colpì il polso, facendogli cadere di mano la mazza. Il Mogu quindi si avventò su Dezco, cercando di farlo cadere. Dezco resistette e le loro teste sbatterono una contro l'altra.

Il Mogu si spostò di lato, stordito, mentre Dezco cadde in ginocchio, accecato dal sangue che gli colava dalla fronte sugli occhi.

Aveva bisogno di un'arma, un'arma qualsiasi, e la cercò a tastoni intorno a sé. La sua mano trovò il Quilen morto.

Dezco afferrò una delle zampe posteriori della bestia e si alzò, gettandosi in avanti con tutto il suo peso, roteando quell'arma improvvisata. Ogni muscolo del suo corpo si tese, duro come l'acciaio. Il passo di montagna divenne d'improvviso silenzioso. Il pianto s'era interrotto.

"Corno Cremisi!" ruggì Dezco mentre infilava la zampa del Quilen nel petto del Mogu corazzato, con un colpo secco. Il bruto volò indietro e si schiantò a terra, immobile.

Dezco si precipitò verso le ombre che si muovevano più avanti. Sentì la cesta di Zoccolo Leggero sotto il braccio sinistro, al sicuro. Il Tauren si graffiò gli occhi fino a toglierne tutto il sangue, per riacquistare la vista. Mogumo era in ginocchio. Il capo dei Mogu gli giaceva accanto, con la sua stessa lama conficcata nella testa di pietra.

"Dov'è?" gli chiese Dezco.

"Qui." La voce di Mogumo era ruvida e bagnata. Aveva una ferita profonda al collo e perdeva sangue. Allungò le mani: ecco Corno Cremisi. Gli occhi del cucciolo erano chiusi. Era coperto di sangue, anche suo.

Prima di raggiungere suo figlio, Dezco implorò An'she di ricucire le sue ferite. Una brillante luce gialla avvolse il cucciolo, ma quando si dissolse, Corno Cremisi ancora non apriva gli occhi.

"No..." Dezco digrignò i denti per la rabbia. Era tutto inutile. Proprio come quando Leza era morta. Aveva fatto di tutto per salvarla, per trattenerla in vita. Ma non aveva funzionato, nulla aveva funzionato.

"La lama del Mogu l'ha colpito," disse con voce rauca Mogumo. "Era un'arma avvelenata. È troppo forte perché tu possa curare le ferite che ha inferto... anche a me. Ma rimane la speranza." Mogumo afferrò debolmente la mano di Dezco e la portò al petto di Corno Cremisi. Si sentiva un battito cardiaco. Era debole e lento, ma c'era. "Il cucciolo è vivo."

"Non posso aiutarlo..." Dezco batté il pugno per terra per la frustrazione.

"C'è un altro modo." Mogumo si alzò lentamente. Barcollò per un attimo, quasi cadendo. "Le Fonti Sacre. Finché c'è ancora vita nel cucciolo, le acque della Vallata possono..."

La sua voce si spense, e i suoi occhi si spalancarono. "Zoccolo Leggero," disse l'Hozen.

Dezco guardò dove aveva nascosto suo figlio, al sicuro tra le sue braccia.

"È...?" Lacrime riempirono gli occhi di Mogumo. "Oh no..."

La cesta che circondava il piccolo era sfasciata. Zoccolo Leggero era aggrappato al braccio di Dezco, il suo corpicino spezzato, schiacciato. Il Tauren cadde in ginocchio e allentò la presa, mettendosi il cucciolo in grembo. Rimase immobile, con il piccolo tra le mani, quando un pensiero lucido gli attraversò il cuore come una lama.

Tutta la sua attenzione era stata per Corno Cremisi: non si era nemmeno accorto che Zoccolo Leggero fosse morto.

***

"Da questa parte!" gridò Mogumo. In qualche modo, l'Hozen aveva trovato l'energia per muoversi, nonostante le gravi ferite. Agitò freneticamente la torcia del Mogu nell'aria, facendo cenno a Dezco di avanzare. Il Tauren lo seguiva, tenendo con cura Corno Cremisi con un braccio e il cadavere di Zoccolo Leggero con l'altro.

Dietro l'Hozen brillava l'acqua di una grande fonte. Dalle pietre piatte che circondavano l'acqua sacra si alzavano archi di rami di legno intrecciati. Era la Fonte Sacra più a sud nella Vallata, non lontana dal passo in cui avevano combattuto.

Dezco faticava a tenere il passo di Mogumo. Per la centesima volta, la sua mente tornò alla battaglia. Ricostruiva gli eventi, la loro successione, cercando di individuare il momento in cui Zoccolo Leggero era morto. Quand'era successo? Quando il Mogu si era schiantato su di lui, quasi uccidendolo? O l'aveva fatto lui stesso?

Era stato lui a schiacciarlo?

Il Tauren cadde a terra, colto dalle vertigini. "Per An'she, sono stato io," disse. "So di essere stato io."

"Alzati!" Mogumo colpì Dezco sulla testa con la parte inferiore della torcia, risvegliando il Tauren dal suo stordimento. Dezco si guardò intorno finché i suoi occhi non si posarono sull'Hozen ricoperto di sangue.

"Se n'è andato. Come, non lo saprai mai," gli disse Mogumo. "Tutto ciò che conta adesso è Corno Cremisi."

Dezco si alzò barcollando e seguì Mogumo fino al bordo della Fonte Sacra.

"I Mogu una volta utilizzavano queste acque per scopi malvagi, ma possono anche avere effetti benefici," disse l'Hozen. "Ognuna di queste fonti rappresenta un'emozione diversa. Il coraggio... la pace..." Mogumo entrò nella fonte con una smorfia. Il sangue della sua ferita sporcò l'acqua. "Questa è la fonte della speranza."

"Cosa... cosa devo fare?" chiese il Tauren. Un banco di pesci, illuminato dalle energie della fonte, fuggì dalla sua figura incombente.

"Dammi Corno Cremisi."

Dezco gli consegnò suo figlio senza più alcuna esitazione. Non c'era altro che potesse fare. Niente. Solo guardare Mogumo che, con cura e amore, immergeva Corno Cremisi nell'acqua fino al collo.

La scena lo colpì: il modo in cui Mogumo teneva suo figlio come se fosse il proprio e quanto avesse rischiato per dare una pur minima possibilità di vita a Corno Cremisi. Ripensando alla battaglia, gli fu chiaro cos'era successo. Mogumo si era messo tra la lama del Mogu e il piccolo. Anche se l'arma aveva comunque ferito anche Corno Cremisi, Dezco sapeva che suo figlio sarebbe morto se non fosse stato per l'Hozen.

"Vieni." Mogumo si sforzò di alzare una mano. Stava morendo. "Lascia... Metti Zoccolo Leggero sul bordo."

Esitante, Dezco appoggiò il corpicino di Zoccolo Leggero sul bordo della fonte ed entrò in acqua.

"Prendila... con la mano," disse Mogumo. "Versala... su Corno Cremisi."

Dezco obbedì, il cuore che batteva veloce. Lasciò cadere l'acqua sulla testa di suo figlio. Mogumo fece lo stesso. Goccioline brillanti colavano sul naso di Corno Cremisi, ma non sembravano avere alcun effetto su di lui.

"Non sta accadendo nulla." Dezco fece per raccogliere altra acqua, ma Mogumo gli afferrò la mano.

"Facciamole... facciamo fare alla Vallata il suo lavoro," disse l'Hozen, respirando a fatica. "Non è una cosa che si possa controllare. Bisogna... bisogna sperare. Credi, come credeva Leza. Quando è stata di fronte alla morte... ha forse perso la speranza?"

"No." Dezco strinse gli occhi. Leza aveva sempre creduto. Era sempre stata così forte... Lei avrebbe meritato di essere lì, non lui. Se ci fosse stata, tutto quello non sarebbe...

Un'ondata di calore inondò Dezco e gli fece aprire gli occhi. Un'immagine quasi trasparente di Chi-Ji camminava sull'acqua come su un terreno solido. Scintille di luce dorata s'accendevano là dove le sue zampe toccavano la fonte. A ogni passo risuonava un tintinnio debole, come di una piccola campana.

Il Celestiale spalancò le ali e un'improvvisa raffica di vento soffiò una pioggia d'acqua sul Tauren e sull'Hozen. Mogumo si raddrizzò e s'accarezzò il collo: la sua ferita si era cicatrizzata.

Chi-Ji poi si sporse in avanti, infilando il becco nell'acqua e toccando il petto di Corno Cremisi. Dezco guardò e aspettò, per lunghi istanti che sembrarono non finire mai. E proprio quando cominciò a temere il peggio, il bambino si mosse. Dezco lo fissò, incredulo. Corno Cremisi aprì gli occhi e si guardò intorno finché non vide suo padre. Poi, allungò le braccia verso di lui, piangendo.

"Grazie!" Dezco abbracciò stretto il suo cucciolo. Poi si ricordò di Zoccolo Leggero, e si voltò verso il bordo della fonte, dove aveva deposto il cadavere dell'altro suo figlio. "Il mio piccolo... Gru Rossa, c'è ancora un modo per..."

Le sue parole si spensero quando, voltandosi, vide che Chi-Ji era scomparso.

***

"Quilen morti, profughi con Weng." Rook si batté una delle sue zampe gigantesche contro il petto. Era arrivato alla fonte poco dopo l'apparizione di Chi-Ji. Quando l'enorme Pandaren aveva appreso cos'era successo a Zoccolo Leggero, si era seduto e aveva pianto a lungo, prima di riprendersi. Dezco non si sarebbe mai aspettato che la morte potesse avere un tale impatto su Rook, che aveva a malapena guardato i suoi piccoli.

Eppure, in qualche modo i membri del Loto Dorato tenevano profondamente a loro. Dezco avrebbe voluto capirne il motivo, ma sapeva comunque che l'apprensione dell'ordine per i suoi piccoli era sincera. In qualche modo, erano come una famiglia, per loro.

"Bene!" disse Mogumo a Rook, e poi si rivolse a Dezco. "È meglio se torniamo al santuario, per ora. So che vuoi andartene, ma dobbiamo fare dei preparativi. A qualunque costo troverò un modo per accompagnare te e Corno Cremisi a casa."

Casa. Dezco pensò al piccolo villaggio della sua tribù nelle pianure assolate di Mulgore. Quando lui e Leza erano partiti, si erano chiesti se l'avrebbero mai rivisto. Lui diceva di sì, ma sapeva che sua moglie non ci sperava. Aveva sempre parlato della terra delle sue visioni come se fosse stata quella, la loro vera casa. Una casa cui appartenevano da sempre pur non avendola ancora mai vista. Dezco finalmente capì il significato di tutto. Aveva visto il potere della Vallata, ciò che avrebbe potuto fare non solo per lui, ma per la vita di moltissime persone in tutto il mondo.

"Non me ne voglio andare," disse Dezco.

"Davvero?" chiese Mogumo.

"C'è un'altra cosa," aggiunse Dezco, guardando Corno Cremisi tra le sue braccia. "Sarà ancora..." cominciò a dire, ma era troppo doloroso. Porse il piccolo a Mogumo.

"Non è necessario." Mogumo scosse la testa. "Se stai pensando che Chi-Ji voglia qualcosa in cambio di quello che ha fatto, ti sbagli. Il suo dono era gratuito."

"Prendilo," insistette Dezco. "È per questo che sono venuto fin qui. Davvero." Per An'she, pensò, come ho fatto a non capirlo prima? Avevano viaggiato a lungo per raggiungere la Vallata, per vederla con i loro occhi, per farne la loro dimora. Ma esserne parte, essere tutt'uno con la Vallata, significava molto di più.

"Se lo vuoi davvero," disse Mogumo, "se questo è il tuo sincero desiderio, allora d'accordo."

"Sì," rispose Dezco. "C'è qualcosa che dobbiamo fare? Per renderlo ufficiale, intendo."

"Noi..." Mogumo abbassò la testa. "Ci sono rituali, sì. Porterò il piccolo a Zhi, che lo presenterà a Chi-Ji per farlo benedire. Temo però che solo i membri del Loto Dorato possano presenziare a questa cerimonia... Mi dispiace."

"Capisco." La voce di Dezco gli si strozzò in gola. "Vai, allora."

"Non dev'essere per forza adesso," disse l'Hozen. "Possiamo tornare al santuario, prima."

"Vai, prima che cambi idea."

"Una volta che i rituali saranno terminati, potrai vederlo," aggiunse Mogumo mentre prendeva tra le braccia Corno Cremisi. "Sarà impegnato nell'addestramento, negli anni a venire, ma sarà sempre qui nella Vallata."

"Uno del Loto Dorato."

"Tuo figlio," disse l'Hozen. "Prima di tutto. E da ora, anche qualcosa in più."

Mogumo guardò la cesta con dentro Zoccolo Leggero, appesa al petto di Dezco. Il Tauren ne aveva riposto i resti nella cesta, legandosela al collo con la corda. "E lui?" chiese l'Hozen.

"Costruirò una pira e l'accenderò all'alba, in modo che An'she possa vegliare sul trapasso del mio piccolo," rispose Dezco. "Io... io preferirei essere solo, a farlo."

Mogumo annuì lentamente. Senza aggiungere altro, fece un cenno a Rook. Quando era ormai sul punto di andarsene, Dezco lo richiamò, come se si fosse ricordato di qualcosa.

"Aspetta." Il Tauren prese la ciocca di capelli di Leza legata alla sua pelliccia e rapidamente sciolse la treccia. Poi, la avvolse in un ciuffo della pelliccia di Corno Cremisi, e si chinò a toccare la fronte del cucciolo con il suo muso.

Quindi, Rook e Mogumo partirono. Dezco trascorse l'ora successiva a raccogliere legna per la cremazione, pensando al suo futuro. Avrebbe ripreso le funzioni al santuario, ma temeva il dover raccontare a Nala e agli altri quanto era accaduto. Che cosa avrebbero detto? L'avrebbero perdonato per la morte di Zoccolo Leggero? Avrebbe mai perdonato se stesso? Forse no. Ma lo meritava. Era stata una sua scelta: una scelta terribile e sbagliata.

Dezco si sedette a riposare prima dell'inizio del rito funebre. Era ancora buio, ma l'alba sarebbe arrivata presto, poteva già sentirla. Quando esattamente sarebbe arrivata, era una cosa che non lo preoccupava più ormai.

"Siamo a casa," disse Dezco ad alta voce. Prese in braccio Zoccolo Leggero e lo accarezzò. Si volse verso est. Sapeva che era solo una questione di pochi istanti, e poi gli Yeena'e sarebbero apparsi.