Diario di Viaggio di Li Li
di Blizzard Entertainment

La vita è un’avventura.

Me lo scrisse zio Chen in una lettera tempo fa. È un consiglio saggio; anche se mio padre, Chon Po, non la pensa così. Dice che passo troppo tempo a sognare di terre lontane e finisco con l’ignorare la meravigliosa bellezza della nostra Isola Errante. Non potrebbe sbagliarsi di più: io amo la terra in cui sono nata.

Per questo scrivo questo diario. Se mai riuscirò a diventare una grande esploratrice come lo zio Chen, allora proprio come lui avrò bisogno di scrivere le mie avventure. Perché non cominciare il mio viaggio da casa? Magari questo libro finirà nella Gran Biblioteca, nascosto tra le lettere di zio Chen. O meglio ancora, forse un giorno gli abitanti di Roccavento o di Orgrimmar, o di qualche altra terra lontana, potrebbero leggerlo e scoprire così la mia gente, la nostra cultura e che cosa renda questo posto tanto spettacolare!

Prima di tutto, è necessaria un’introduzione. Io sono nata sulla Grande Tartaruga, Shen-Zin Su, conosciuta anche con il nome di Isola Errante. Oggigiorno, molti Pandaren se ne stanno qui in giro in panciolle, a raccontare le solite vecchie storie noiose, ma non è sempre stato così. I nostri antenati avevano l’avventura nel sangue. Per loro, quest’isola era un’occasione per vedere cose nuove e vivere nuove storie!

Proprio mentre sto scrivendo, lo zio Chen sta proseguendo questa tradizione da qualche parte nel mondo. Ma non rimarrà solo a lungo: il sentiero del viaggiatore chiama anche me, lo sento da qui, ed è finalmente arrivato il momento di rispondere!

Il mio nome è Li Li Triplo Malto e questa è l’Isola Errante.

***
Annotazione 1: ritorno alle origini

Decisi di esplorare la mia casa attraverso la via del nomade, una filosofia di vita di cui lo zio Chen racconta nelle sue lettere. In pratica, significava affrontare il viaggio un passo alla volta, osservare le cose che mi circondavano, parlare con tutti quelli che incontravo e approfondire anche il minimo dettaglio.

Dopo averci pensato un po’, iniziai il mio viaggio su Shen-Zin Su dagli Archi dell’Alba, il posto in cui da piccola avevo cominciato a scoprire la storia dell’isola. Questo enorme ponte di pietra si allunga tra le alte cime al centro del guscio di Shen-Zin Su. Dalla cima del ponte si vede uno spettacolo mozzafiato, verso sud e attraverso tutta la Foresta color smeraldo di Pei-Wu.

Non andai però fino lì solo per la vista. Ero diretta in una piccola stanza costruita proprio sotto il ponte. È lì che la maggior parte dei piccoli ha sentito parlare di Liu Lang, il primo Pandaren esploratore (anche se io ai tempi avevo già letto di lui in una lettera dello zio Chen). La stanza, piccola e senza tetto, era piena di cuccioli di Pandaren ansiosi di sentire la storia di Liu Lang raccontata da una coppia di Raminghi della Sapienza. Così, mi sedetti e immaginai di ascoltare quella storia per la prima volta.

Riascoltare la storia di Liu Lang mi fece sentire come se tutto fosse possibile! Ispirata, attraversai di corsa il ponte fino al Tempio delle Cinque Albe, una torre lucente nel cuore dell’isola. Entrare nel gigantesco edificio fu come accedere a un mondo diverso. Una pioggia sottile cadeva dal soffitto, una brezza leggera mi accarezzava i vestiti e, anche se fuori il clima era invernale, l’aria lì dentro era calda come in un giorno d’estate.

I Raminghi della Sapienza dicono che man mano che Shen-Zin Su è cresciuta, il tempio stesso si è allargato, come se l’edificio fosse parte della Grande Tartaruga. Questo è un posto sacro, tutti lo sanno. Il tempio, infatti, è la dimora dei quattro antichi spiriti della terra: Shu (acqua), Wugou (terra), Huo (terra) e Dafeng (aria). Finché loro sono al sicuro, il clima resta sereno e le stagioni trascorrono secondo il loro ritmo naturale.

Il tempio è pieno di saggi proverbi e rari monili, ma la cosa che mi interessava di più era la statua di Liu Lang al primo piano. Guardandolo, pensai alle grandi imprese che aveva compiuto. C’era voluto del coraggio, per fare quello che aveva fatto! L’avventura lo seguiva a ogni passo che faceva, anche quando restava a casa.

Mi imbattei nel Maestro Shang Xi all’uscita. Da queste parti è considerato una persona importante, un Pandaren nobile e coraggioso che sa essere un punto di riferimento per i giovani e per gli anziani. Non so dire quante volte gli ho creato dei problemi, ma lui ha sempre avuto molta pazienza con me (eccetto quella volta che gli ho preparato il tè con le acque infette del pozzo maledetto). Comunque, quel giorno era di buon umore, così gli feci alcune domande che mi tormentavano. Che cosa avrebbe fatto Liu Lang se fosse stato ancora lì con noi? Dove sarebbe andato a cercare l’avventura sull’isola?

"Perché non lo chiedi direttamente a lui?" rispose il Maestro Xi, indicando la statua. Non ci avevo pensato, così ci provai, non aspettandomi certo una risposta. E invece la statua mi rispose!

Shu, lo Spirito dell’Acqua, doveva avermi sentito. La piccola creatura saltò sulla spalla di Liu Lang e gettò un globo d’acqua sul pavimento. La pozza d’acqua, dopo un attimo, cominciò a muoversi. Strisciò verso l’ingresso del tempio come se fosse viva e poi saltellò giù dalla lunga Scalinata dell’Alba.

La seguii di corsa, finché raggiunsi l’ampia valle a nord del tempio. Non chiesi mai all’acqua dove stesse andando, perché saperlo mi avrebbe rovinato la sorpresa. Proprio come lo zio Chen, stavo facendo il mio viaggio un passo alla volta!

***

Annotazione 2: il dilemma albeggiante

Il mio viaggio sull’Isola Errante continuò nella Vallata Albeggiante!

Seguii il globo d’acqua creato da Shu attraverso le colline rigogliose e i fitti boschi. La piccola creatura era sempre un passo avanti a me, ma non mi interessava. In quel periodo dell’anno la vallata era meravigliosa, ricca di piante e animali straordinari, come le Canaglie della Foglia d’Ambra, dispettosi folletti della foresta che amano causare guai e comportarsi male... mi sono sempre piaciuti molto! Però, la cosa che preferisco in questa parte dell’isola sono i fiori puzhu con il loro rosso brillante. Hanno qualcosa di magico. I petali continuano a cambiare colore per mesi anche dopo che li hai colti.

I Raminghi della Sapienza dicono che Liu Lang piantò diversi semi in tutta l’isola molti anni or sono. Questo significa che ci sono le stesse piante e gli stessi fiori anche a Pandaria? Se è così, forse anche lì gli abitanti usano i petali di puzhu come medicinale o come decorazione alle feste, proprio come noi.

Comunque, persi la traccia del globo d’acqua di Shu da qualche parte nei pressi del villaggio di Wu-Song, nella parte settentrionale della Vallata Albeggiante. A peggiorare le cose, scoprii che nessuno lì intorno l’aveva visto. Com’è possibile non vedere un globo d’acqua vivente che si aggira per la strada? Anche se, in realtà, non me la sarei potuta prendere con gli abitanti del villaggio, che erano parecchio impegnati nei loro lavori quotidiani e nel praticare le arti marziali. Molti dei migliori Monaci dell’isola sono nati e cresciuti nel villaggio di Wu-Song, anche grazie alla vicinanza al Dojo di Shang Xi.

Il dojo si trova in cima a una collina, a est del villaggio. Tutto il giorno il suono dei colpi dei pugni e del clangore delle armi contro i bersagli d’allenamento riecheggia nella vallata sottostante. Mi stavo appunto dirigendo verso il dojo, quando incontrai due fra i Pandaren più saggi: Aysa Canta Nubi, maestra della via Tushui, e Ji Palmo Infuocato, maestro della via Huojin.

Entrambe queste filosofie di vita sono molto conosciute, ma ognuna ha le sue peculiarità. La via Tushui insegna a difendere ciò che si ritiene giusto: c’è una sola strada corretta, nella vita, e quella strada è l’unica che si deve percorrere. La via Huojin, invece, è tutta indirizzata verso la passione e l’azione diretta. Gli studenti di questa scuola ritengono che, per raggiungere un bene superiore, è possibile anche seguire strade diverse e alternative.

Come seguace della via del nomade, non potevo perdere l’occasione di porre ad Aysa e a Ji delle domande, così chiesi loro come fare a trovare il globo d’acqua.

"Siediti, guarda e attendi, giovane Pandaren," disse Aysa. "Shu è uno spirito antico e non risponde sempre alle nostre richieste. Se l’acqua vorrà trovarti, lo farà. A suo tempo."

L’approccio di Ji fu diverso. "Troverai il globo d’acqua solo se insisterai nel cercarlo, piccola Triplo Malto. Cerca dietro ogni albero e lungo ogni argine. E anche sotto ogni singola pietra!"

Alla fine, provai entrambe le soluzioni. Prima, mi fermai vicino allo Stagno di Fu, una zona tranquilla a sud del dojo. Mi sedetti e meditai a lungo, forse per ore, ma il globo d’acqua di Shu non si mostrò. Allora, seguendo il consiglio di Ji, cominciai a perlustrare tutti i cespugli che trovavo. Alla fine, capii che ogni sforzo sarebbe stato inutile. Era quella la missione stessa: esplorare. Se Shu mi aveva portato fin lì, forse l’aveva fatto proprio per aiutarmi a compiere il primo passo del mio viaggio.

Dopo essere tornata al Tempio delle Cinque Albe, incontrai Lun, il conducente di un carretto, insieme al suo grande yak. Aveva appena consegnato della merce al tempio e stava tornando alla Fattoria Dai-Lo. Pensai che avrei potuto visitare quella parte dell’isola, così decisi di parlare con Lun per chiedergli un passaggio sul suo carretto.

Ma ebbi come l’impressione che fosse di cattivo umore. Il suo volto aveva un’espressione tra l’adirato e il triste, come quando pensi di affondare i denti in un dolce ma poi scopri che qualcuno l’ha riempito di formaggio di yak rancido (parlo per esperienza personale). Dopo un po’ di domande, scoprii quale fosse il vero problema: dei ladri Hozen avevano saccheggiato le sue scorte di viveri!

Certo, mi sentii triste per Lun, ma allo stesso tempo provai una grande eccitazione. Esplorare la Fattoria Dai-Lo era una cosa, esplorarla e andare a caccia di ladri Hozen era la realizzazione di un sogno.

Il passo successivo del mio viaggio sembrava andare davvero in direzione dell’avventura!

Annotazione 3: cattura di un Hozen

Dopo essermela cavata alla grande nella Vallata Albeggiante, proseguii nella Fattoria Dai-Lo!

Questo luogo meraviglioso è il granaio dell’Isola Errante. Ho letto da qualche parte nella Gran Biblioteca che il suolo di questa regione è tra i più fertili della terra. Il villaggio di Dai-Lo è una piccola comunità di contadini vicina alle Terrazze Fertili, lunghi tratti di suolo coltivabile stracolmi di carote, zucche e altre delizie.

Tutto quel cibo maturo all’area aperta rende la zona un bersaglio primario per numerose bestie fastidiose come i Leproratti. Quegli animaletti pelosi divorano qualsiasi cosa su cui riescano a mettere le loro piccole mani sporche, soprattutto se si tratta di verdure.

I Leproratti comunque sono solo uno dei problemi della fattoria. Sulla strada per Dai-Lo, Lun, il conducente del carretto, mi raccontò di un gruppo di ladri Hozen che si era infiltrato nel villaggio e avevano rubato diversi sacchi di riso e di verdure. Normalmente, quelle scimmie irragionevoli restavano nel villaggio di Fe-Feng, nella parte nordoccidentale dell’isola, ma a volte si spingevano oltre e arrecavano danni anche altrove.

Non voglio essere fraintesa: a me piacciono gli Hozen. Hanno una cultura affascinante e delle usanze molto interessanti. Sono pazzi, è vero, ma lo sono in un modo piacevole, divertente. Purtroppo, a volte diventano troppo pazzi.

Rimasi di stucco quando seppi che nessuno si era messo in cerca dei ladri. Forse, con i Leproratti sempre all’opera, i contadini di Dai-Lo non pensavano che perdere qualche sacco di cibo ogni tanto fosse un gran problema. Per come la vedevo io, se i contadini avessero permesso agli Hozen di prendersi il loro raccolto, quelle palle di pelo avrebbero certamente continuato a farlo. Ma quello era il nostro cibo, non certo il loro, e io non avevo alcuna intenzione di starmene lì a guardarli agire indisturbati!

Lun disse che recentemente degli Hozen erano stati avvistati nelle foreste a nord delle Terrazze Fertili, vicino a un’area chiamata Laghetti dei Mille Canti. Non ci volle molto a trovare una scia di chicchi di riso che si allontanava dal villaggio (probabilmente uno dei sacchi rubati era rotto). Seguii la traccia tra i fitti alberi color smeraldo lungo le sponde dei laghetti.

Questi laghetti mi sono sempre piaciuti, emanano serenità e una sorta di aura magica. Ho trascorso molto tempo qui, cercando di restare in equilibrio in cima ai pali di legno che emergono dall’acqua. Era un addestramento emozionante, perché riuscire a non cadere non significava solo restare asciutti. In quei laghetti, infatti, c’è qualcosa di più dell’acqua.

Nel corso degli anni, animali di ogni razza sono morti in quei laghetti, e il loro spirito si è unito alle acque magiche. Se ti bagni... BAM! Ti ritrovi a saltellare in giro come una rana o a trascinarti nella fanghiglia come una tartaruga. C’è anche un laghetto abitato dagli spiriti della puzzola: dopo essere caduto lì dentro, quella maledizione ti fa puzzare per giorni!

Presi una pausa dalla mia ricerca e guardai i giovani saltare da un palo all’altro sotto la guida di un Pandaren di nome Bo. Di corporatura robusta e di mentalità rigida, era stato un mio insegnante per anni. È di animo gentile, ma è divertente come un secchio di esche andato a male. Sta sempre lì a ripetere Non farlo!... Proprio come mio padre. Sono entrambi l’esatto opposto dello zio Chen.

Bo mi vide mentre camminavo lungo la sponda di un laghetto e mi lanciò un’occhiataccia. Probabilmente pensava che fossi nel mezzo di qualche disavventura (e aveva ragione, naturalmente). Per fortuna, era troppo impegnato con i suoi allievi per prestarmi ulteriore attenzione.

Alla fine trovai i ladri Hozen, cinque per l’esattezza. Se ne stavano tranquilli sulla sponda del laghetto della puzzola, a giocare a spingersi l’un l’altro in acqua. Quando uno di loro cadeva e si trasformava, gli altri saltellavano su e giù, fischiando e gridando come se fosse la serata speciale della birra a metà prezzo al Birrificio Ki-Han.

Vidi quello che rimaneva dei sacchi di riso e di verdure su una collina non molto distante, nascosti dietro un albero. Gli Hozen erano talmente impegnati nel loro gioco che non mi videro neppure quando mi avvicinai di soppiatto per vedere meglio la merce rubata. Scivolai attenta, sempre più vicina, passo dopo passo, finché il cibo fu a portata di braccio, e allora... due lanuginosi cuccioli di Hozen saltarono fuori da dietro i sacchi!

Non mi aspettavo certo che i ladri fossero una famiglia. Forse avevano rubato il cibo per nutrire i loro piccoli: non ebbi più il coraggio di riprenderlo. Eppure, ancora desideravo una piccola vendetta. Lanciai una delle zucche rubate contro gli Hozen vicino al laghetto e poi corsi a nascondermi tra gli alberi. Dal grande tonfo che ne seguì, immaginai di averne colpito almeno uno e di averlo fatto cadere in acqua: probabilmente, adesso che era una puzzola, emanava un odore più piacevole dell’odore che hanno di solito gli Hozen.

Era arrivato il momento di affrontare le mie paure. Raccolsi alcune scorte a Dai-Lo e poi mi inoltrai nella foresta, il luogo più pericoloso e proibito di tutta l’Isola Errante!

***

Annotazione 4: la foresta proibita

Carica di scorte raccolte alla fattoria Dai-Lo, mi preparai per un’escursione nel luogo più terrificante di tutta l’Isola Errante: la Foresta di Pei-Wu!

La foresta è pericolosa, per questo è proibita a tutti i Pandaren: non sarebbe stato affatto facile entrarci. Colline scoscese e montagne ripide circondano tutt’intorno la foresta di bambù, e l’unico sentiero verso l’interno è bloccato da due enormi portoni. Queste barriere invalicabili si trovano appena fuori da Mandori, dove ho vissuto tutta la mia vita. Potrebbero sembrare comodi e facili da raggiungere, ma ci sono sempre dei Pandaren in zona e non è possibile scavalcare quella recinzione senza essere notati.

A peggiorare la situazione, incontrai Bo nell’esatto momento in cui stavo cercando un posto sicuro da cui cominciare la scalata. Perché doveva trovarsi nel villaggio proprio quel giorno? Mi chiese che cosa stessi facendo, prima, ai Laghetti dei Mille Canti. "Stavo godendomi la bellezza e lo splendore della nostra terra," gli risposi, ed era assolutamente la verità!

Nonostante ciò, Bo strinse gli occhi e corrugò la fronte come al solito (mi chiedo se si renda conto di quanto somigli a un vecchio rospo rugoso, quando fa così). Visto che Bo se ne stava in giro a ficcare il naso dove non doveva, non ebbi altra scelta che andare a casa ad aspettare che la situazione si calmasse. Prima dell’alba, scivolai nel silenzio delle strade vuote e mi arrampicai sopra i grandi portoni utilizzando una fune fatta di peli di yak che avevo preso a Dai-Lo.

Presto il sole sorse all’orizzonte, ma la fitta volta di foglie di Pei-Wu impediva alla luce di entrare nella foresta. Una leggera nebbia si alzava dal terreno, rendendo ancora più difficile ogni passo. Sentivo molti suoni intorno a me... La regione era famosa per l’abbondanza di animali che la abitavano, ma una sola di queste creature poteva far tremare di paura il cuore di un Pandaren: le feroci tigri di Pei-Wu.

Una di loro era a caccia proprio di me. Ovunque andassi, i suoi passi pesanti mi seguivano da lontano. Quando mi fermavo, si fermava. Quando mi muovevo, si muoveva. Poi, all’improvviso, la bestia corse verso di me, sbuffando e ruggendo. Mi preparai ad affrontarla assumendo lo Stile dello Yak Robusto proprio nell’attimo in cui un’ombra gigante balzò fuori dalle nebbie...

Era Bo!

Ma perché non poteva farsi gli affari suoi? Senza dire una parola, Bo mi riportò a casa, svegliò mio padre e gli disse che avevo cercato di scappare nella foresta proibita. Mio padre mi sgridò per un’ora buona, prima di riuscire a calmarsi. Come punizione, decise che mi sarei dovuta allenare per una settimana intera ai Laghetti dei Mille Canti... sotto l’occhio vigile di Bo.

Cercai di spiegare a mio padre quello che avevo intenzione di fare, che avrei esplorato tutta la Grande Tartaruga e avrei scritto di quale meraviglioso viaggio fosse stato. Pensavo che l’avrei reso felice, ma lui sembrò non capire o non volersene interessare.

Visto che la punizione sarebbe iniziata il giorno successivo, avevo il tempo di visitare un altro luogo. Ancora fumante di rabbia per quanto era successo, mi diressi verso ovest finché raggiunsi un lungo sentiero serpeggiante che conduceva alla Foresta di Bastoni, il luogo in cui trovavano la pace eterna gli anziani Pandaren che avevano vissuto sull’Isola Errante. Un enorme leone di pietra, il Guardiano degli Anziani, ne proteggeva l’ingresso, permettendoti di passare solo una volta che l’avessi sconfitto in combattimento (io fui una dei Pandaren più giovani a superare questa prova.)

Lo zio Chen, anni prima di andarsene dalla Grande Tartaruga, mi aveva detto che visitava spesso questa parte dell’isola in cerca d’ispirazione. A quei tempi non ne capivo esattamente la ragione, ma ora era chiaro. Quel posto è magico. Quando qualcuno viene sepolto lì, il suo bastone viene piantato nel terreno e col tempo cresce e diventa un albero meraviglioso. Col passare degli anni, è cresciuta un’intera foresta: la storia dei grandi Pandaren dell’isola.

Lo zio Chen, anni prima di andarsene dalla Grande Tartaruga, mi aveva detto che visitava spesso questa parte dell’isola in cerca d’ispirazione. A quei tempi non ne capivo esattamente la ragione, ma ora era chiaro. Quel posto è magico. Quando qualcuno viene sepolto lì, il suo bastone viene piantato nel terreno e col tempo cresce e diventa un albero meraviglioso. Col passare degli anni, è cresciuta un’intera foresta: la storia dei grandi Pandaren dell’isola.

Mentre passeggiavo in una delle aree più antiche del luogo, incontrai l’Anziano Shaopai che accendeva dell’incenso presso il santuario della sua famiglia. Egli è uno dei Pandaren più saggi e abita nella vicina Brezza Mattutina: ha trascorso tutta la sua vita a scrivere consigli di saggezza a beneficio delle nuove generazioni.

Shaopai camminò insieme a me per un tratto, indicando gli alberi e raccontandomi in memoria di chi fossero stati piantati. Prima di lasciarmi per tornare al suo villaggio, mi disse, "Sento che il tuo animo è ricco, piccola Triplo Malto. Non ho intenzione di farti domande personali, ma ti prego, prendi questo." E mi diede un oggetto liscio e rotondo, poco più grande della mia zampa: una Pietra del Sollievo. "Quando la vita si fa opprimente, la Pietra del Sollievo può alleggerirne il peso. La sua magia è molto potente."

Avevo sempre pensato che le Pietre del Sollievo fossero inutili monili, ma se un Pandaren di grande saggezza come Shaopai credeva nel loro potere, allora ci credevo anch’io.

Quando infine lasciai la Foresta dei Bastoni, uno strano brivido mi colse e non riuscii a scacciarlo. Ero grata a Shaopai per il suo regalo ed ero felice di aver visitato così tanti bei posti sull’isola, ma volevo di più. L’Isola Errante è una terra meravigliosa e incantata, ricca di storia e di sorprese. Eppure, questa per me è casa, mi è familiare, l’ho già vista tutta. Invece, c’è un intero mondo là fuori che aspetta solo di essere esplorato. E io temetti di non poterlo mai conoscere.

Passai il resto della giornata della Gran Biblioteca, a leggere per l’ennesima volta le lettere dello zio Chen. Mi mancava. Mio padre diceva che probabilmente era rimasto ucciso in una delle sue "folli" avventure, ma io non potevo crederci. Sapevo che era ancora vivo, là fuori da qualche parte, e che un giorno prima o poi sarebbe ritornato.

Fino a quel giorno, tutto quello che posso fare è proseguire lungo la via del nomade qui sulla Grande Tartaruga. Lo zio Chen ne sarebbe orgoglioso... I miei antenati ne sarebbero orgogliosi. È questo il motivo per cui siamo al mondo! Come disse una volta Liu Lang stesso, "Ogni orizzonte è uno scrigno di tesori, ogni mappa bianca è una storia che aspetta di essere scritta."

Se solo mio padre capisse tutto questo... Comunque, non importa quello che dice: un giorno io lascerò un segno del mio passaggio nel mondo.

E quando lo farò, forse lo zio Chen sarà al mio fianco.

Annotazione 5: la Foresta di Giada

Accaddero molte cose, dopo la mia ultima annotazione su questo diario. Prima di tutto, lo zio Chen tornò finalmente a casa sull'Isola Errante (grazie all'aiuto della sottoscritta). E poco dopo il suo ritorno, ci avventurammo ai confini del mondo, alla ricerca del continente perduto di Pandaria. La maggior parte degli abitanti della Grande Tartaruga credeva quel luogo ormai distrutto da lungo tempo, a causa della guerra o delle malattie.

Be', si sbagliavano.

Dopo aver combattuto contro i pirati, averla vista brutta durante una violenta tempesta in mare e aver affrontato ogni sorta di pericoli, io e lo zio Chen realizzammo l'impossibile: trovammo Pandaria, la terra perduta dei nostri antenati!

Anche se non tutto andò proprio come pianificato... La nostra guida per il viaggio fu la Perla di Pandaria, un manufatto mistico che mi permise di avere delle visioni sull'esatta posizione del continente. Avrei tanto voluto che quella stupida perla ci avesse avvisato anche di quanto sarebbe stato pericoloso il nostro viaggio.

Alla fine, però, riuscimmo a raggiungere Pandaria tutti interi. Approdammo nella Foresta di Giada, una regione che si estende lungo tutta la costa orientale del continente. Quelle foreste erano le più verdi che io avessi mai visto, ricche di boschi di bambù e piene di animali e piante sconosciute.

Non avere una mappa, per me e lo zio Chen, non fu certo un problema. Dopo esserci guardati intorno, scegliemmo una direzione a caso e iniziammo il nostro viaggio seguendo la via del nomade: un passo alla volta.

Non passò molto tempo prima che gli abitanti locali ci dessero il benvenuto. Decine di uomini lucertola dagli occhi piccoli piccoli (chiamati Saurok, come scoprii in seguito) saltarono fuori dalla foresta. Puzzavano come del vecchio cuoio bagnato di birra acida e poi immerso nel barile di colla di pesce di nonna Mei. E la puzza era il loro più grande pregio.

Ci liberammo abbastanza in fretta di quelle facce di cuoio (be', merito soprattutto di zio Chen). L'unico che ci diede del filo da torcere fu il loro capo, un enorme Saurok ricoperto di cicatrici, di colori di guerra e ancora di altre cicatrici. Presto però anche lui dovette scappare nella foresta, piagnucolando come un bambino.

Nelle vicinanze trovammo il loro sudicio accampamento. Era pieno di oggetti che sembravano frutto di rapine: carretti di grano, verdure e grandi pezzi di giada pura. Mentre guardavamo quella confusione, un gruppo di Pandaren emerse, cauto, da dietro gli alberi. Quando videro che i Saurok se n'erano andati, s'inchinarono davanti a noi e cominciarono a celebrarci come fossimo eroi! Scoprimmo così che le facce di cuoio stavano terrorizzando la zona e tutti i tentativi di sconfiggerli erano falliti.

I nostri nuovi sostenitori rimasero senza parole quando lo zio Chen raccontò loro che venivamo dall'Isola Errante. Gli abitanti di Pandaria non vedevano la Grande Tartaruga da secoli, e la maggior parte di loro aveva cominciato a pensare che l'isola non esistesse più. Io rimasi sorpresa di quanto simili a noi fossero i Pandaren della Foresta di Giada. Non era cambiato molto nel corso delle generazioni, a parte qualche piccolo particolare.

Quando scoprirono che eravamo dei viaggiatori, i Pandaren ci raccontarono moltissime cose sulla Foresta di Giada, sui suoi abitanti e sul luogo più importante che vi si trovava: il Tempio della Serpe di Giada. Oltre a essere un monumento in onore del leggendario Imperatore dei Pandaren Shaohao, l'incredibile tempio era profondamente legato a Yu'lon, la Serpe di Giada, una delle quattro creature celestiali che proteggevano Pandaria.

Quando io e lo zio Chen raggiungemmo i Giardini del Tempio di Giada, alcuni lavoratori stavano scolpendo un'enorme statua di giada chiamata Cuore della Serpe. Yu'lon ogni cento anni trasferiva la sua essenza nella scultura, trasformandola in una nuova creatura. Questo ciclo, basato sulla creazione di statue che permettessero a Yu'lon di rinascere, era proseguito per generazioni, ma ora quei Saurok lo avevano messo a rischio rubando la preziosissima giada dalle scorte degli scultori.

L'Anziano Saggio Acqua-Zhu, uno dei custodi del tempio, fu tanto gentile da accompagnarci a visitare l'area intorno alla struttura. Ci portò a nord nel rigoglioso Arboreto, sede dell'Ordine della Serpe delle Nubi. Questo gruppo di Pandaren impavidi si occupava da sempre di addestrare, crescere e cavalcare le serpi delle nubi della regione, delle splendide bestie che avevo visto volare alte nel cielo sopra il tempio.

L'Anziano Acqua-Zhu ci assicurò che avrebbe soddisfatto qualsiasi nostra richiesta, per ripagarci dell'aver sconfitto i Saurok e aver recuperato la giada. Il mio primo istinto fu di chiedere una serpe tutta mia (i cuccioli erano adorabili), ma lo zio Chen pensò che fosse troppo. Quindi, mi accontentai della seconda scelta: cavalcare una serpe delle nubi!

Ora, io avevo già volato su grandi gru a casa, e anche sugli zeppelin costruiti dai Goblin, ma l'esperienza sulla serpe delle nubi fu unica. La bestia salì nel cielo più veloce di qualsiasi altra cosa avessi mai osservato prima. Da lassù, potevo vedere con chiarezza che cosa si trovasse al di là della Foresta di Giada. Verso ovest, vaste pianure e campi coltivati. Leggermente più verso nord, un'imponente catena montuosa, con le cime delle montagne coperte di neve. Pandaria era immensa. C'era ancora così tanto da scoprire. Stavo esplorando un continente che nessun Pandaren dell'Isola Errante, da generazioni, aveva mai nemmeno visto!

Prima di partire per visitare il resto della foresta, mio zio Chen e io decidemmo di dare ad Acqua-Zhu la Perla di Pandaria. Ci aveva trattati come membri della famiglia e, vedendo come i Pandaren fossero devoti al tempio in quanto centro di saggezza e conoscenza, non potevamo pensare a un posto migliore per la Perla. Fu difficile per me privarmene, ma mi aveva già condotto a Pandaria: era tempo che guidasse qualcun altro verso il destino che l'attendeva.

Nelle settimane successive, camminammo... e camminammo... e camminammo. La Foresta di Giada sembrava estendersi all'infinito, e dietro ogni angolo c'era qualcosa di nuovo ed entusiasmante: santuari nascosti, antiche rovine ricoperte di vegetazione e monasteri incastonati in cima alle montagne. L'unico problema era che mio zio, lento come una lumaca, si fermava ogni cinque minuti per sedersi e "godersi il panorama". Almeno così diceva lui.

Alla fine raggiungemmo il confine della Foresta di Giada. Davanti a noi si apriva la Valle dei Quattro Venti, il complesso di fattorie che avevo visto quand'ero a cavallo della serpe delle nubi. In quel momento avevo una gran voglia di esplorare qualcosa che non fosse una foresta, ma non mi sarei mai potuta aspettare quello che io e lo zio Chen trovammo nella tappa successiva del nostro viaggio.

Presto, avremmo fatto una scoperta che avrebbe cambiato ciò che sapevamo della famiglia Triplo Malto per sempre!

***

Annotazione 6: la Valle dei Quattro Venti

Dopo alcune settimane di esplorazione della Foresta di Giada, cominciai a sentirmi un’estranea, senza alcun legame con Pandaria. Certo, i miei antenati provenivano da quelle terre, ma era successo molte generazioni prima. Pur essendomi imbattuta in alcuni Hozen (decisamente più grandi e più pazzi di quelli di casa), quasi ogni cosa sul nuovo continente era completamente diversa da ciò che conoscevo.

Tutto questo, però, cambiò quando visitai la Valle dei Quattro Venti. Fu come una casa lontana da casa, solo molto più grande. La valle, considerata il granaio di Pandaria, era ricoperta d’immensi campi coltivati, talmente estesi che al confronto le Terrazze Fertili dell’Isola Errante sembravano dei giardinetti. Pensai che un solo raccolto della valle avrebbe potuto sfamare tutti i Pandaren di Mandori, compreso quel ciccione dello zio Chen, per una vita intera.

Potrei riempire questo intero diario raccontando le cose che vidi nella valle, dalle roboanti Cascate Huangtze ai magici Stagni della Purezza. Ma non furono le cose nuove a catturare la mia attenzione: fu la sensazione familiare che provai, una sensazione che non mi sarei mai aspettata in un luogo così lontano da casa.

Io e lo zio Chen scoprimmo questi luoghi mentre esploravamo la valle accanto ad altri eroi, originari di altre terre di Azeroth, viaggiatori proprio come noi. Incontrare degli estranei non fu una grossa sorpresa, perché lo zio mi aveva raccontato di aver incrociato una coppia di membri dell’Orda e dell’Alleanza alcune settimane prima (mentre io stavo dormendo). Le due fazioni erano sbarcate nella Foresta di Giada e stavano provocando problemi di ogni tipo, coinvolgendo nel loro conflitto anche abitanti del luogo, come gli Hozen e una razza di uomini-pesce chiamati Jinyu. Per fortuna, noi stavamo già uscendo alla foresta, quando le battaglie vere e proprie cominciarono.

Non molto tempo dopo essere entrati nella valle, incontrammo un Pandaren di nome Pintapalta, tutto intento a preparare della birra utilizzando dell’acqua fangosa. Era un tipo strano, ma mi piaceva. E d’un tratto se ne saltò fuori dicendoci che lì vicino si trovava il Birrificio Triplo Malto. Incredibile! C’era un nostro cugino vivo e vegeto a Pandaria, e aveva anche un birrificio! La notizia fu talmente eccitante che lo zio Chen accelerò addirittura il passo per la prima volta dopo settimane.

Sfortunatamente, il birrificio era tutto sottosopra. Dei Leproratti (uguali a quelli dell’Isola Errante) avevano invaso il granaio e le riserve di riso. Gli Hozen avevano occupato alcune sale dell’edificio ed erano impazziti. E oltre il danno, la beffa: il Triplo Malto a capo del birrificio, zio Gao, non voleva nemmeno il nostro aiuto! Be’, né io né lo zio Chen avremmo permesso che un parente brontolone mandasse in rovina la più grande scoperta nella storia della nostra famiglia.

Alla fine riuscimmo a ripulire il birrificio da tutte quelle creature infestanti (non avremmo potuto farcela senza l’aiuto dei nostri nuovi compagni del mondo esterno). Quando tutto fu sotto controllo, Gao si confidò con noi. Un tempo, molti altri Triplo Malto vivevano e lavoravano nel birrificio, ma erano tutti andati verso occidente, a combattere un’antica popolazione di esseri a forma d’insetto chiamati Mantid. Gao era l’unico rimasto a occuparsi del birrificio. Immagino si sentisse molto sotto pressione, dovendo tener alto il buon nome della famiglia, tanto da finire col produrre delle birre piuttosto instabili, quel tipo di birre che prendono vita e tentano di ucciderti...

Gao non seppe dirci quando gli altri Triplo Malto sarebbero tornati, ma ci raccontò tutto di loro. Ci narrò anche la storia della nostra famiglia nella valle fin dalle origini. Subito fuori dal birrificio ci mostrò un antico santuario dedicato alla vedova Mab Triplo Malto e a suo figlio Liao. Mio padre mi aveva già raccontato la loro storia: quando il marito di Mab era morto in un tragico incidente sul lavoro, lei aveva preso Liao e aveva cominciato una nuova vita sull’Isola Errante.

Oltre alla famiglia Triplo Malto, c’erano legami ancora più forti tra la valle e la mia casa natale. Gao sostenne che Liu Lang, il fondatore dell’Isola Errante, era nato e cresciuto proprio accanto a quel birrificio. Da non credere! Il posto in cui era nato, il villaggio di Arapietra, si trovava sul confine occidentale della valle.

Ogni giorno, apprendevo cose nuove su quella terra e i miei parenti lontani. Tutto stava proseguendo per il meglio, finché non arrivò una cattiva notizia.

Qualcosa di brutto stava succedendo a ovest, vicino al muro colossale chiamato Muraglia Serpeggiante. Moltissimi anni prima, i Mogu, individui enormi e crudeli che avevano spadroneggiato su Pandaria finché i miei antenati non li avevano sconfitti, avevano costruito quella barriera per proteggersi dai loro antichi nemici, i Mantid. Ora a difesa della Muraglia Serpeggiante c’erano dei Pandaren, ma quegli insettoni avevano fatto breccia nel muro e stavano cominciando a invadere l’insediamento più vicino: Arapietra!

Io e lo zio Chen combattemmo al fianco di un folto gruppo di Pandaren che si era riunito ad Arapietra per scacciare gli invasori. Li sconfiggemmo tutti, ma ebbi come l’impressione che quello sarebbe stato solo il primo di numerosi attacchi futuri. Gli abitanti del luogo mormoravano a proposito di un’altra forza responsabile di quell’assalto, un potere oscuro e misterioso conosciuto con il nome di Sha. Sentii i brividi corrermi lungo la schiena, al pensiero che a Pandaria potesse esistere una tale malvagità.

Dopo l’attacco, la situazione si calmò. Lo zio Chen e lo zio Gao passarono alcuni giorni nel birrificio a discutere delle loro ricette e ad assaggiare le loro nuove birre. Io non me ne lamentai: da quando eravamo arrivati a Pandaria, lo zio Chen mi aveva rallentato parecchio, e ora avevo voglia di proseguire nelle mie esplorazioni da sola. Sapevo anche già quale sarebbe stato il luogo perfetto da visitare: la Giungla di Krasarang. Era proprio da lì che Liu Lang si era allontanato la prima volta da Pandaria sul guscio di Shen-Zin Su, la tartaruga che sarebbe poi cresciuta tanto da diventare l’Isola Errante!

Seppi della Giungla di Krasarang da uno dei contadini della valle. Mi avvertì che quel posto era molto pericoloso, ma così dicendo aumentò solamente il mio desiderio di visitarlo. Così, raccolsi le mie cose e scrissi un biglietto per lo zio Chen, dicendogli dov’ero diretta. Era talmente concentrato sui sacchi di luppolo e di orzo che forse sarei riuscita addirittura a ritornare prima che si accorgesse che ero andata via.

Ero dunque libera di tracciare la mia strada da sola. Fermata successiva: la Giungla di Krasarang, il luogo di nascita dell’intera Isola Errante!

Annotazione 7: la Giungla di Krasarang

Anche senza l'aiuto dello zio Chen, trovai la Giungla di Krasarang con facilità. La vera sfida fu riuscire a non perdermi in quella costa paludosa e lugubre. Il fogliame fitto della foresta impediva ai raggi del sole di entrare, rendendo impossibile orientarsi in qualsiasi direzione. Quando non inciampavo su qualche radice contorta, mi impigliavo in quelle stupide liane che penzolavano da ogni albero. Per non parlare della fauna selvatica: Saurok, enormi vespe ronzanti e mille altri tipi di animaletti feroci nascosti in ogni angolo.

Era eccitante, proprio come me l'aspettavo!

Mi pesava solamente non essere ancora riuscita a trovare il punto esatto in cui Liu Lang si era imbarcato sul guscio di Shen-Zin Su. Dopo giorni di ricerca senza successo attraverso la giungla, incrociai un pescatore di nome Ryshan, il primo Pandaren che vedessi da parecchio tempo. Aveva appena consegnato un carico al Baluardo di Zhu, un avamposto nella zona nordorientale di Krasarang, costruito per dissuadere esseri disgustosi come i Saurok dall'attaccare i viaggiatori diretti verso la costa.

Di amici non dovevano essercene molti a Krasarang, perché Ryshan mi trattò come una di famiglia, anche se ci eravamo appena incontrati. Quando gli spiegai perché mi trovavo nella giungla, mi disse che il posto da cui Liu Lang aveva lasciato Pandaria era molto vicino al suo villaggio, le Palafitte dei Lancialenza. Fu talmente gentile da invitarmi a casa sua e raccogliere un po' di provviste, che mi diede prima che mi rimettessi in viaggio verso il mio obiettivo. Finalmente un po' di fortuna.

Sulla strada per il villaggio, Ryshan mi raccontò la storia di Krasarang. Pochi Pandaren si avventuravano in quelle foreste. "Solo i Lancialenza e i pazzi... Sempre che ci sia differenza," disse tutto orgoglioso. Oltrepassammo un cumulo di vecchie rovine, e mi disse che anticamente appartenevano ai Mogu. Prima che il loro impero cadesse, molto tempo addietro, alcuni di quei grossi bruti avevano vissuto nella Giungla di Krasarang. Più di recente, i Mogu erano ritornati per reclamare i loro territori, ma erano stati fermati da eroi come quelli che avevano aiutato me e lo zio Chen al birrificio di famiglia.

Era quasi il crepuscolo quando arrivammo alle Palafitte dei Lancialenza. Il piccolo villaggio traballante era stato costruito poco lontano dalla costa di Krasarang, e per raggiungerlo io e Ryshan dovemmo prendere una barca. Niente di che, vero? Be', avevamo appena messo piede a bordo, quando il pescatore d'improvviso cominciò a urlare come un pazzo sanguinario, brandendo uno dei remi della barca e agitandolo in aria. Che cosa avrebbe mai potuto spaventare un pescatore tanto sicuro di sé? Crocolischi? Saurok? Cominciai a temere per la mia incolumità quando vidi che cosa l'aveva terrorizzato: un procione.

Questi esserini ricoperti di pelliccia erano dei ladri esperti, particolarmente amanti del pesce. In altre parole, per i pescatori erano una sventura. Il procione nella nostra barca aveva grinta da vendere. Non fece nemmeno un passo indietro quando Ryshan cominciò a picchiare il remo sul ponte. Anzi, l'animaletto contrattaccò, fischiando contro il pescatore e agitando i suoi artigli.

I procioni solitamente restavano nella Valle dei Quattro Venti, ma questo si era spinto fino a Krasarang. Cercai di calmare Ryshan, promettendogli che mi sarei occupata io di quella palla di pelo e garantendogli che non avrebbe messo le sue zampe su alcun pesce. Era il minimo che potessi fare. Dopotutto, quel procione era un avventuriero come me. In qualche modo, l'animaletto mi ricordava mio fratello maggiore, Shisai. Forse per la sua faccia paffuta e le orecchie pelose. O forse per il fatto che prendeva delle briciole di cibo finite nella sua pelliccia e le mangiava, incurante di quanto potesse essere disgustoso. Qualunque fosse la ragione, decisi di chiamare il procione col nome di mio fratello. Strano a dirsi, mi mancava davvero Shisai. Be'... almeno un po'.

Una volta raggiunte le palafitte, Ryshan e i suoi compagni cucinarono alcuni dei pesci trovati quel giorno e mi raccontarono le loro storie migliori sulla pesca. Quando dissi che venivo dall'Isola Errante, la presero come una sfida a raccontare storie ancora più incredibili, e cominciarono a cianciare di un cucciolo di Kraken che avevano pescato anni prima.

Solo i Lancialenza e i pazzi. Sì. Concordo.

Una delle cose più interessanti di cui i Lancialenza mi parlarono fu il Tempio della Gru Rossa. L'enorme edificio si trovava al centro della Giungla di Krasarang ed era stato costruito in onore del Celestiale Chi-Ji, conosciuto come la Gru Rossa. Ryshan disse che questa potente e benefica creatura era chiamata anche "spirito della speranza". Non molto tempo prima, qualcosa di estremamente pericoloso era fuggito dalle profondità del Tempio della Gru Rossa: lo Sha. Alla fine quella strana malvagità era stata sconfitta, ma non prima di aver ricoperto tutta la giungla con un'ombra di disperazione.

Avevo già sentito parlare dello Sha durante l'attacco dei Mantid ad Arapietra, quando mi trovavo nella Valle dei Quattro Venti. Perché queste inquietanti creature continuavano a spuntare fuori? Cosa stava accadendo in tutta Pandaria? Anche solo pensare allo Sha mi faceva venire i brividi. Fu difficile dormire, quella notte.

Il mattino successivo, mi stavo preparando a continuare la mia ricerca del luogo di nascita dell'Isola Errante quando un enorme aerostato si fermò proprio sopra le Palafitte dei Lancialenza! Il pilota, un pacato Pandaren di nome Shin Nuvola Soave, era venuto dalla regione settentrionale del Massiccio del Kun-Lai per ritirare un carico di pesce. A quanto pareva, doveva consegnarlo in un luogo sacro in cima alle montagne: il Tempio della Tigre Bianca. Il pesce di Krasarang doveva davvero essere il migliore di Pandaria, per far viaggiare Shin così tanto a sud?

Più Shin parlava del Kun-Lai, più la mia voglia di visitarlo cresceva. Il pilota dell'aerostato mi disse che ero la benvenuta, se volevo accompagnarlo e aiutarlo col carico di pesce. Come rifiutare? Certo, non avevo ancora trovato il posto in cui Liu Lang e la Grande Tartaruga avevano iniziato il loro viaggio insieme, ma almeno mi ero fatta un'idea di dove si trovasse. Lo zio Chen e io ci saremmo sempre potuti tornare, un giorno o l'altro. Ma quando avrei avuto un'altra occasione di visitare il Kun-Lai? Con mio zio rintanato nel birrificio, ci sarebbero potute volere settimane, o addirittura mesi, prima di riuscire a visitare le regioni più distanti di Pandaria. Forse, non ci saremmo nemmeno mai riusciti. Me lo immaginavo, lo zio Chen, seduto nel birrificio, a bere barili e barili di birra e a diventare più grosso dell'aerostato di Shin... magari, troppo grosso anche per passare dalle porte dell'edificio!

C'era solo una cosa da fare: mi tirai su le maniche, feci un bel respiro e cominciai a caricare i barili di pesce nel grosso cesto che pendeva dall'aerostato. A lavoro finito probabilmente puzzavo come un vero pescatore, ma era un piccolo prezzo da pagare per avere in cambio un viaggio gratuito verso un posto tanto misterioso e speciale come il Massiccio del Kun-Lai.

Dopo aver salutato i Lancialenza, ficcai Shisai nel mio zaino e saltai a bordo dell'aerostato di Shin. Poco dopo stavamo volando sopra la Giungla di Krasarang e andando sempre più in alto, sempre più alto! Il vento ci spinse verso nord, oltre la Foresta di Giada, fino alle maestose montagne del Kun-Lai. Attraverso degli spiragli che si aprirono fra le nuvole bianche e soffici, intravidi la mia successiva destinazione.

Quando dissi a Shin quanto mi sembrava bello il Kun-Lai da lassù, divenne triste. "Buffo come tutto sembri perfetto, guardandolo dal cielo," disse. "Il Kun-Lai è un posto meraviglioso, come dici tu, ma in questi giorni non tutto va per il meglio. Una tempesta sta per scatenarsi sul massiccio, piccola cara."

Shin continuò, spiegandomi che la guerra era arrivata anche nel Kun-Lai. Mi disse di non preoccuparmi, perché la zona in cui mi stava portando era sicura, ma cominciai a chiedermi se andare con lui non fosse stato uno sbaglio.

Poi mi ricordai che, come lo zio Chen, ogni grande esploratore ha bisogno di visitare anche le terre pericolose, oltre a quelle in pace. Faceva tutto parte dell'essere un viandante. Feci un respiro profondo e guardai di fronte a me, pronta ad affrontare qualsiasi sfida mi stesse aspettando nelle regioni nevose del Massiccio del Kun-Lai!

***

Annotazione 8: il Massiccio del Kun-Lai

Ero convinta che la Foresta di Giada fosse una terra immensa, ma il Massiccio del Kun-Lai la superava di gran lunga. Le montagne erano talmente alte che anche dalla mongolfiera dovevo allungare il collo come una gru per vedere le cime innevate che sparivano nelle nuvole.

La nostra destinazione, il Tempio della Tigre Bianca, si trovava nella parte nordorientale del Kun-Lai. Come i templi della Foresta di Giada e della Giungla di Krasarang, era dedicato a uno dei leggendari Celestiali dei pandaren. In questo caso si trattava di Xuen, la Tigre Bianca. Il pilota della mongolfiera, Shin, ne parlava anche come lo spirito della forza, di sicuro la qualità ideale per quelle montagne inospitali.

I giardini del tempio erano congelati quando arrivammo. Le zampe mi si intorpidirono prima ancora che finissi di scaricare tutti i barili di pesce. Anche quel procione, Shisai, non poteva evitare il freddo, con il ghiaccio che gli ricopriva la pelliccia dalla testa alla coda, congelandogli anche i baffi. Mi sarei sentita dispiaciuta per il piccolino, se solo non si fosse comportato così male negli ultimi giorni. Giusto la notte prima aveva tentato di mordermi perché l’avevo sorpreso a rubare del pesce dai barili!

C’era qualcosa che non andava in lui, ma non riuscivo a capire cosa... Non ancora.

Dopo aver fatto la nostra consegna, tornammo in cielo e ci dirigemmo verso gli altipiani del Kun-Lai meridionale. Era lì che viveva la maggior parte degli abitanti della regione. Oltre a delle capanne di Hozen e ad alcuni villaggi di pandaren, vidi un accampamento di Jinyu sulla sponda del lago chiamato Stagno dei Branchiafosca. Avevo sperato di scoprire di più sulla cultura e sul passato dell’antica razza anfibia; soprattutto, avrei voluto sapere come potessero mettere dei pesciolini nelle bolle per poi farli volare in aria.

Ma non ebbi l’occasione di conoscere i Branchiafosca. A dire il vero, non potei godermi nessuno degli incredibili panorami del Kun-Lai. A ogni secondo che passava, Shisai diventava più pericoloso e imprevedibile.

"È arrabbiato," mi spiegò Shin, notando lo strano comportamento del procione. "Ma non è colpa sua... " Il pandaren proseguì raccontandomi che uno Sha, un essere di pura rabbia, era scappato dalla sua prigione in cima alle montagne. Stava terrorizzando tutto l’altopiano, scatenando la violenza tra le diverse popolazioni che vivevano lassù.

A peggiorare le cose, ci si erano messi anche dei nomadi pelosi dalla faccia di yak chiamati Yaungol, che avevano invaso la regione da ovest. Quegli esseri tanto grossi quanto stupidi si comportavano come i padroni di quel luogo, bruciando e radendo al suolo tutto ciò che incontravano sulla loro strada. Shin non sapeva se l’improvvisa apparizione degli Yaungol avesse a che fare con lo Sha, ma sicuramente quelle bestie non rendevano il Kun-Lai un luogo più sicuro.

Anche se non potevamo fare molto per combattere lo Sha o gli Yaungol, potevamo ancora aiutare il mio procione. Shin disse che conosceva la persona giusta per curare gli eccessi di rabbia di Shisai: Yon il Coraggioso.

Yon viveva in una piccola caverna sul Picco Kota, una lontana montagna nella zona sudoccidentale del Kun-Lai. Era un pandaren eccentrico, famoso per la sua abilità nell’addomesticare mascotte selvatiche per poi insegnare loro a combattere. Per fortuna, poiché Shin era amico di vecchia data di Yon, l’allenatore ci diede il benvenuto nella sua casa e fu ben contento di aiutare Shisai. Esaminò quindi con attenzione lo scontroso procione. Ogni tanto, Yon si voltava verso le mascotte che teneva nella sua caverna per far loro delle domande, oppure borbottava qualcosa sottovoce. Ma ciò che più mi incuriosiva erano tutte le strane maglie, gli stivali e le sciarpe appesi ai muri. Chiaramente, erano stati lavorati per adattarsi ai diversi tipi di mascotte. Ogni pezzo di vestiario aveva il nome di Yon ricamato sopra!

"Ridi pure se vuoi," disse l’allenatore sulla difensiva, quando mi vide fissare quel vestiario. "Ma quassù fa molto freddo ed è importante che le mascotte stiano al caldo. Potrebbero subire degli strappi muscolari."

Eh già... Yon era un po’ pazzo, ma mi piaceva. Mi ricordava i maestri Monaci sull’Isola Errante, che dedicavano la loro intera vita ad allenarsi nell’arte che avevano scelto. Solo che, invece di raggiungere l’equilibrio interiore, Yon faceva combattere i conigli contro i cuccioli di crocolisco. C’era grande dedizione anche in lui, insomma.

Il giorno successivo, Yon mi mostrò come comportarmi con Shisai per "focalizzare la sua rabbia". Allora capii che intendeva addestrare il procione per farlo scontrare con altre mascotte. Non mi sarei mai aspettata che la piccola e spelacchiata palla di pelo sarebbe stata capace di usare delle tecniche di combattimento, invece dimostrò di essere anche piuttosto bravo!

Shisai stava dando del filo da torcere a una della mascotte di Yon abituata agli scontri (grazie ai miei consigli strategici, naturalmente). Cosa più importante, il combattimento calmò davvero Shisai. Picchiando a destra e a manca i suoi avversari, tornò a essere il procione che conoscevo, anche se con più cicatrici.

Il mattino seguente, partii dal Picco Kota con Shin e Shisai. Prima che ce ne andassimo, Yon mi diede una borsa con delle provviste per la mia mascotte: giocattoli da mordere per tenere tranquillo Shisai quando s’innervosiva, dolcetti e parecchie altre cose. L’allenatore non chiese mai nulla in cambio e lo rispettai molto per questo: aveva aiutato Shisai perché amava le mascotte selvatiche e il loro addestramento. E credo sapesse che non avevo assolutamente nessuna moneta da dargli...

Shin guidava la mongolfiera verso est mentre parlavamo di dove mi avrebbe fatta scendere. A metà conversazione, qualcosa a terra catturò la mia attenzione: decine e decine di pandaren stavano attraversando una gigantesca porta sul confine meridionale del Kun-Lai.

Shin la chiamò la Porta dei Venerabili Celestiali. Fu sorpreso di vederla aperta. A quanto mi disse, quella barriera era rimasta chiusa per migliaia d’anni. Al di là del muro vi era un luogo da sempre ammantato di mistero e leggenda: la Vallata dell’Eterna Primavera. Una terra dove in pochi avevano potuto mettere piede.

In altre parole, visitare la Vallata era il realizzarsi del sogno di qualunque avventuriero. Di sicuro, sarebbe stata quella la mia prossima destinazione.

Annotazione 9: la Vallata dell’Eterna Primavera

La Vallata dell’Eterna Primavera era come un mondo a parte, nascosto nel cuore di Pandaria. Una calda brezza soffiava sulle colline dorate. I petali, come le foglie, si staccavano dagli alberi e danzavano nell’aria, carica del loro dolce profumo. E quelli che cadevano, invece di diventare secchi e aridi come quelli normali, rimanevano soffici come appena sbocciati, per giorni.

Molte delle cose che vidi concordavano con le leggende che avevo sentito riguardo la Vallata. I piccoli a Pandaria, infatti, crescevano ascoltando la narrazione di molte favole su quel luogo. Una delle storie più famose raccontava che nella regione sorgeva un gruppo di stagni magici. Alcuni sostenevano addirittura che le acque avessero effetti miracolosi! C’era decisamente qualcosa di speciale nella Vallata, e io non ero l’unica a voler vedere di persona se tutte quelle storie fossero vere.

Dozzine di rifugiati pandaren si accalcavano nella valle dorata. Quasi tutti erano dovuti fuggire dal Massiccio del Kun-Lai, le loro case distrutte dall’invasione degli Yaungol. Quella povera gente portava con sé tutto quello che poteva, il che in molti casi si riduceva ai vestiti che indossavano. Quelli più fortunati avevano uno o due yak, alcuni gioielli di famiglia e abbastanza cibo per resistere forse un paio di giorni.

Io mi unii a due rifugiati, un pandaren di nome Buwei e suo figlio, Piccolo Fu, che stavano viaggiando da soli. Erano entrambi piuttosto silenziosi, finché io non ci misi un po’ del mio fascino da Triplo Malto e li feci parlare. Scoprii così che Buwei e suo figlio avevano perso tutto in un attacco degli Yaungol al Kun-Lai... anche il resto della loro famiglia. Ora, padre e figlio stavano dirigendosi verso Calanebbia, un villaggio della Vallata che era diventato il rifugio di molti pandaren del Kun-Lai.

Come tutti i rifugiati, Buwei e il Piccolo Fu pensavano che avrebbero trovato la pace nella Vallata. Come biasimarli? Fino a pochi giorni prima, la Vallata era rimasta isolata dalle altre aree di Pandaria per millenni. Per tutto quel tempo, i Venerabili Celestiali l’avevano custodita con attenzione. Le creature leggendarie avevano scelto accuratamente degli individui speciali, i membri del Loto Dorato, che li aiutassero a proteggere la Vallata. I pandaren che conobbi dissero che era un grande onore essere scelti come membri di quel sacro ordine, ma a me l’intera faccenda sembrava piuttosto strana. Non riuscivo proprio a immaginarmi una creatura divina che un giorno mi compariva davanti e mi chiedeva di lasciare gli amici e la famiglia per vivere il resto dei miei giorni in una vallata segreta...

Ma a parte questo, capivo perché i rifugiati andassero nella Vallata: con i Celestiali e il Loto Dorato vicini, probabilmente lo ritenevano il posto più sicuro di tutta Pandaria.

Per lo meno, lo era stato.

Buwei mi raccontò che la Vallata un tempo era stata la sede dell’Impero dei Mogu. Di recente, quelle grosse carogne avevano trovato un modo per rientrarvi e reclamare la terra un tempo loro. Era difficile immaginare dei Mogu che governavano su un luogo tanto bello quanto la Vallata, ma c’erano loro statue davvero dappertutto!

Nonostante le notizie riguardanti i Mogu, Buwei e il Piccolo Fu cominciarono a rallegrarsi, man mano che i giorni passavano. Mi sarebbe piaciuto prendermene il merito, ma l’onore andava tutto al mio piccolo procione, Shisai. La palla di pelo, una volta lasciato il Kun-Lai, aveva perso quasi tutta la sua carica aggressiva. Per sicurezza, insegnai comunque ai due rifugiati come calmarlo nel caso fosse diventato irascibile, con i dolcetti e i giochi masticabili. Buwei e suo figlio giocarono a lungo con il procione. Probabilmente, averlo intorno li distraeva dal pensiero della loro terribile perdita, e questo valeva soprattutto per il Piccolo Fu: sorrideva solo quando teneva Shisai in braccio. Presto, quel piccolo pandaren divenne un esperto nell’occuparsi dell’animaletto.

Quando finalmente giungemmo a Calanebbia, rimasi sorpresa da quanto grande e vivace fosse. Le pietre lungo le strade del villaggio erano antiche e consumate, ma molti edifici sembravano appena costruiti. Buwei disse che Calanebbia un tempo era più piccolo, solo poche strutture qua e là occupate dai membri del Loto Dorato, poi però la prima ondata di pandaren dal Kun-Lai l’aveva fatto espandere in fretta.

Ai rifugiati non servì molto tempo per sentirsi a casa: i rumori dei pandaren che parlavano, ridevano e cantavano riecheggiavano da ogni angolo del villaggio. Molti dei carretti che avevano usato per trasportare le proprie cose erano stati riadattati come tavoli e banchetti da mercato. I pezzi avanzati venivano usati come legna da ardere per fare il fuoco sotto enormi pentoloni dove ribolliva il pesce al curry verde o per arrostire spiedini di pollo alle arachidi. Talvolta mi capitava di vedere dei folletti, come quelli sull’Isola Errante, che sbirciavano da sopra i tetti. Quei piccoletti dispettosi guardavano i rifugiati occuparsi delle loro cose e poi d’improvviso sparivano.

La visita a Calanebbia fu interessante, ma avevo voglia di esplorare anche il resto della Vallata. Un giorno mi alzai presto mentre Buwei e il Piccolo Fu dormivano ancora. Con le braccia strette intorno a Shisai, il piccolo pandaren sorrideva nel sonno. Avevo pensato di portare il procione con me, ma dopo aver visto quanto rendeva felice il figlio di Buwei... come avrei potuto? Dopo tutto quello che aveva dovuto affrontare, il Piccolo Fu meritava di avere Shisai. Inoltre, ero stanca di trovare peli di procione sui vestiti, nel cibo e nel tè tutti i giorni. Almeno, fu questo che mi dissi per non scoppiare a piangere come una poppante, mentre scrivevo un biglietto d’addio per Buwei e suo figlio. Poi, me ne andai dal villaggio.

Poco dopo l’alba, qualcuno - o qualcosa - cominciò a seguirmi nella Vallata. Me lo sentivo nello stomaco, ma più di tutto me lo suggeriva lo strano odore che sentivo nell’aria, come di incenso. Mi ricordava Ryshan e gli altri pescatori della Giungla di Krasarang: un misto di pelliccia bagnata e pesce. Seguii la traccia dell’odore e scoprii il mio inseguitore nascosto dietro un grosso masso. All’inizio pensai che si trattasse di mia nonna Mei, ma dopo aver guardato meglio capii che quella cosa non aveva tutta la pelliccia che avrebbe dovuto avere. Anzi, non ne aveva per niente.

Era un Grumyan. Avevo già visto quelle strane creature nel Kun-Lai, ma non ne avevo mai incontrato uno da vicino. Erano scalatori esperti ed esploratori dall’incredibile olfatto. Aggirarsi per le montagne li aveva resi estremamente superstiziosi e avevano l’abitudine di portare con sé dei talismani (come monete o zampe di coniglio) che chiamavano "portabene". I Grumyan spesso prendevano anche il nome dal loro portabene preferito, il che, nel caso del mio amico, ne spiegava il terribile odore...

"Messaggero Coda di Pesce al tuo servizio!" disse il Grumyan. "Chen Triplo Malto mi ha mandato a cercarti, ma è stato molto difficile. Ti seguo da giorni, per essere sicuro che tu sia veramente tu. Non hai un odore abbastanza forte. Avresti bisogno di un altro portabene."

"Oppure potevi semplicemente chiedermi chi sono," gli risposi.

"Un Grumyan si fida principalmente del suo naso."

Mi porse una pergamena indirizzata a me dallo zio Chen. Tra una chiazza di birra e dei pezzetti di tofu piccante appiccicati tra le lettere, lessi che aveva finalmente alzato le chiappe e se n’era andato dal birrificio. Non solo, ma aveva incontrato degli altri Triplo Malto nel Resinificio del Tramonto, una sorta di insediamento in una regione che chiamava misteriosamente le Distese del Terrore. Mi disse che ci saremmo dovuti incontrare vicino a una delle torri di guardia lungo la Muraglia Serpeggiante, il grande muro che correva lungo tutto il versante occidentale di Pandaria.

E Li Li, scrisse lo zio Chen in chiusura della lettera, qualunque cosa accada, non andare dall’altra parte del muro! Sarebbe estremamente pericoloso. Quando arrivi alla torre di guardia, resta ferma lì.

Il fatto che non accennasse nemmeno alla mia fuga senza il suo permesso mi fece innervosire. Nelle Distese del Terrore stava succedendo qualcosa di grosso, se mi faceva passar liscia una cosa così. Per quanto mi dispiacesse lasciare la Vallata, sapevo che mio zio Chen aveva bisogno di me. E, be’, avevo anche una gran voglia di salire sulla muraglia.

"Vieni, seguimi!" il messaggero Coda di Pesce si diresse verso ovest, dove la Muraglia Serpeggiante costeggiava il confine della Vallata. "Ti porterò sulla muraglia, ma dobbiamo fare in fretta. Soffia vento da est. Significa buona fortuna e viaggi tranquilli!"

Anche da molto lontano, la Muraglia Serpeggiante appariva enorme. La prima volta che l’avevo vista ero nella Valle dei Quattro Venti. Sin da quel momento avevo sperato di poter guardare un giorno l’intera Pandaria da lassù.

Bene, quel giorno stava arrivando.

***

Annotazione 10: le Steppe di Tong Long

La leggenda narra che la Muraglia Serpeggiante sia stata costruita con miliardi di pietre.

Sì. Miliardi.

In passato, avevo creduto che fosse solo una diceria. Ma quando finalmente mi trovai davanti alla grande muraglia e mi resi conto di quanto fosse grande, cominciai a credere a quella leggenda. La Muraglia Serpeggiante si stendeva come un'enorme serpe sinuosa verso sud, arrivando talmente lontano che non ne potevo vedere la fine. In cima era larga abbastanza perché diversi carri potessero percorrerla uno a fianco all'altro, e ci sarebbe stato anche posto per un pandaren grasso come lo zio Chen che vi camminasse in mezzo. Alcune parti della muraglia erano state ricostruite di recente, lo si capiva dalle pietre lisce e tagliate con precisione. Altre zone erano più grezze e rovinate, scavate dagli elementi e ricoperte dei segni inferti durante le passate battaglie.

Trovarmi di fronte alla Muraglia Serpeggiante era un sogno che diventava realtà, specialmente dopo tutto il tempo che avevo impiegato ad arrivarci. Seguendo le dettagliate istruzioni dello zio Chen, il messaggero Grumyan Coda di Pesce mi aveva portato a una delle torri di guardia della muraglia addirittura nel Kun-Lai. Una volta arrivati alla muraglia, capii perché avevamo fatto un giro così largo.

Lo zio Chen aveva fatto in modo che ci fosse una scorta ad aspettarmi... un membro degli Shandaren!

Si chiamava Min. Per generazioni, il suo misterioso ordine aveva vegliato sulla Muraglia Serpeggiante proteggendo Pandaria dai pericoli, come i Mantid. Era vestito come la maggior parte degli Shandaren: armatura leggera, un ampio cappello abbassato sugli occhi e un fazzoletto sul volto. Non parlava molto, ma le cose che mi disse furono tutte molto interessanti. Mi raccontò che ogni pietra della muraglia aveva una storia: ricordi di come i guardiani Shandaren avevano respinto gli assalitori, a volte sacrificando la vita stessa per compiere il proprio sacro dovere.

Mentre ci muovevamo verso sud, cominciò a piovere. Invece di formare delle grosse pozze, l'acqua scivolava attraverso le scanalature nelle pietre e poi scendeva formando mille piccole cascate sui lati della muraglia. Stavo ammirando l'architettura di quella barriera quando notai qualcosa di strano in Min: teneva sempre un occhio rivolto verso ovest, come se per lui fosse un'abitudine, una seconda natura. La terra verso occidente era conosciuta come le Steppe di Tong Long, un luogo caratterizzato da ampie colline erbose interrotte da affioramenti rocciosi. Qua e là, grossi alberi, detti kypari, svettavano alti verso il cielo. Alcuni sembravano alti tanto quanto la Muraglia Serpeggiante.

Il Tong Long era una terra aspra abitata da una popolazione barbara: gli Yaungol. Min mi disse che durante gli anni passati era possibile scorgere dalla muraglia enormi gruppi di questi nomadi pelosi spostarsi lungo le colline. Ora, invece, l'area sembrava deserta. In cielo, gruppi di avvoltoi volteggiavano sopra i resti inceneriti degli accampamenti degli Yaungol.

Il Tong Long era stato attraversato dalla guerra. Tutto era cominciato quando i Mantid avevano invaso la regione, costringendo gli Yaungol a cercare rifugio nel Kun-Lai, dove al loro arrivo distrussero i villaggi dei pandaren. Lo Sha aveva corrotto profondamente quelle bestie, rendendole più violente di quanto non fossero naturalmente. Alla fine, i pandaren e i loro alleati riuscirono a sconfiggere gli Yaungol.

"Non nutro alcun risentimento contro gli Yaungol," disse Min. "Gli Shandaren fanno solo ciò che devono per proteggere Pandaria. Le nostre azioni non sono dettate dalle emozioni: ci alleniamo costantemente nel tenerle sotto controllo, così da non esserne schiavi. Ma fatti coraggio, piccolina: quei nomadi sono sopravvissuti e la loro cultura continuerà a vivere. Soprattutto, spero che l'esperienza sia loro servita da lezione."

Min non disse altro durante il resto del viaggio, il che fu un bene per me. Avevo molto a cui pensare. Avevo desiderato che gli Yaungol fossero puniti per le terribili cose che avevano fatto nel Kun-Lai, ma dopo aver visto la desolazione del Tong Long non sapevo più cosa pensare. Mi sarei dovuta sentire felice o triste?

Quando raggiungemmo la torre di guardia dove avremmo dovuto incontrare lo zio Chen, la pioggia smise di cadere e le nuvole scomparvero. Il bel tempo mi sollevò il morale... finché non notai l'assenza di mio zio. E mancavano anche le guardie solitamente in servizio presso quella torre.

Prima che potessi chiedere a Min dove fossero finiti tutti, i Mantid attaccarono.

Gli insetti ci avevano teso un'imboscata, aggrappandosi alla parte esterna della Muraglia Serpeggiante. Decine di loro saltarono improvvisamente e ci circondarono. Ci bloccarono la strada verso nord, verso sud e verso est, impedendoci di fuggire e obbligandoci ad andare verso il ciglio della muraglia che guardava verso il Tong Long. Avevo già combattuto i Mantid nella Valle dei Quattro Venti, ma non bastava a rendere più facile l'incontro. Le loro strane antenne, le mandibole, le ali sottili come fogli di pergamena... mi facevano venire i brividi.

Min affrontò alcuni degli insetti con la sua lancia. Colpiva, parava e schivava come se sapesse quello che i Mantid avrebbero fatto ancora prima che lo facessero. Balzai in avanti per aiutarlo, ma lui mi trattenne.

"Abbiamo alcune scorte segrete di rifornimenti nascoste vicino alle torri di guardia," disse con calma, mentre faceva roteare la lancia e respingeva indietro un gruppo di Mantid che si avvicinavano da un lato. "Cerca una pietra con una tigre ringhiante incisa sopra. È il simbolo degli Shandaren. Rimuovila e prendi la fune che troverai lì sotto."

Trovai uno di quei blocchi di pietra vicino ai suoi piedi e lo aprii facendo leva con il mio bastone. Sotto la pietra c'era una grande camera contenente diverse sacche di cibo essiccato e una grossa fune. Mentre teneva lontani i Mantid, Min mi ordinò di legargli la fune attorno alla vita e poi gettò l'altro capo oltre il ciglio del muro.

Poi, mi disse di usarla per calarmi giù.

Rimasi basita. Scendere dalla colossale Muraglia Serpeggiante con una fune era una cosa, ma farlo sapendo che la mia àncora stava combattendo contro un piccolo esercito di Mantid era diverso. Inoltre, cosa avrei trovato una volta giunta a terra? Ricordavo il messaggio criptico che lo zio Chen mi aveva scritto: E Li Li, qualunque cosa accada, non andare dall'altra parte del muro! Sarebbe estremamente pericoloso.

Ma più di ogni altra cosa, mi sembrava sbagliato abbandonare Min. Eppure, cos'altro avrei potuto fare? Era uno Shandaren e un Monaco del più nobile ordine. Sapeva quello che stava facendo e, se volevo guadagnarmi il suo rispetto, dovevo seguire le sue indicazioni.

Così, mi calai. Per tutto il tempo che impiegai a scendere, potevo sentire il clangore della lancia di Min contro le spade e le armature dei Mantid. Continuai a sperare che si sporgesse dalla muraglia per dirmi che la battaglia era finita. Ma non lo fece.

Quando ero ormai vicina a terra, la fune d'improvviso si allentò. Qualcuno l'aveva tagliata. Caddi e atterrai su un cespuglio spinoso ai piedi della muraglia. Rimasi ferma immobile, temendo il peggio. Feci un respiro di sollievo quando Min finalmente si affacciò dall'alto e cominciò a urlare.

La distanza che ci separava rendeva praticamente impossibile sentire quello che stava dicendo. A quanto capii, aveva ucciso tutti i Mantid, ma l'ultimo era riuscito a tagliare la fune. Min continuava a indicare a sud e dall'agitarsi delle sue braccia capii che stava cercando di dirmi qualcos'altro. Era un grande Monaco (uno dei migliori che abbia mai visto) ma in quando a farsi capire coi gesti non era granché, nemmeno se si trattava di una questione di vita o di morte. Per quanto mi riguardava, sapevo solo che restare ferma era una cattiva idea. Con la fune tagliata, non c'era modo di tornare in cima alla muraglia. E se i Mantid avevano attaccato lì, certamente ce ne sarebbero stati altri nei pressi del punto in cui ero finita, pronti a lanciare un'altra imboscata.

Il Tong Long aveva un'aria molto più pericolosa, visto da terra. L'erba era stranamente fredda. Il cielo limpido era scomparso dietro una coltre di nuvole nere. Un tuono rimbombò. Tutte le colline e i macigni giganti intorno erano luoghi perfetti dove bestie affamate avrebbero potuto nascondersi.

Ma la mia più grande preoccupazione restava lo zio Chen. Dov'era? Perché non si era fatto vedere? Non poteva essersene dimenticato. Il pensiero che i Mantid avessero potuto fargli del male mi attraversò la mente, ma sapevo per certo che lui era molto più forte di quegli insetti. Li avrebbe ridotti in pezzi anche con una zampa legata dietro la schiena (o, più probabilmente, impegnata a reggere un boccale di birra).

Decisi di andare verso sud, verso le Distese del Terrore, a cercare il Resinificio del Tramonto per conto mio. Forse laggiù qualcuno sapeva che cosa fosse successo allo zio Chen o dove fosse andato.

Era un azzardo, ma a quel punto non avevo altra scelta.

Annotazione 11: le Distese del Terrore

La prima volta in cui ebbi davvero paura, e fu puro terrore, risale a quando vivevo sull'Isola Errante. Ero ancora molto piccola e mi trovavo nella Gran Biblioteca a leggere il Book of the Turtle. Dopo poche pagine, notai una macchia d'inchiostro sulla pergamena. Nel tentativo di cancellarla, peggiorai le cose. Così mi prese il panico, ficcai il libro in un angolo buio e polveroso della biblioteca e pregai che l'accaduto rimanesse un segreto per sempre.

Per i tre giorni successivi vissi nell'angoscia, sicura che mi avrebbero scoperta. Riuscivo a malapena a mangiare e a dormire. Non lasciavo quasi mai la mia stanza. La paura si era impadronita di me come uno degli spiritelli malvagi delle favole spaventose che mi raccontava nonna Mei. Al termine del terzo giorno, i bibliotecari scoprirono quello che avevo fatto (per fortuna, il libro era una copia che tenevano a portata di mano). Come punizione, mio padre mi obbligò a scrivere le parole della "Canzone del Vecchio Lang" alcune migliaia di volte, ma la cosa non mi pesò affatto. La vera punizione erano stati quei tre orribili giorni di terrore.

Non avevo più avuto davvero paura... finché non scoprii le Distese del Terrore, patria dei mantid. Vi entrai da un punto più lontano dalla Muraglia Serpeggiante di quanto volessi. Un enorme burrone separava le Steppe di Tong Long dalle Distese del Terrore. Avevo proseguito verso ovest lungo il precipizio finché non avevo trovato un ponte naturale, il tronco scavato di un enorme albero abbattuto, che usai per passare dall'altra parte.

Lo Sha della Paura aveva trasformato quel luogo in una surreale immagine speculare di Tong Long. La conformazione era la stessa, con ampie colline, rocce e giganteschi alberi kypari, ma ogni cosa sembrava strana e innaturale. In alto, una massa di nuvole nere turbinava in un grande vortice minaccioso. Il cielo attorno brillava di una luce spettrale. Chiazze bianche e nere di energia Sha ribollivano su tutto il terreno. Furono loro a ricordarmi della macchia d'inchiostro sul Libro della Tartaruga. E davvero, a ogni respiro e a ogni passo che facevo, un brivido mi correva lungo la schiena, facendomi rivivere il terrore di quei tre giorni d'angoscia.

Volevo solo scappare. L'avrei anche fatto, se non avessi avuto in mente lo zio Chen. Dovevo trovare il Resinificio del Tramonto.

Più mi concentravo su quel luogo, più mi calmavo. Continuavo a ripeterne il nome nella testa, mentre mi avvicinavo alla base di un albero kypari (chiamato Kor'vess, scoprii poi). Le radici che uscivano dal terreno erano talmente grandi che si curvavano sopra di me come enormi archi. Frammenti di ambra brillante si staccavano dai rami, fluttuando nell'aria come pigre lucciole. Qua e là, notai delle porte a volta e delle finestre a nido d'ape costruite sul tronco del kypari. C'era qualcosa che mi ricordava gli insetti, in quelle architetture, e poi capii che dovevano essere stati i mantid a crearle: gli insetti vivevano dentro gli alberi!

Fortunatamente, non vidi nessun mantid nelle vicinanze, almeno nessun mantid vivo. C'erano infatti cadaveri di insetti ovunque, come dopo una battaglia cruenta. Nonostante ciò, continuai a essere prudente e a restare all'ombra delle radici del kypari, cercando indizi che mi avrebbero potuto indicare in che direzione si trovasse il Resinificio.

La prima svolta arrivò quando trovai i resti di una botte di legno di chiara fattura pandaren. Sui resti c'erano gocce d'ambra, quindi pensai: forse i pandaren che vivevano nelle Distese del Terrore andavano in cerca dell'ambra dei kypari? Poteva essere. I mantid usavano l'ambra per qualsiasi cosa, dal creare le loro armi al costruire le loro case. Avevo anche sentito dire che quella sostanza appiccicosa aveva proprietà curative. In altre parole, era l'ingrediente ideale per produrre una qualche birra rara.

Mi ci volle quasi un'ora per trovare il Resinificio presso un altro albero kypari, vicino a Kor'vess. Dei pandaren coperti di un'armatura leggera tagliavano la legna accanto all'insediamento ben fortificato. Spirali di vapore uscivano dai pentoloni pieni di orzo e luppolo. Gocce d'ambra cadevano dall'albero in appositi barili. Tutto sommato, quel posto aveva un'atmosfera accogliente, anche se un po' rude.

Feci pochi passi nel Resinificio e sentii una voce familiare.

"... e gli shandaren dicono di averla vista l'ultima volta mentre si dirigeva verso le Distese del Terrore" stava dicendo lo zio Chen. Si trovava in un angolo in fondo all'insediamento, accanto ad altri tre pandaren.

"Allora che cosa stiamo aspettando?" rispose qualcuno. Si trattava di una donna più anziana, con i capelli raccolti in due crocchie. Diede un calcio a un grasso pandaren che se ne stava a ronfare per terra. "Alzati, Grande Dan! Non possiamo permetterci di perdere un'altra Triplo Malto."

"State cercando me?" li interruppi.

Tutte le teste si voltarono all'unisono. La sorpresa sul volto dello zio Chen gli dava un'espressione impagabile.

"Li Li!" Mi sollevò in aria e mi abbracciò forte. D'improvviso, tutta la mia paura si sciolse. Cominciai a scusarmi di aver lasciato il birrificio senza avvisare, ma lo zio Chen mi fermò.

"Come potrei essere arrabbiato con te per aver seguito il tuo desiderio di esplorare?" disse. "È quello che ho fatto anch'io tutta la vita. Sono solo sollevato che stai bene."

Lo zio Chen poi mi spiegò perché non era venuto a prendermi sulla Muraglia Serpeggiante. I mantid avevano attaccato alcune postazioni lungo la muraglia, impedendogli di proseguire. Una volta sconfitti gli insetti, aveva trovato il Monaco shandaren Min, che gli aveva raccontato che cosa mi era accaduto. Mio zio era quindi ritornato al Resinificio e stava giusto organizzando un gruppo per venirmi a cercare.

Un gruppo composto solo da Triplo Malto! I loro nomi erano Han, Mamma Min e Grande Dan.

"Hai attraversato il Tong Long e le Distese del Terrore da sola?" mi chiese Han.

"Certo che sì!" disse Mamma Min pizzicandomi la guancia. "È una Triplo Malto, cosa credi?"

Grande Dan sbuffò, si sedette e si stropicciò gli occhi. Ebbi l'impressione che non gli fosse familiare tutto quel movimento. Mi fissò in silenzio e poi alla fine disse, "Somiglia... somiglia moltissimo a Evie."

Mamma Min, lo zio Chen e Han annuirono e abbassarono lo sguardo. Quando chiesi chi fosse Evie, mi condussero fuori dal Resinificio, vicino al burrone che segnala il confine delle Distese del Terrore. Sul bordo del precipizio era stata posta una pietra tombale a lei dedicata.

Evie Triplo Malto.

Era morta durante una battuta di caccia nelle Distese del Terrore, uccisa dallo Sha o da un mantid (o forse da una combinazione dei due). Era stato lo zio Chen a trovarla. Non avevo mai incontrato quella ragazza, ma ne sentivo la mancanza. Quando Grande Dan aveva detto che le somigliavo, intendeva anche come personalità? Saremmo potute essere buone amiche, o addirittura intime come sorelle?

Lo Sha e i mantid avevano distrutto ogni possibilità di trovare una risposta a queste domande. Ero arrabbiata, non solo per Evie, ma per tutto quello che avevo visto nel mio viaggio attraverso Pandaria. In un modo o nell'altro, lo Sha aveva sconvolto l'intero continente. Quanti altri innocenti erano morti come mia cugina?

"Ti riporto nella Valle dei Quattro Venti," disse lo zio Chen. "Dovresti rimanere lì finché il problema dei mantid e dello Sha non sarà risolto. Non è sicuro esplorare una terra come questa."

"No," risposi. Esplorare quella terra era l'ultima cosa cui stavo pensando. "C'è un momento per esplorare e un momento per restare e combattere. Me lo hai scritto tu una volta nelle tue lettere. Bene, seguirò il tuo consiglio. Voglio restare e aiutare."

Temevo che lo zio Chen si sarebbe opposto e che mi avrebbe riportato comunque nella Valle, ma dopo qualche istante un sorriso riempì gli angoli della sua faccia paffuta. "Umpf... Parli come una vera viaggiatrice."

Quindi, tornammo al Resinificio. C'erano molte cose da programmare. Forse, non avrei combattuto contro lo Sha e i mantid in prima linea, ma avrei fatto qualsiasi cosa fosse necessaria per aiutare, fosse stato anche tagliare le bende o cucinare i pasti. Avrei fatto in modo che la morte di Evie significasse qualcosa... che Buwei e il Piccolo Fu potessero raggiungere la loro casa e cominciare una nuova vita... e che chiunque altro incontrassi durante i miei viaggi fosse al sicuro dall'influenza nefasta dello Sha.

Avrei fatto in modo che ci fosse ancora una Pandaria da esplorare, quando tutto fosse finito.

—Li Li Triplo Malto