In mare aperto
di Ryan Quinn

Non importa quante volte lo fai, non è mai facile. Ogni giorno, con addosso gli stessi vestiti infangati, in attesa per ore che un gruppo di nemici ti attacchi, ringhiando come lupi per tutto il tempo. Roteare e affondare continuamente la tua spada, finché non senti più le spalle e le braccia, terrorizzato all'idea che potresti venir ferito o che uno dei tuoi ragazzi potrebbe prendersi un coltello nella schiena. Finisci pieno di sangue e sudore che non sai nemmeno a chi appartengono, e torni a dormire in un buco che hai scavato giusto in tempo per scoprire chi è morto e chi è vivo. Poi qualcuno ti scuote, ti svegli e ricominci. A volte, prima, devi anche metterti a marciare.

Il ragazzo aveva guardato indietro verso Tarlo, basito. Probabilmente qualcuno l'aveva convinto che la guerra fosse finita e che l'Alleanza aveva vinto.

Certo, stavano molto meglio dei loro nemici, con Orgrimmar violata, il capo degli Orchi in catene e l'intera Orda in ginocchio a leccarsi le ferite.

E allora? Pandaria era stata devastata, com'era facilmente prevedibile. Ora che la minaccia più immediata era stata allontanata, gli abitanti del luogo parlavano spesso e volentieri di gratitudine, ma Tarlo sapeva che la loro gentilezza era solo apparente: impossibile avere due eserciti in lotta nella propria casa e non odiare tutti coloro che ne facevano parte.

Poi, l'Orda non era stata sconfitta del tutto, solo messa in rotta. C'era un nuovo capoguerra ora, e quindi ci sarebbe stata una nuova guerra, una volta che si fosse insediato. Chiunque avesse pensato che un Troll cannibale avrebbe portato l'Orda verso un'era di pace e di serenità avrebbe dimostrato di non conoscere affatto gli Zandalari.

Ma sì, avevano vinto.

Tarlo Mondan aveva partecipato alla campagna dei Pandaren fin dalla prima chiamata dei volontari, e aveva già visto un sacco di battaglie prima di allora. Orchi, non morti marci e ammuffiti, esseri cornuti che indossavano teschi umani: li aveva combattuti tutti ed era sopravvissuto.

Che cosa aveva ottenuto? Abbastanza cicatrici da costringerlo a radersi i capelli? Un po' di quattrini da mettere al sicuro in una banca? Non aveva figli, né moglie, né una casa che avesse costruito con le sue mani, con i quadri alle pareti. Nulla per cui valesse davvero la pena rischiare. Ora stavano navigando verso casa a bordo della Gloria del Maestro, ma sarebbe potuta essere una qualsiasi altra nave, piena zeppa di bottino e di nuove reclute. Indossavano delle uniformi pulite, le prime da mesi, tenevano al collo delle medaglie ottenute a buon mercato, e... cosa? Aspettavano la prossima chiamata alle armi?

Meglio che il ragazzo lo capisse subito. Meglio prima che dopo, quando sarebbe stato tardi, da solo davanti a qualche animale dell'Orda che gli si stava scagliando contro. Avrebbe potuto smettere finché era giovane.

Ma a quanto pareva, il ragazzo non l'aveva fatto. Aveva la stessa espressione idiota sul volto, quando la terza grande ondata notturna rotolò sul ponte della nave.

Tarlo finì in ginocchio. La schiuma bianca si rovesciò ovunque, gli entrò in bocca e gli bruciò le gengive rovinate, ma egli socchiuse gli occhi e si concentrò sul ragazzo.

La vela ciondolava dall'albero, quasi strappata a metà. Gli uomini gridavano per farsi sentire sopra il frastuono, urlavano, lottando per tenersi in piedi. La Gloria del Maestro stava beccheggiando e Tarlo si ritrovò lo stomaco in gola, mentre correva verso il ragazzo.

Era già a metà del ponte quando capì perché l'espressione sul volto del ragazzo non era cambiata: era accasciato contro il fianco della nave, spinto avanti e indietro dai piccoli riflussi dell'oceano. Delle scure schegge di legno impregnate d'acqua erano sparse sui suoi vestiti e gli galleggiavano intorno. La sua giubba un tempo blu era diventata di un viola malaticcio, intrisa com'era di sangue. Probabilmente un cannone gli era scivolato sopra e l'aveva schiacciato. O forse un longherone gli aveva spaccato il cranio. Oppure...

Mentre Tarlo stava ragionando sulle cause della morte del ragazzo, un'altra ondata rovesciò lateralmente la nave. I piedi gli si staccarono dal ponte e fu scagliato via, lontano. Per un istante, vide l'acqua di mare dappertutto sotto di sé. Solo poche ore prima ci aveva urinato dentro.

Tarlo si schiantò sull'oceano di schiena, perdendo metà dell'aria che aveva nei polmoni. In mezzo al ribollire e al turbinare dell'acqua, si sentiva tirare le braccia e le gambe come fossero state quelle di una bambola. Stava affondando.

No.

Il freddo era penetrante, come una lancia uscita dal nulla che lo trapassasse. Le sue dita si piegarono involontariamente. Gli faceva male anche aprire gli occhi.

No.

Giù. Il corpo rotolò più e più volte. L'acqua lo stava colpendo ovunque, colpi serrati, continui. Le braccia e le gambe s'agitavano convulse.

Tarlo si sentì come trascinato lontano verso il basso. Era dolorosamente consapevole che i polmoni cercavano disperatamente di espandersi. Alla fine ce l'avrebbero fatta, ed egli avrebbe respirato acqua. Non sapeva per quanto avrebbe resistito ancora. Serrò le labbra, se le morse, la testa avvolta nelle sue stesse bollicine.

I polmoni bruciavano sempre di più, il dolore si fece insostenibile. Le vene del collo gli pulsavano, tese come il sartiame.

Il petto gli stava per esplodere. Il suo corpo era quello di un burattino. Forse si era rotto le gambe, faceva fatica a muoverle.

Tutto sembrava pesante. Stava davvero annegando? Che cosa terribilmente appropriata, morire lì, in quel modo, a poche bracciate di distanza dalla sua nave, dopo essere sopravvissuto a decine di battaglie.

Non aveva scelta, doveva aprire la bocca. Un istinto sbucato dal nulla lo colpì con forza, e la sua bocca si aprì.

Risucchiò una boccata di acqua salmastra. A causa del dolore, dovette respirare nuovamente. Riuscì a odiarsi proprio mentre lo stava facendo.

Aria. Tarlo sbuffò aria e acqua e muco, e così si rese conto di avere la testa al di sopra della superficie. Respirava. La schiena e i fianchi erano in fiamme, e le braccia erano doloranti, ma per la prima volta da quella che sembrava un'eternità vide dritto di fronte a sé, e c'era la luce scintillante delle lune gemelle sulla sua testa. Proprio allora colpì contro qualcosa con la schiena. Rocce. Appuntite. Si spinse lontano con le gambe e fece un altro respiro a bocca spalancata.

Tarlo tossì rosso, con la bocca piena di bile salata. Faceva male, ma era un buon segno. Era vivo.

In lontananza poteva vedere la Gloria del Maestro, ammaccata, con le vele squarciate, alla deriva. Non si aspettava che tornassero, in mezzo a quella tempesta. Nemmeno lui sarebbe tornato. Meglio un solo uomo in mare che un centinaio.

***

L'acqua era gelida. In un primo momento, le onde lo spinsero contro le rocce, ferendolo; sembravano volerlo sollevare e schiacciare. Tarlo cercò di non pensare alla propria schiena, ma non vi riuscì. Sperò fosse solo uno strappo. Non provò nemmeno a girare indietro un braccio per toccarla.

Le acque agitate si sollevavano ovunque intorno a lui. Quanto tempo aveva? Alzò di nuovo lo sguardo verso la Gloria del Maestro, e vide una piccola gobba di un'onda crescere in lontananza. Probabilmente non sarebbe stata grande quanto quella che aveva devastato la nave dell'Alleanza, ma era abbastanza grande da travolgere lui.

Tarlo trattenne il respiro e rabbrividì. Le onde continuavano ad arrivare. Se non fosse stata la prima, sarebbe stata quella dopo. Il suo respiro si fece irregolare.

Quando l'onda più vicina arretrò per prepararsi a sollevarsi di nuovo, Tarlo notò qualcosa sulla cresta. Un pezzo del relitto? Sembrava una lunga asse.

Se fosse riuscito a raggiungerla dopo che l'onda avesse toccato il punto più basso, forse...

L'onda si abbatté su di lui, bersagliandolo di spruzzi e ricacciandolo indietro. Tarlo ebbe la tentazione di urlare, quando le rocce gli graffiarono la schiena, ma riuscì a spingersi via. Aveva la sensazione di muoversi a malapena, ma in qualche modo la tavola, la sua salvezza, si stava avvicinando. Come poteva trovarsi ancora sopra l'acqua dopo lo schianto?

Si rese conto solo allora che la tavola stava letteralmente andandogli incontro. La vedeva chiaramente, illuminata dalla luna, mentre attraversava un'onda crescente e atterrava integra davanti ai suoi occhi, facendosi sempre più grande. E sempre più vicina. Una nave?

Un'imbarcazione, senza dubbio. Tarlo vide il puntino lontano davanti ai suoi occhi diventare una lunga barca di legno con reti a strascico sui fianchi.

I piloti della barca erano grossi, dal collo massiccio. Erano curvi in avanti sui remi, che, come piccoli manganelli nei loro pugni, comparivano e scomparivano sulla superficie dell'acqua.

Orchi. Tarlo ne contò tre, quando furono più vicini, e desiderò avere con sé la sua spada.

Un'onda piuttosto alta colpì l'imbarcazione sul fianco destro, e le tre figure cambiarono agilmente posizione, alzandosi in piedi e martellando l'acqua con i loro remi come fossero state lance per cercare di mantenere la barca in equilibrio. Tarlo cercò di non battere i denti e di trattenere il respiro, pensoso. Meglio morire congelato, annegato o catturato da tre...

No, non erano Orchi. Le loro mani e i volti erano coperti di pelliccia, completamente fradicia. Anche gli occhi erano fradici. Erano avvolti in mantelli marroni e grigi, girati due volte intorno al corpo, simili a fasci di stracci bagnati, e le zampe dal pelo ispido pendevano dai fianchi della barca.

Pandaren?

Una di quelle enormi figure aveva la bocca spalancata, ma non sembrava voler dire qualcosa. Solo... gridava. Un'onda si alzò dietro la barca e la trascinò con sé, sollevando a tradimento la poppa. La figura che gridava alzò una zampa, facendo un segno mentre la barca sembrava perdere il controllo. La sua bocca non si chiuse.

Stava... divertendosi?

La piccola imbarcazione dei Pandaren cavalcò la cresta dell'onda per qualche secondo prima di precipitare giù. Tarlo stava fissando l'evento da non più di quindici metri di distanza. I tre marinai erano completamente inzuppati, ma quello grande tese la sua zampa carnosa e lo indicò. La bocca era ancora aperta. Dietro la barca si alzò un'altra onda, ansiosa di schiantarsi sulle rocce.

Tarlo cominciò ad agitare le gambe e a nuotare per mettersi in salvo.

***

Tarlo tremava e aveva conati di vomito, mentre le tre figure lo sollevavano in barca, ma riuscì a ingoiare la saliva salata quando iniziarono a muoversi. Contro le onde in aumento, i Pandaren erano una forza.

Gridavano in maniera disarticolata, due urli rapidi e poi un altro, incitandosi quando venivano sollevati dalle onde ed esultando quando ne uscivano semplicemente un po' più bagnati, dandosi pacche sulle spalle e ridendo come se non fossero stati a un passo dalla morte. Ogni volta che la barca attraversava un muro d'acqua, Tarlo temeva di finire in mare di lì a poco... poi le urla riprendevano e la barca ricominciava a scalare le onde. L'acqua ribolliva ovunque, come se gigantesche mani invisibili stessero rovistando nell'oceano, e i Pandaren continuavano a godersela. Poi d'un tratto non ci furono più le onde, ma solo le risate.

Tarlo aveva smesso di contare le onde che sembravano voler capovolgere la barca da un momento all'altro e si era seduto. A quanto pareva, non s'era rotto niente di vitale. Forse una costola si era incrinata? Il suo fianco era dolorante, ma mettersi a sedere gli fece meno male di quanto temesse, così si rannicchiò nel mantello che uno dei Pandaren gli aveva avvolto intorno. Il cielo continuava a essere cupo, la pioggia batteva forte e la loro piccola imbarcazione si spostava da una parte all'altra senza senso, ma le onde parevano... più calme. Non riusciva più a vedere la Gloria del Maestro da nessuna parte, ma in lontananza notò degli scogli, alti e scuri, probabilmente gli stessi che i suoi compagni a bordo avevano sperato di evitare prima dell'arrivo della tempesta.

Guardandosi intorno sulla barca, Tarlo ebbe la sensazione di essersi appena svegliato. Era in salvo. Al sicuro. "Voi... grazie," mormorò.

Uno dei Pandaren, quello grande che non aveva mai smesso di urlare, si fermò abbastanza a lungo per grugnire in assenso. Un altro, piccolo e tarchiato e dalla mascella squadrata, svuotava l'acqua sul fondo della barca con una tazza. Il terzo, con il cappuccio tirato su fin sopra le orecchie, muoveva i due remi facendoli roteare alternativamente, con la schiena appoggiata contro quello che aveva tutta l'aria di essere un barilotto di birra grande la metà di un Umano. Il Pandaren non si girò mai né smise di remare mentre parlava, e le sue parole erano appena udibili sopra la pioggia incessante.

"Tu sei... dell'Alleanza?" Parlava un Comune dall'accento strano, con la voce roca e stridula. Un maschio?

"Sì." Tarlo fece una pausa. "Dove stiamo... Dove state portando questa barca?"

La barca ondeggiò per un istante quando il Pandaren smise di remare. Si voltò a guardare Tarlo, gli occhi dorati brillanti sotto il cappuccio, come quelli di un animale allarmato. La sua barba sottile, con due lunghi baffi pelosi, si contrasse.

"A pesca."

Tarlo era totalmente bagnato, e la situazione non sarebbe migliorata a breve. Si tirò un'altra coperta sopra la testa, mentre i Pandaren misero i remi in barca e lasciarono che l'imbarcazione si muovesse spinta dalle onde.

Gli scogli erano ancora più lontani, Tarlo riusciva a malapena a vederli. Non poteva immaginare dove si trovasse la Gloria del Maestro, sempre se non era già naufragata. Fulmini lampeggiavano nel cielo.

I Pandaren erano occupati a chiacchierare, a cercare eventuali fori nelle reti e a innescare le esche sugli ami. Quello grosso che era solito urlare aveva aperto il barilotto e riempiva le tazze due alla volta.

"Sentite, vi sono grato," disse Tarlo al Pandaren grosso, "ma potreste lasciarmi scendere vicino a quegli scogli che abbiamo passato?"

"Il Cugino Shi Ga si sta preparando a pescare. Vuoi qualcosa da bere?"

La sua voce, quella della Pandaren, era incredibilmente dolce. Tarlo quasi non riusciva a credere che quelle parole uscissero dalle stesse fauci che aveva sentito berciare poco prima.

Si trovò a tenere tra le mani un boccale di birra spumeggiante, battendo i denti tra un sorso e l'altro. Si sentiva riscaldato... ma non come se avesse la febbre.

"Uh, grazie. Tarlo," disse, indicandosi.

"Sono Mei Pa. È bello poter bere con te, Tarlo. Questo è mio fratello, Kuo." Il palmo aperto indicò il Pandaren tarchiato con la faccia grande.

Kuo, che teneva la zampa muscolosa nei manici di due tazze mentre sistemava le reti della barca, gli fece un cenno col capo.

"Kuo ci stava raccontando di quella volta che ha catturato un dipnoo al largo della costa della Foresta di Giada. Tu peschi, Tarlo?"

Tarlo non l'aveva mai fatto. La pesca gli sembrava una cosa noiosissima: ti sedevi, aspettavi, guardavi e poi aspettavi ancora. Le persone che pescavano lo facevano nelle condizioni più pigre e tranquille possibili, poi si definivano dei pescatori come se volesse dire chissà cosa. Chiunque poteva fare il pescatore in primavera. Ma pescare durante un temporale, in una piccola barca in mezzo al mare rischiando di congelare a morte, non era solo noioso: era stupido.

"No, non mi si può proprio definire un pescatore," disse.

"Ma di sicuro hai delle storie da raccontare."

"Storie? Sì, certo. Ne ho un po'."

Immediatamente, Mei Pa e Shi Ga concentrarono i loro sguardi intensi su di lui. Si erano appassionati all'idea molto in fretta, e forse trovare un terreno comune avrebbe contribuito a convincere i Pandaren a deviare verso un luogo meno umido...

Tarlo si schiarì la gola.

"Allora, qualche anno fa, mentre mi trovavo in una spedizione nelle Paludi Grigie, trovammo questa vecchia città. Eravamo in, ah, credo, otto nella compagnia. Era un vecchio forte diroccato, probabilmente costruito dai Nani molto tempo prima. Lo trovammo durante una missione d'esplorazione e iniziammo a controllare l'interno, ma purtroppo l'Orda aveva mangiato la foglia: dopo non molto, trovammo due intere compagnie fuori dei cancelli, alla ricerca di una strada verso l'interno. Avevano completamente circondato il posto. Non c'era modo di passare lì in mezzo senza essere avvistati. Ce n'erano centinaia. Maledetti, brutti bastardi. Avevano asce giganti, spade, di tutto."

Mei Pa s'accigliò.

"Allora Griley ebbe questa grande idea: tirammo giù tutti gli arazzi e le sculture di pietra dal muro, prendemmo alcuni dei tappeti che non erano ancora marciti e ammassammo tutto nel cortile anteriore, lasciandone alcuni strappati per dare l'impressione che fossero stati lasciati lì da dei saccheggiatori. Gettammo nel mucchio anche un paio di monete, perché gli Orchi non sanno resistere nemmeno a un mucchio di spazzatura, se ci vedono in mezzo un po' di rame."

I Pandaren erano molto concentrati sulla storia. Shi Ga aveva appoggiato la sua canna da pesca e si era voltato per guardare Tarlo mentre raccontava.

"Poi piazzammo cinque o sei cariche d'esplosivo nel finto mucchio di bottino, sepolte sotto tutte le altre cose. E ci nascondemmo. Quando gli Orchi entrarono, io stavo sudando come un matto. Giuro. Non ero affatto sicuro che ci cascassero.

Guardarono il mucchio per un po', poi alla fine mandarono alcuni Goblin... sapete, quei piccoli omini verdi con le orecchie a punta... ecco, li mandarono in avanscoperta. Aspettammo che molti di loro si trovassero in mezzo al mucchio: sei, otto, dieci... e poi BAM! L'esplosione ne colpì forse una ventina, abbattendo anche parte del muro di fronte e del cancello. Il botto più rumoroso che abbia mai sentito in vita mia! Mentre gli altri si guardavano intorno per cercare di capire cosa fosse successo, noi gettammo le corde sopra il cancello a ovest e uscimmo inosservati."

Ecco la sua storia. Sembrava che Kuo stesse trattenendo il fiato. "E...?" disse.

"E cosa?" chiese Tarlo.

Mei Pa intervenne. "Quello che mio fratello si sta chiedendo, credo, è quale sia la morale della tua storia." La sua faccia sembrava piccola e strana.

Morale? "Be', li abbiamo tratti in inganno. Li abbiamo superati in astuzia. E siamo riusciti a fuggire. Nessuno dei nostri ragazzi si è fatto male. Eravamo quasi dieci a uno!" Tarlo stava cominciando a diventare rosso.

"Ah... capisco." Mei Pa di certo aveva l'aria infastidita.

"Eravamo in guerra, sapete." Tarlo stava alzando la voce, ma i Pandaren si erano ormai girati a giocherellare con le canne da pesca, ad arrotolare le reti e a guardare lontano verso la tempesta nera. La barca dondolava furiosamente, ma non si muoveva verso alcuna direzione. Fu un momento imbarazzante.

"Comunque, che cosa ci facevate in mare aperto durante una tempesta?" Chiese Tarlo, pur consapevole dell'inopportunità di mettere in discussione le persone che gli avevano appena salvato la vita. "Mi sembra evidente che non stavate cercando la nostra nave."

"Posso rispondere alla tua domanda con una mia storia, Tarlo?" rispose in maniera dolce e nient'affatto scortese Mei Pa. Tarlo annuì. Perché no? Tanto avrebbe dovuto comunque star lì a prendere la pioggia.

***

"Molti, molti anni fa, non troppo lontano da qui, c'era un piccolo villaggio chiamato Za Xiang. I Pandaren che vivevano lì erano pescatori da sempre e si riempivano la pancia con i frutti del mare. Dipendevano quasi interamente da esso, non vi era alcun contadino o cacciatore in mezzo a loro. Erano tutti felici e sani, finché un giorno una carestia innaturale sconvolse il loro villaggio e i pesci scomparvero dal mare vicino alle loro case. Bevevano pioggia e birra e mangiavano noci, ma ben presto le loro scorte si esaurirono e il pesce ancora non era tornato. Ed essi soffrivano.

Dopo settimane di fame e di razionamento, gli abitanti del villaggio erano ormai caduti nella disperazione. Andavano per le strade della capitale a mendicare del cibo, e mentre aspettavano, le famiglie cominciarono ad abbandonare Za Xiang una dopo l'altra. I Pandaren stavano seduti sulle banchine per ore e ore, nella speranza di prendere qualcosa, ma non un solo pesce abboccava alle loro esche e quindi tutti tornavano nelle loro case sempre a zampe vuote. Tutti, tranne che un giovane di nome Xun, di circa dodici anni.

Xun era un tipo testardo. Giurò che non avrebbe smesso di pescare finché non avesse avuto cibo sufficiente per sfamare non solo la sua famiglia, ma l'intero villaggio. Purtroppo, non conosceva nulla della pesca. Così aspettava sulla banchina, richiamando i pesci e cercandoli da sopra l'acqua. Aveva un bastone con legato un pezzo di corda, ma poiché i suoi vicini di casa per la fame avevano iniziato a mangiare la maggior parte delle esche, non aveva niente da usare per attirare i pesci. Così Xun decise di tentare di imbrogliarli: lucidò dei sassolini finché non brillarono e poi li fece saltare sopra l'acqua, sperando che i pesci venissero in superficie per inseguirli. Ma non successe.

Gettò i suoi sassolini per una settimana intera, non dormendo neppure, prima di arrendersi. Quindi Xun cercò di convincere i pesci a uscire dall'acqua. Infilò la testa sott'acqua e raccontò barzellette nella loro lingua natia. Ma i pesci non condividono il nostro senso dell'umorismo, e se mai qualcuno di loro udì il suono della voce di Xun, nessuno venne a galla per salutarlo.

Dopo altri tre giorni così, era come se non ci fosse proprio alcun pesce nel mare, e Xun si arrabbiò. Lasciò i suoi sassolini da parte e si spinse fuori in mare aperto annaspando in acqua, finché non sentì un gran freddo e la riva del suo villaggio non divenne piccola alle sue spalle.

Trattenne il respiro e s'immerse nelle profondità dell'oceano. Iniziò a cercare i pesci con gli occhi aperti, anche se gli pungevano, così da poterli prendere con le zampe. Sotto il fango sul fondo vide un piccolo pesce marrone, coperto dalla sabbia, come se si stesse nascondendo. Xun era veloce e nuotò verso di lui per afferrarlo, ma mentre si avvicinava una massiccia ombra scura si frappose tra lui e la luce del sole sopra. Vide la bocca affamata di un serpente gigante superarlo e mordere il pesce.

Il mostro che aveva rubato il pesce di Xun era enorme e simile a un'anguilla, ma restava avvolto su se stesso, come se non potesse distendersi completamente. Il suo stomaco era gonfio e dilatato, e aveva pesci ancora vivi impalati sui denti d'argento. Xun capì che quel mostro aveva mangiato tutti i pesci di Za Xiang, ed era per questo che nessuno, nemmeno i più grandi pescatori della città, era più in grado di prenderli.

La bocca della creatura avrebbe potuto contenere comodamente tutto il corpo di Xun. Era così grande che il solo fatto di trovarsi in acqua con esso spaventava Xun, che però era troppo arrabbiato per tornare a casa. Il Pandaren nuotò dietro il mostro, muovendo le braccia e le gambe allo stesso ritmo, come fossero pinne, e attraversò l'oceano copiando i suoi movimenti.

Trattenendo il respiro più che poté, Xun s'infilò direttamente nelle fauci spalancate della bestia. Allungò la zampa tra i suoi denti, tanto spaziati che riusciva a passarci in mezzo, e liberò un pesce. Poi Xun espirò tutto il fiato che aveva in corpo e tornò in superficie prima che la creatura potesse chiudergli le fauci intorno.

Portò il pesce direttamente a casa sua, lo lasciò cadere sul tavolo e disse ai suoi genitori e ai fratelli e alle sorelle che non sarebbero dovuti andarsene: dovevano solo trovare un nuovo modo di pescare, e avrebbero potuto sfamare tutti.

Xun aveva scoperto, come devono fare tutti coloro che decidono di pescare, che la pesca migliore non può essere passiva."

***

Tarlo dovette abbassare lo sguardo e seppellire le labbra nella schiuma della birra per non ridere, nonostante il dolore alla schiena e la pioggia e il freddo e tutto ciò che quei pazzi Pandaren sembravano ignorare.

Certo. Un Pandaren di dodici anni aveva nuotato fin nel mezzo dell'oceano ed era stato tanto veloce da tirar fuori un pesce dalla bocca di una qualche enorme anguilla, senza esserne sbranato, per poi salvare il suo villaggio affamato. Certo.

Ciò che Tarlo disse fu: "Eh. Storia interessante."

Mei Pa gli sorrise come se potesse leggergli la mente. "È solo una storia, Tarlo, e non è nemmeno terminata. Ma io credo che sia importante."

Questi Pandaren erano stati molto accoglienti. Non solo gli avevano salvato la vita e gli avevano raccontato una storia, ma gli avevano anche dato una piccola canna da pesca un po' storta e qualche esca, come degli adulti che dessero a un bambino una spada di legno per giocare alla lotta. Tarlo era rimasto lì a far galleggiare la sua esca con una mano, mentre Mei Pa raccontava. Pescare. Certo. Tenere un filo a penzoloni sull'oceano almeno lo distraeva dai brividi di freddo. Dopo un'ora di attesa e di ascolto, ancora nulla. Niente aveva abboccato.

Quando la Pandaren rimase in silenzio, Tarlo girò entrambe le gambe verso il mare, fissandolo intensamente. Perché non aveva ancora pescato nulla? Kuo e Shi Ga stavano sollevando reti piene zeppe di puzzolenti pesci dorati.

"Non ti preoccupare, Tarlo. A volte semplicemente i pesci non arrivano. Non dipende da te."

Tarlo sollevò la canna giocattolo dall'acqua, la guardò e grugnì con noncuranza, lasciandola cadere sul fondo della barca. I Pandaren avevano terminato, e così anche lui. Ora potevano andarsene. Dopo pochi minuti, la barca era di nuovo in movimento.

***

Tarlo alzò gli occhi al cielo. Ora la pioggia scrosciava più intensamente. Le coperte avevano perso da tempo ogni utilità, se non mantenerlo umido e al freddo. Cercò di pensare all'ultima volta che aveva visto gli scogli. Quando era stato? Quattro, cinque ore prima? Era ancora buio.

"Siamo diretti verso terra?" chiese a nessuno in particolare.

"Abbiamo ancora un po' di buona pesca da fare," fu la risposta roca di Shi Ga. Fulmini lampeggiarono nel cielo e le nuvole sembrarono aprirsi di nuovo.

Tarlo avrebbe preferito morire per un proprio sbaglio piuttosto che per un errore di giudizio di qualcun altro, così guardò sull'acqua fuori dalla barca, alla ricerca di qualcosa verso cui avrebbe potuto nuotare, nonostante le ferite che ancora gli dolevano: un relitto, un pezzo di corallo, qualsiasi cosa. Ma tutto ciò che vide fu una cortina di pioggia così fitta da fargli strizzare gli occhi inutilmente.

No, in realtà vide qualcos'altro. Poco più in là, un po' sotto la superficie, vi era una forma, nera, che si muoveva sinuosa. Tarlo pensò di riconoscere una pinna, ma era troppo in profondità per esserne sicuro. La loro barca dondolò leggermente e Tarlo si aggrappò a un fianco. È la tempesta che ci fa dondolare... Non... non quella cosa, qualsiasi cosa sia.

"Ehi..." cominciò a dire, ma Kuo e Shi Ga avevano già sollevato i remi dall'acqua. La barca andò lentamente alla deriva fino a fermarsi, mentre la forza della pioggia la colpiva dall'alto.

"Non agitare la superficie," sussurrò Shi Ga con quella sua voce da fumatore di pipa. "Passerà."

Tarlo osservò la forma color inchiostro disegnare cerchi perfetti sotto di loro, e non si sentì più tanto al sicuro. Gli prudeva il collo, e aveva una gran voglia di tirar fuori tutto ciò che gli stava ostruendo la gola, ma non voleva fare alcun suono, con quella cosa lì sotto.

Kuo non si fece tanti scrupoli. "Tarlo, vuoi che continui la storia di Xun? Ora sembra un ottimo momento." Le sue grosse zampe afferrarono un'altra birra. Le gocce di pioggia facevano traboccare la schiuma in cima al boccale.

Che follia.

***

"Il pesce catturato da Xun non era sufficiente a sfamare l'intero villaggio di Za Xiang. Non era sufficiente a sfamare neanche la sua famiglia, anche se lo tagliarono a cubetti e usarono le pinne per la zuppa e ne masticarono le scaglie fino a consumarle. Ma significava qualcosa. Se un dilettante riusciva a pescare, perché non vi riuscivano i maestri che avevano pescato tutta la vita? Gli abitanti del villaggio cominciarono a pescare tutto il giorno e tutta la notte, ed erano così tanti che le piccole banchine non bastavano a contenerli e nella calca i fili delle loro canne da pesca s'ingarbugliavano. Coloro che non erano in grado di pescare cominciarono a costruire un molo, così che ci fosse spazio per l'intero villaggio.

Ma anche lavorando tutti insieme, gli abitanti del villaggio riuscivano a mangiare a malapena. I Pandaren trovavano uno o due pesci al giorno, li portavano al centro del villaggio e ne tagliavano dei pezzettini, cucinandoli e condividendoli. Il gorgoglio dei loro stomaci riecheggiava fin in mare aperto. Perdevano peso dalla schiena, dalle braccia e dai volti, erano scarni e giravano insonni. Il mare sembrava vuoto.

Xun era infelice. Il suo villaggio stava lavorando sodo per avere del cibo, ma egli sapeva che il mostro che aveva incontrato era in attesa lì sotto, pronto a mangiare tutti i pesci e a fare in modo che la sua famiglia e i suoi amici patissero la fame per sempre. Non aveva detto a nessuno della bestia che aveva visto, per paura che gli abitanti del villaggio fossero troppo spaventati per pescare. Quindi, una notte prese una canoa e si mise in mare. Sull'imbarcazione aveva ammassato botti vuote e pentole da cucina, che pesavano terribilmente. Come remo utilizzò una lancia, perché la maggior parte del legno era stato utilizzato per costruire il nuovo molo. Gli ci vollero diverse ore per allontanarsi da terra tanto da non vederla più. Soffiava un vento freddo ma lui non aveva di che coprirsi. Nessuno avrebbe definito Xun un Pandaren saggio.

Quando non riuscì più a vedere casa sua, Xun cominciò a gridare e a urlare e a battere l'acqua con la lancia. Prese le pentole pesanti e le botti che aveva portato, le sollevò sopra la testa e le gettò in mare con tutte le sue forze. Alcune attraversarono l'acqua e colpirono il fondo sollevando nuvole di polvere, rimbombando come passi di giganti sul fondale del mare. Colpì l'oceano tutta la notte e fin quasi al mattino quando, con la sua vista acuta, gli parve di vedere il mostro anguilla guizzare verso di lui in mezzo alle onde.

Xun afferrò la sua lancia, pronto a colpire quella cosa non appena avesse raggiunto la sua barca, quando vide dietro di essa altre forme in avvicinamento. Alcune erano delle stesse dimensioni della grande anguilla, altre ancora più grandi. Avevano le fauci a becco, dei carapaci enormi e le code pinnate. Ogni creatura era più grande delle case di Za Xiang, e il trambusto di Xun le aveva portate dritte da lui.

Xun fu sopraffatto dallo shock, e prima che potesse anche solo pensare a cosa fare, le creature avevano raggiunto la sua barca e la stavano distruggendo con le loro mascelle. Xun rotolò nelle acque fredde dell'oceano, finendo in mezzo al banco di bestie.

La fame le attirò verso di lui con i denti digrignanti. Xun agitava la sua minuscola lancia a destra e a sinistra, e tirava calci muovendo le gambe così velocemente da saltare fuori dall'acqua come un pesce. Le creature diventavano sempre più agitate ogni volta che le loro mascelle si chiudevano sul nulla, e spesso si mordevano l'un l'altra invece di prendere lui. Cogliendo l'occasione, Xun conficcò la sua lancia in una di loro, ma il ferro si spaccò in quattro, come la buccia di una banana.

La frenesia continuò, il sole sorse e tramontò, e Xun cominciò a sentirsi stanco. Cinque delle possenti bestie lo circondavano, agitandosi per tenere lontani gli altri, così da poter essere i primi a mangiarselo. Poi una enorme testuggine rocciosa sbatté le pinne sotto di sé e spalancò la bocca, grossa come una porta aperta, e Xun si ritrovò trascinato verso il basso insieme all'acqua. Non vide più nulla e fu risucchiato direttamente nelle fauci della creatura."

***

"E che cosa dovrei imparare da tutto ciò, Kuo?" sbottò Tarlo, tenendo lo sguardo verso l'acqua. "Non andare in mare aperto su una piccola barca? Perché non mi sembra che voi tre stiate seguendo questa lezione."

Kuo si guardò dietro, un po' sorpreso. "Oh, no, no. Xun capì che non importa quanto sia grande il pesce che vedi, ce n'è sempre uno più grande. Ma la storia non è finita."

***

"Dentro la gola della bestia faceva freddo ed era pieno di acqua di mare e di echi. Xun non poteva vedere nulla a causa dell'oscurità e della bocca che premeva su di lui, mentre l'acqua rallentava i pugni che cercava di dare all'interno. Le fauci di ferro rimanevano ostinatamente chiuse.

Xun sapeva di non poter lottare per raggiungere una via d'uscita, ma sapeva anche che la creatura era in attesa di un boccone. Così trattenne il poco fiato che gli era rimasto, lo raccolse nella bocca e lo ricacciò indietro nei polmoni. Gonfiò le guance e si strinse al petto, spingendosi contro le pareti della gola della grande bestia mentre questa si agitava, lo sferzava con la lingua e cercava di portarlo giù nel proprio stomaco. Xun era stanco e impaurito, ma chiuse gli occhi e attese.

Alcuni giorni dopo, mentre la maggior parte degli abitanti del villaggio di Za Xiang si era radunata sulle banchine cercando disperatamente di pescare, un vecchio Pandaren stava camminando sulla spiaggia, alla ricerca di legna e alghe. Grande fu la sua sorpresa quando vide una casa sulla spiaggia, ma ancora più grande fu quando si avvicinò e capì che la "casa" era una Testuggine Draconica, con la testa magra e lunga come quella di un serpente e il carapace che si estendeva tutt'attorno al corpo, anche sul ventre.

Ci volle tutto il villaggio a tirare e a spingere, per trasportare la creatura sopra la spiaggia. Gli abitanti del villaggio portarono dei martelli per rompere il carapace e li usarono fino a notte fonda, coprendo i gorgoglii delle loro pance con il rumore dei colpi. Una volta che il carapace fu rotto, trovarono dei punti deboli per tagliare la carne della testuggine: ce n'era a sufficienza per sfamare tutti.

Il riecheggiare dei martelli svegliò Xun. Quando gli abitanti del villaggio tagliarono la pancia, lo videro strisciare fuori, con grande gioia della sua famiglia e di tutta Za Xiang. La bestia era stata testarda quasi quanto Xun: non aveva mai aperto la bocca per lasciare andare la sua preda. All'interno della sua gola, Xun aveva trattenuto il fiato così a lungo che la creatura era annegata, ma non era affondata grazie alle grosse scorte d'aria nei polmoni di Xun.

Xun disse agli abitanti del villaggio che non avevano nulla da temere e che potevano pescare qualsiasi cosa dal mare, dai pesciolini più piccoli alle bestie enormi. Così cucinarono la carne della testuggine, e per la prima volta dopo tanto tempo si saziarono."

***

Tarlo, al termine della storia, si sentì più cosciente del suono meccanico della pioggia sulla superficie dell'acqua, sulle onde che andavano calmandosi a poco a poco. Era più consapevole anche della propria paura, delle mani nodose strette attorno al remo, mani che non si sarebbero rilassate.

L'ombra sott'acqua indugiava, pur non muovendosi più in cerchi, da quella che sembrava un'eternità. Probabilmente era pronta a colpire, s'immaginò Tarlo. Shi Ga aveva sbirciato nella sua direzione per tutta la durata del racconto, mentre l'acqua piovana gli cadeva sul cappuccio e sui baffi, che ora assomigliavano tanto a due code di ratto attaccate al mento.

Poi, improvvisamente, l'ombra se ne andò, facendosi sempre più piccola fino a non vedersi più. Nessuno dei Pandaren disse nulla, ma nel giro di pochi minuti i remi furono di nuovo in acqua.

Probabilmente si era trattato solo di uno squalo. La cosa più grande di cui preoccuparsi era il freddo. Tarlo tremava nella tempesta, tanto da sentire le ossa come pezzi di ghiaccio. Riusciva a malapena a tenere le mani ferme. I Pandaren lo aiutarono a togliersi il mantello zuppo d'acqua e gliene diedero altri due, pescati da uno scrigno di ferro, versandogli altra birra. Forse avrebbero presto raggiunto la terraferma ed egli sarebbe allora stato sicuro di sopravvivere.

Ma nel frattempo la barca continuava a muoversi, e la curiosità, silenziosa e senza meta come spesso accade, ebbe la meglio su Tarlo. Questo piccolo Xun era riuscito a salvare il suo villaggio, trovando subito il posto esatto e sconfiggendo un pesce dai denti giganti senza farsi alcun male. E così in un colpo solo aveva risolto i problemi di tutti, era tornato esattamente sulla spiaggia vicina a casa sua e la vita era tornata alla normalità? Certo.

Batté Kuo sulla spalla.

"Allora, è così? Trova delle creature enormi, si fa inghiottire da una di loro, sopravvive miracolosamente e torna a riva, e così salva il suo villaggio dalla fame?"

Kuo scosse la testa. "La storia di Xun prosegue, naturalmente."

"Certo che prosegue," Tarlo si tirò indietro. "Una storia prosegue sempre, quando la si inventa mentre la si racconta. Dev'essere bello non doversi limitare a cose realmente accadute. Per quanto tempo Xun trattenne il respiro? Due giorni?"

Tarlo si aspettò un'espressione infastidita sulla faccia di Kuo, invece sembrava che il Pandaren stesse sorridendo, anche se un sorriso dalla pelliccia inzuppata.

"È bello che ricordi il suo nome. Shi Ga è più bravo a raccontare, quindi lascio che sia lui a proseguire."

Kuo e Mei Pa si trasferirono ai remi e Shi Ga sedette sulla panca accanto a Tarlo, guardandolo mentre la barca andava alla deriva verso nessuna direzione, o almeno nessuna ch'egli potesse vedere. Gli occhi di Shi Ga brillavano come sempre, e la sua voce roca obbligò Tarlo a chinarsi, a malincuore, per sentirlo meglio.

"Molto tempo era passato da quando Xun aveva salvato il suo popolo, e il passare del tempo porta sempre con sé il cambiamento..."

***

"Per molti anni, Xun sfamò il villaggio. Il popolo di Za Xiang mangiava Testuggini Draconiche, grandi calamari con otto occhi e anguille enormi. Nessuno mangiava più dello stesso Xun, che beveva anche l'olio delle bestie. Divenne un Pandaren adulto incredibilmente alto e forte, tanto che la sua testa svettava sopra i tetti delle case del villaggio. Quando camminava, era rigido e solido come un albero di quercia.

Come accadeva ai Pandaren maschi che vivevano vicino ai freddi venti oceanici, a Xun crebbe la barba lunga, che il sale del mare rese ruvida e ispida come la pelliccia di un animale selvatico. I suoi occhi divennero rossi e iniettati di sangue, con le pupille a spillo come quelle di un pesce, e si diceva che sott'acqua potesse vedere a un chilometro di distanza.

Quando Xun indossava una camicia in mare, l'acqua tremava alla sua presenza e si nascondeva nei suoi vestiti, rendendoli mollicci e umidi per giorni. Così egli iniziò a lasciare le sue grandi camicie, che erano state cucite da una decina di sarti del villaggio, sulla spiaggia ad asciugare. Ma le camicie diventavano rigide e dure a causa del sale, e i cuccioli avrebbero potuto inciamparci. Peggio ancora, quando Xun si girava nel sonno, le sue spalle larghe rischiavano di abbattere le mura di casa sua. Così, Xun decise di andare in giro a torso nudo e di dormire sul molo, per risparmiare al villaggio i disagi dovuti alla sua grandezza.

Da adulto Xun cominciò a catturare le grandi bestie del mare da solo. Esse lo mordevano e lo pungevano, e lui portava le bianche cicatrici sul petto e sul volto come fossero rami di una foresta. Un enorme squalo, con tanti denti in bocca quante erano le anime viventi su Pandaria, una volta chiuse le sue fauci su un orecchio di Xun. Incapace di staccarsi l'animale di dosso, Xun camminò sul fondo dell'oceano fino a tornare a terra, e sollevò la bestia fuori dall'acqua, così che non riuscisse a respirare. Trascinandolo sulla spiaggia, creò i fiumi che ancora scorrono nell'entroterra vicino a Za Xiang. Gli abitanti del villaggio riuscirono a staccare lo squalo da Xun, ma parte dell'orecchio se ne andò con esso. Gli restava solo un lembo di carne, come secca, e la famiglia di Xun gli portò un grande anello, delle dimensioni di un cucciolo, da infilarci attraverso.

Nel frattempo, tutta la gente del villaggio aveva smesso di pescare, perché non ce n'era bisogno.

Xun era felice di prendersi cura di tutto. Ma quando sopraggiunse la vecchiaia, cominciò a preoccuparsi. Il pesce era rimasto scarso nel mare attorno a Za Xiang e anch'egli non ne aveva visto più molto sin da quando era un ragazzino. Solo l'appetito degli abitanti del villaggio, che mangiavano le possenti bestie catturate da Xun, era aumentato, ma nessun altro Pandaren era cresciuto come Xun e quindi nessuno poteva trasportare quelle creature dal mare come faceva lui. Xun temeva che, quando fosse morto, la gente del villaggio avrebbe dovuto arrendersi alle bestie dell'oceano e lasciare le proprie case o morire di fame.

Un Pandaren saggio avrebbe suggerito a Xun di condurre il suo villaggio verso l'entroterra, in cerca di una nuova vita. Sicuramente un eroe delle dimensioni e della forza di Xun, che tante imprese aveva compiuto, sarebbe potuto diventare un cacciatore esperto o avrebbe potuto conquistare un posto per la famiglia e gli amici in una grande città.

Ma Xun non era saggio. Era testardo e amava la sua casa, così decise che invece avrebbe sfamato Za Xiang per sempre.

Nelle sue notti passate sul molo a dormire, aveva sentito parlare dei vecchi pescatori, dei Pandaren che avevano già i peli grigi quand'egli era ancora un ragazzo. Avevano ripetuto quel racconto così tante volte che si era inciso nella mente di Xun: la storia di un mostro senza nome, grande come il mare stesso. Era largo mille metri e più grosso di qualsiasi bestia mai portata sulla terraferma.

La prima volta che Xun sentì la storia, la creatura era un immenso squalo con file su file di denti acuminati. Quando la sentì la volta dopo, era più simile a una medusa dal colore del vetro e ricoperta di aculei.

Xun non interpretò queste differenti versioni come un indizio della falsità della storia. Indipendentemente da quale fosse quella vera, pensò, la bestia era sempre grande abbastanza da sfamare tutti, e c'erano sale e fumo in abbondanza per essiccarne i pezzi per un bel po'. Le pinne o i tentacoli sarebbero stati adatti per una bella zuppa; la pancia sarebbe andata altrettanto bene per farne bistecche fresche o carne da masticare. L'avrebbero potuta fare a dadini, fritta, pepata, ripiena, marinata, condita con le verdure, a filetti, alla griglia, allo spiedo. Ne avrebbero avuto da mangiare per mesi. Anni. Generazioni.

Un altro elemento comune in tutte le storie riguardanti questa creatura gigantesca era che viveva in profondità, nel punto più profondo dell'oceano, laddove nessun Pandaren era mai arrivato. Così Xun trascorse ore riempiendo i polmoni d'aria, seduto in cima alla collina più alta vicino al suo villaggio a deglutire le raffiche di vento che gli soffiavano in bocca. Mentre camminava nell'acqua, la marea creata da suoi passi pesanti portò in superficie dei banchi di sabbia, e i gabbiani che avevano fatto il nido nella sua barba volarono via insieme verso il cielo, come una grande freccia bianca. Gli abitanti del villaggio si erano ormai abituati a spettacoli come quello, e salutarono i gabbiani come se fossero Xun stesso."

***

La barca andava di nuovo alla deriva, e senza nemmeno rendersene conto Tarlo si ritrovò con la sua canna da pesca in acqua e la mente che vagava. Mei Pa e Kuo avevano fatto altrettanto, lanciando la lenza più volte prima di essere soddisfatti, poi si erano seduti immobili come statue, mentre la pioggia li bagnava.

Quando Tarlo era entrato nell'esercito, era troppo giovane e troppo stupido. Egli sapeva che lottare per l'Alleanza lo avrebbe condotto a qualcosa di più dei soliti combattimenti, dei soliti cadaveri vuoti tutti uguali sparsi sul terreno. Ma quando sei giovane e stupido, sei sicuro di sapere molte cose che invece non sono vere. Ci sarebbe sempre stato un nuovo nemico, o un bottino che due persone volevano ma che non potevano condividere. Generazioni di guerrafondai partorivano generazioni di guerrafondai. La morte avrebbe portato altre morti. Tutto lì.

Quindi, perché non aveva lasciato l'esercito? Perché non era andato a casa?

Si fermò. Stranamente, a Tarlo sembrò di sentire qualcosa che tirava la sua lenza. Forse stava solo tremando dal freddo... ma poi, no, lo sentì di nuovo. Afferrò la canna con entrambe le mani e Shi Ga improvvisamente smise di parlare, fermandosi a guardare Tarlo che pescava. "Fai attenzione, ora..."

Con tutta la cautela di cui era capace, Tarlo lentamente si alzò in piedi. Strinse la presa sotto l'impugnatura, come se stesse brandendo una lancia. Ecco un altro tiro, poi un altro ancora, e allora lui strappò bruscamente verso l'alto...

...un amo vuoto, che balzò fuori dalle onde e schiaffeggiò Tarlo sulla spalla, mentre il filo bagnato gli si avvolgeva intorno all'orecchio.

Quel bastardo di pesce aveva strappato l'esca senza toccare l'amo. Forse erano in due e avevano lavorato insieme, dividendola a metà e portandosela via. Era talmente furioso che si sarebbe buttato in acqua per inseguirli, ma poi vide l'imperscrutabile volto peloso di Shi Ga. Un Pandaren può forse sogghignare?

"D'accordo. Continua pure," ringhiò Tarlo.

***

"Xun scese sotto le onde. Scese più in profondità di quanto si potesse misurare, scese di più di mille volte la sua altezza. L'acqua diventava sempre più fredda e il pesce sempre più scarso, e l'oscurità dell'oceano intorno a sé era tutto quanto potesse vedere.

Aveva già nuotato in profondità prima d'allora, ma mai dove le onde non si muovevano e le rocce lo sovrastavano come un canyon tra le montagne. Le sue orecchie erano piene d'acqua e subivano anche la pressione di qualcosa all'interno della testa: presto il timpano cedette e fuoriuscirono fiotti di sangue. Il sale del mare lo bruciava, ma Xun non smise di scendere.

Scese nell'oscurità finché gli occhi non gli servirono più a nulla, perché non vedevano il più piccolo accenno di luce dall'alto né più in là delle zampe di fronte al proprio volto. Non vide le nebulose creature, grandi come le balene, che gli passarono davanti nel buio, e quando sfiorò quelle pelli squamose loro nemmeno se ne accorsero, tanto erano immense.

Xun si lasciò andare alla deriva e si risvegliò dopo una notte di sonno, ancora sprofondato nell'oceano. Da sotto di lui proveniva un calore debole, ed egli nuotò velocemente fino a toccare con le zampe una polvere bluastra. Sotto di lui si apriva un'enorme trincea, una spaccatura nel fondo roccioso del mare. Mentre si lasciava andare con tutto il suo peso attraverso la fessura, fu sicuro che stava avvicinandosi al centro stesso di Azeroth.

All'interno della faglia, Xun sentì il fluire dell'acqua e l'eco ampia dei suoi movimenti, nonostante le orecchie ferite. Sapeva che quella fessura era così grande da creare un mare a sé stante e che le pareti erano così distanti che ci sarebbe voluta un'ora per andare a nuoto da una all'altra.

Si sedette sul pavimento del mondo e lasciò che gli occhi si abituassero al buio. Ben presto cominciò a vedere deboli contorni, forme che vacillavano e il profilo di una grossa nicchia. Di fronte a quell'insenatura c'erano alte creste rocciose e Xun era certo che là ci fosse la casa della grande bestia senza nome, perché non aveva visto un altro luogo più profondo in tutto l'oceano.

Ma la piccola montagna intorno alla nicchia era strana. Era giallo pallida come un lombrico, non marrone e blu come le altre rocce sottomarine. Anche al buio, Xun riusciva a distinguere il suo colore chiaro. Era perplesso.

Poi le pareti della montagna si mossero e una doccia di sassi cadde tutt'intorno. Così, Xun scoprì che era un essere vivente.

Era grande come l'intero villaggio di Xun ed emanava abbastanza calore da scaldare l'intera fenditura sul fondo dell'oceano. Si mosse come se la presenza di Xun l'avesse svegliata dal sonno in cui era immersa, e Xun vide centinaia di tentacoli raccolti sotto il suo corpo, come se fossero la radice di un grande albero. Erano tutti ricoperti di pungiglioni grossi e acuminati, delle dimensioni di un Pandaren adulto.

Le sue fauci erano una barriera corallina, e gli squali che si divincolavano tra i suoi denti nutrendosi dei resti dei suoi pasti erano abbastanza grandi da rovesciare una barca con un colpo dei loro musi. La sua pelle liscia era ricoperta di spine che ondeggiavano nell'acqua scura. Quando la creatura si alzò e si scosse di dosso gli strati di terra, l'odore del suo respiro invase l'oceano con il sentore di ere ed ere di morte e decomposizione. Xun si sentì stanco per la prima volta dopo tanto tempo.

I suoi occhi e le sue orecchie, un tempo magnifici, non gli servivano più a nulla, e dalla ruvidità della barba sentiva la fitta innegabile dell'età avanzata. Da giorni non godeva dell'aria fresca o del vento freddo. Rispetto alla creatura che gli stava davanti, Xun non sembrava piccolo... egli era piccolo, come un cucciolo in confronto al sole.

Il pugno nudo di Xun finì direttamente contro uno dei suoi grandi denti, crepandone la base. Un altro pugno attraversò l'acqua e mandò il dente in frantumi, inviandone i frammenti rimbalzanti nella bocca della bestia, simili ad arpioni impazziti. Non meno di quattro squali, che stavano mangiucchiando la placca della creatura senza nome, furono rumorosamente risucchiati nella sua gola come attraverso un vortice invisibile.

Xun abbassò la testa e continuò a picchiare. Con un cigolio orribile, udibile anche attraverso ciò che gli rimaneva delle orecchie, scagliò altri sei denti in mezzo al mare. Essi volarono a spirale verso l'alto, raccogliendo alghe, pesci e balene lungo la traiettoria. Quando i denti alla fine raggiunsero la superficie, coperti di piante e di animali impalati, avevano l'aspetto di enormi spiedini di frutti di mare, alti come alberi.

La creatura fece quindi per chiudere le fauci, e Xun premette i piedi sulle sabbie mobili delle sue gengive e scattò, cercando di evitare che le fauci si chiudessero su di lui. I suoi polsi si piegarono con dolore e le sue ossa si sbriciolarono come polvere, ma egli riuscì a mantenere aperta la bocca della creatura. Implacabile, l'essere inviò i propri tentacoli dal ventre a serpeggiare tra i denti, fino a raggiungere la gola di Xun, ferendolo più volte e tirando le sue membra nelle sue viscere.

Quelle frustate erano terribili e lasciavano ferite rosse nei punti in cui colpivano, ma il loro veleno era peggio. Xun sentì bruciare il proprio sangue in tutto il corpo. Non poteva muovere le braccia per proteggersi, perché altrimenti le terribili fauci si sarebbero chiuse su di lui, quindi morse uno dei tentacoli e continuò a farlo finché non lo lasciò andare. Allora, chiuse le dita intorno al tentacolo in ritirata e con uno strattone fu libero in mare aperto.

Gli squali che avevano preso casa in bocca alla creatura si aggrapparono alle braccia e alle gambe di Xun, ma poiché i loro morsi gli drenavano un po' del veleno, egli li tenne vicini come scudi per impedire ai tentacoli contorcenti di pugnalargli gli occhi. Per tutto il tempo continuò a nuotare sopra la bocca della creatura e alla fine cominciò a prenderne a pugni la parte superiore della testa. Le spine sulla sua pelle si alzarono in piedi, come se la creatura fosse stata un grande pesce palla, e la carne delle mani di Xun cominciò ad aprirsi lacerata ogni volta che picchiava un pugno. Ma egli non si fermò. I suoi colpi rimbombavano come tuoni su tutta la terra emersa, provenienti dal profondo. Le spine cominciarono a staccarsi dal dorso e la sua carne sfrigolava sotto la forza di ogni colpo, ma la creatura rimase silenziosa come un calamaro gigante.

Per giorni combatterono senza sosta: Xun la colpiva alla testa o sulla pancia, togliendosi quando i tentacoli arrivavano troppo vicino, mentre la creatura cercava di attirare Xun vicino alle sue fauci o di schiacciargli le ossa. Tale era la furia della loro battaglia che enormi onde s'infrangevano sulla riva di Za Xiang, tanto alte che gli abitanti del villaggio temettero per la propria vita. Il molo andò in frantumi e crollò in mare, e la gente fuggì nelle proprie case.

Alla fine, Xun cominciò a perdere energia. Il veleno gli consumava il cuore, rendendogli le braccia sempre più pesanti. La decina di tentacoli che rimaneva lo circondava, avvolgendolo più volte attorno alla vita e alle gambe, schiacciandolo. Xun sapeva che non avrebbe avuto la forza di strapparli via.

Prima che gli stringessero le braccia, Xun strinse le dita attorno a due tentacoli, piantò le gambe nel terreno e li sollevò. Qualcosa nelle sue viscere si spezzò, strappato come un nastro.

Il corpo titanico si sollevò nell'acqua di molte leghe, a penzoloni sopra i tentacoli come un aquilone legato a una corda. Xun la tirò con tutta la forza di cui era capace e scagliò la massa delle dimensioni di una montagna contro il fondo del mare, con un tonfo che egli non poté udire. Granuli di terra e di polvere grigia si sollevarono per chilometri all'impatto.

Senza perdere tempo, Xun si avvolse i grandi tentacoli intorno ai polsi e cercò di sollevare la creatura in avanti. L'aveva già sollevata una volta, ora doveva solo nuotare fino alla superficie. Tirò, in attesa di qualche risposta dall'enorme carcassa.

Ma la creatura non si mosse.

La visione di Xun era ridotta a una punta di spillo, i movimenti erano lenti, i polmoni anelavano l'aria. Avrebbe recuperato un po' di energie, poi ci avrebbe riprovato. Sentendo a malapena l'eco del proprio battito cardiaco, Xun si trascinò nella nicchia che era stata bloccata dalla massa della creatura.

Nel buio, un banco di piccoli pesci nuotarono intorno alla sua testa. Le pinne ondeggianti erano piccole, le scaglie dorate.

Nel bel mezzo della sua disfatta, in Xun si risvegliò la pietà: pietà per i pesciolini dorati che erano stati tenuti prigionieri, ma anche per quelli che erano stati catturati. Il bestione aveva mangiato la maggior parte dei pesci del mare e poi aveva ammassato il resto solo per sé. La carestia si era abbattuta sul suo villaggio a causa della fame della creatura.

Ricordare le cose diventava sempre più difficile per Xun, ma il suo obiettivo era di primaria importanza. Avrebbe riposato e poi avrebbe cercato di nuovo di sollevare la creatura. Si sdraiò sul fondo del mare, mentre pesci coloratissimi sciamavano su di lui, e lasciò andare solo un po' di fiato per creare mille bollicine.

Xun si chiese se avesse davvero trovato la parte più profonda del mare. Si chiese quanto ci fosse di vero nelle storie, e mentre rifletteva, il suo spirito cominciò a lasciarlo. Prima che i suoi occhi si chiudessero per sempre, vide i pesci che nuotavano fuori dalla caverna, lontano, verso il mare aperto."

***

Shi Ga si alzò in piedi. Probabilmente, pensò Tarlo, perché la storia era finita. Eppure il Pandaren aveva altro da dire.

"Mentre Xun combatteva, la gente di Za Xiang vedeva solo le onde. La pesca non è semplicemente quello che si vede sopra l'acqua, ma ciò che accade al di sotto, ciò che vede il pesce. L'esperienza è una lotta, per la vita e per la morte, anche se apparentemente non sembra così."

Tarlo annuì. "E che ne è stato dei pesci nella grotta?"

"Xun non lo sapeva, ma quei pesci," gracchiò Shi Ga, "erano gli antenati delle Carpe Dorate. Nuotarono in acque senza pericoli e si moltiplicarono. Oggi sono tra i pesci più comuni del nostro mare, mangiati da giovani e meno giovani, grandi e piccoli."

Tarlo guardò un secchio di pescato sulla barca. Due pesci ricoperti di scaglie dorate nuotavano in cerchio al suo interno. D'accordo. Ora aveva capito quale fosse il punto, più o meno. Xun aveva salvato il suo villaggio trovando accidentalmente una nuova fonte di cibo. Una storiella pulita, anche se con qualche falla.

"Se Xun è morto in quella grotta, come si fa a sapere di quella lotta?" chiese Tarlo, a voce troppo bassa per essere udito chiaramente sotto la pioggia. Non gli andava di sottolinearlo, era evidente che quella storia stava molto a cuore a quei Pandaren. Xun era probabilmente il bis-bisnonno di qualcuno, di certo un pezzo grosso ai suoi tempi.

"Mmm." Tarlo ebbe l'impressione che Shi Ga pensasse a quella questione per la prima volta. Nessuno degli altri due Pandaren disse nulla, ma continuarono a battere il mare con i remi. Anche Shi Ga prese il proprio remo, mentre la pioggia continuava a scrosciare su di loro.

Avevano remato per ore. Il sole non era ancora sorto, ma Tarlo non pensava che si fossero avvicinati alla terra. Ora i tre Pandaren muovevano i remi in sincronia, sembrava che stessero viaggiando in linea retta, finché Shi Ga annusò l'aria e tirò il suo remo fuori dall'acqua. Gli altri due fecero lo stesso. "Ahhh," disse, prendendo un grande respiro mentre la barca traballava.

"Eccolo."

***

Tarlo stava già tremando, ma quando le onde si sollevarono spruzzando acqua su tutti loro, dimenticò del tutto il freddo. Mei Pa era scivolata verso lo scrigno di ferro, che ora si trovava nel bel mezzo di una delle pozzanghere più grandi sul fondo della barca.

Prima di tutto, ciò che ne estrasse sembrava assolutamente troppo grande per essere stato lì dentro. Assomigliava alla catena arrugginita di una barca con un gancio, del tipo utilizzato per ancorare una nave in porto. Da essa pendevano delle reti enormi, come i petali di un fiore.

Mei Pa si alzò e si arroccò sulla punta della prua della piccola barca, con l'equilibrio precario di qualcuno che potrebbe cadere da un momento all'altro. Nonostante le sue dimensioni, la barca non oscillò affatto. Iniziò a pescare con la catena, facendola oscillare in un ampio arco sopra la testa, e Tarlo involontariamente si abbassò quando colpì l'acqua con un tonfo assordante. Anello dopo anello, il metallo correva sopra la sua spalla verso il fondo dell'oceano.

A Tarlo venne mal di testa.

Mei Pa rimase intensamente concentrata sul suo compito, fissando le onde per parecchi minuti. A un certo punto s'irrigidì, e Tarlo fu sicuro che sarebbe caduta in mare. Invece la Pandaren iniziò a tirare la catena, e la prima delle reti collegate si sdraiò sul ponte. Era piena di pesci scintillanti, dorati e bianchi e verdi, e Kuo e Shi Ga cominciarono a scioglierli dalle maglie, gettandoli ovunque sulla barca con la frenesia dei marinai esperti.

Con lentezza, Tarlo ributtò in acqua la lenza della sua canna da pesca da bambino.

Mentre i Pandaren lavoravano, egli vide i boccali di birra, le pentole, le reti e i secchi con le esche riempirsi tutti di pesci guizzanti. I pesci nuotavano nelle pozzanghere sotto i suoi piedi, evidentemente non c'era abbastanza spazio sulla barca per metterli tutti. E i Pandaren ne stavano tirando su degli altri: un pesce marrone dalla faccia schiacciata e arrabbiata, con un tentacolo sopra la testa, poi un pesce color ebano da cui fuoriusciva vapore come fosse stato una roccia lavica in raffreddamento, e poi anche un piccolo pesce azzurro con una patina sottile di... ghiaccio che gli rivestiva il corpo.

"Quelli sono davvero deliziosi," intervenne Mei Pa, fermandosi un istante dallo sforzo di tenere la catena.

Dopo aver issato a bordo un altro paio di reti piene, le braccia di Mei Pa cominciarono a incurvarsi sulla catena. Kuo e Shi Ga andarono ad aiutarla, e tutti e tre insieme cominciarono di nuovo a chiamarsi e a rispondersi urlando, incitandosi a tirare su la massiccia catena da pesca.

Stanco com'era, Tarlo aveva imparato molto tempo prima che restare inattivo nel bel mezzo di un'attività frenetica era un buon modo per farsi sorprendere, farsi uccidere o entrambi in quest'ordine. Stava pensando di chiedere ad alta voce se avessero bisogno di una mano quando...

La sua lenza tirò.

Tarlo non aveva intenzione di perdere anche questo. Si scrollò di dosso il torpore della sorpresa e tese le braccia. Il vento gli raffreddò il sudore improvviso sul viso e sul collo.

Qualunque cosa avesse abboccato, stava tirando bruscamente verso sinistra, e Tarlo sentì di star reagendo più lentamente del previsto. Anche se gli faceva male la schiena, strinse le spalle e si alzò in piedi, mentre la lenza riprese a muoversi, apparentemente controllata dalla cosa sott'acqua. Tarlo strattonò il filo nella direzione opposta, ma era quasi impossibile mantenere la canna ferma.

Tarlo non era estraneo alle gare di forza. Si era scontrato faccia a faccia con Tauren mugghianti in armatura completa, aveva strappato mazze e spade dalle loro mani e aveva allontanato le loro braccia mastodontiche dalla sua gola. Ma questa... questa era un'altra cosa. Era come se la creatura che stava cercando di tirare su nuotasse nella melassa, fosse ricoperta di pesi e facesse a braccio di ferro con lui attraverso un filo sottile legato a una canna ridicola. Tirò di nuovo il filo, ma cercare di avvicinare il suo avversario alla superficie dell'acqua, o alla barca, o anche solo di farlo muovere in linea retta, era una vera e propria lotta.

Si sforzò al massimo, rosso in faccia, e il respiro gli usciva a singhiozzo. La piccola canna da pesca gli dondolava tra le mani, raschiandogli i palmi avanti e indietro, inviando brividi di intorpidimento lungo le braccia, come se stesse colpendo il muro di un castello con una spada. Il rumore sordo di uno spruzzo risuonò alle sue spalle ma egli, nonostante la curiosità, non osò voltarsi.

La canna si piegava verso il basso, sempre di più a ogni momento che passava. Tarlo la tirò indietro, trattenendo il respiro e sollevandosi sulla punta dei piedi per aggiungere ogni centimetro possibile alla leva che poteva ottenere. Il filo era così teso che riusciva a distinguerne le fibre: si sollevarono per un terribile istante, e Tarlo seppe che stavano per cedere.

Non si aspettava che sarebbe stato il pesce ad arrendersi. Senza preavviso, la pressione sulle braccia cessò e le squame dorate del pesce luccicarono nell'aria quando Tarlo lo tirò fuori dall'acqua che ancora si dibatteva.

Era molto più piccolo di quello che sarebbe dovuto essere.Sicuramente più piccolo della lotta a cui l'aveva costretto.

Il pesce era a malapena distinguibile dalle altre decine di carpe dorate che saltavano e nuotavano nella barca, e Tarlo non dovette sforzarsi più di tanto per trattenerlo in mano mentre si divincolava.

Tutti e tre i Pandaren tenevano la catena, muovendosi insieme in una specie di coreografia per abbassare di nuovo la loro gigantesca attrezzatura da pesca, ma si erano fermati all'unisono quando avevano visto Tarlo tenere alta sopra la testa la sua cattura, sorridente come se avesse appena vinto la guerra.

Mentre lo guardavano, Tarlo tolse l'amo dal labbro carnoso della bocca del pesce. Lasciò cadere l'animale in un secchio d'acqua vicino alla sua panca e si risedette.

Uno.

***

Quando misero via le catture della sera, la pioggia finalmente cominciò a calmarsi. Le gocce si fecero più sottili e Tarlo riuscì a pulirle dagli occhi invece di dover strizzare le palpebre. Si sedette accanto a Shi Ga.

Aveva intenzione di fargli una domanda: "Tornerete a riva adesso?"

Ma ciò che invece gli uscì fu una semplice dichiarazione. "Credo di capire perché mi hai voluto raccontare quella storia."

"Mmm?" Shi Ga alzò un sopracciglio.

"Per dimostrare che non siete pazzi, ma anche per... darmi l'ispirazione, giusto?"

Shi Ga sorrise. "Ti abbiamo raccontato la storia di Xun solo perché è una buona storia da condividere. Ma sei libero di trovarci qualcosa di più."

"Ed è per questo che siete qui? Per catturare pesci e raccontare storie?"

"Noi continuiamo il lavoro di Xun. Non solo per nutrire noi stessi e sopravvivere, ma per trovare la nostra eredità. Per... raccontare le nostre storie. Non è forse per questo che sei venuto fin qui?"

Tarlo ci rifletté. Che cosa si era aspettato di trovare a Pandaria? La gelida morte lontano da casa? La fine delle battaglie? Di certo non aveva pensato che avrebbe pescato la propria cena. E a pescare in alto mare in mezzo a una tempesta... si trova ogni genere di cose.

Tarlo sollevò un remo e si unì ai Pandaren a remare. Ora erano in quattro in mare aperto.