Missione a Pandaria - Parte 3
di Sarah Pine

Il vapore della teiera riempì l'aria di un fresco profumo di menta, che ricordò a Chon Po dei giorni in cui Shen-Zin Su si era spinta a nuoto fino ad alte latitudini e i giorni erano diventati grigi e freddi. Per combattere la bassa temperatura, Xiu Li faceva continuamente bollire l'acqua per il tè e i due Pandaren se ne stavano avvolti nei loro mantelli, con le zampe strette intorno alle tazze fumanti, a tremare. Ora non c'era Xiu Li a versare il tè, ma sua madre, Mei.

"Hai l'aria talmente stanca, Po," disse lei.

Chon Po sollevò la sua tazza di tè e poi la riappoggiò. Mei sedeva al tavolo nello stesso posto in cui era seduta Li Li la sera in cui lui aveva perso le staffe con lei e con Chen. La notte seguente, Li Li era scappata con la perla. Da allora, aveva ricevuto da parte sua solo poche vaghe lettere. Gli mancava terribilmente sua figlia.

"Sono preoccupato per Li Li," disse. "E per Chen."

Mei sorseggiò il suo tè. L'austera pelliccia che coronava il suo volto era dello stesso grigio dei capelli che aveva raccolto sulla nuca con una treccia. Quando si voltò verso Chon Po, lo stomaco del Pandaren si contrasse per un istante: i suoi occhi erano gli stessi di Xiu Li. Gli stessi occhi di Li Li.

"È normale che tu sia preoccupato per la tua famiglia," gli disse Mei.

"Dove ho sbagliato?" sbottò Chon Po. Mei sollevò le sopracciglia e poi bevve un altro po' di tè.

"Dovrai cercare di capirlo," disse.

"Ho fallito. La mia famiglia si è divisa e solo mio figlio è rimasto con me. Mia figlia mi disprezza." La rabbia e la frustrazione ribollivano sotto la superficie calma della sua voce. Mei scosse la testa.

"Li Li non ti disprezza, Po," gli disse. "Solo, non ti stai facendo la domanda giusta."

"E quale sarebbe allora, la domanda giusta?"

"Dovresti chiederti perché pensi che la morte del corpo sia una tragedia tanto più grande della morte dello spirito."

Chon Po sbatté gli occhi. "Cosa?"

Mei appoggiò la sua tazza sul tavolo e incrociò le zampe.

***

"Quando Xiu Li è morta, tu hai perso una moglie e io ho perso una figlia. So quello che temi, perché l'ho sperimentato io stessa."

Chon Po sentiva il battito del cuore fino in gola. Mei continuò.

"Mia figlia amava le barche da pesca. Amava il mare, la necessità di dover trovare un equilibrio tra il piacere e una cauta pazienza e l'emozione. E sì, amava anche il rischio."

Lo sguardo di Mei si spostò da Chon Po. Sembrava guardare dietro di lui, oltre, persa in un ricordo lontano.

"Spesso vedevo il suo viso illuminarsi, quando si occupava della sua barca. Ogni giorno in cui prendeva il largo, il suo spirito cantava di gioia."

Gli occhi di Mei tornarono a guardare il presente.

"L'avresti privata di quella felicità, solo per averla con te più a lungo?"

L'avresti privata di quella felicità, solo per averla con te più a lungo.

"Bo ha seguito Li Li su mia richiesta, ed è stato ucciso…"

"Li Li o Chen ti hanno mai riferito le parole dette da Bo prima di morire?"

Po alzò lo sguardo su Mei, colto di sorpresa, improvvisamente nervoso.

"No," rispose.

"L'ultimo sentimento espresso da Bo fu la gratitudine per aver condiviso il viaggio di Li Li insieme a lei. Disse di sentirsi illuminato, che se avesse potuto ricominciare tutto daccapo avrebbe fatto esattamente le stesse scelte. Non aveva alcun rimpianto."

Chon Po combatté per un istante con quest'immagine.

"Davvero?"

"Me l'hanno riferito entrambi, Li Li e Chen. Non penso che stessero mentendo. Avevano il cuore a pezzi per Bo."

Mei allungò una zampa su quella di Chon Po.

"Po, non puoi piegare Li Li alla tua volontà. Lo sai. Ti ha disobbedito già due volte. Li Li è ciò che è: una persona combattiva, esattamente come te. La passione per i viaggi è parte di noi, e la nostra casa, Shen-Zin Su, ne è la prova. Ma Li Li non smetterà mai di essere tua figlia. Anche se non dovesse mai tornare a casa, non devi pensare di averla persa."

"Voglio solo che sia al sicuro," disse Chon Po, chiudendo gli occhi.

"Troverà la sua sicurezza," rispose Mei. "E la sua felicità."

***

Li Li vedeva dune dorate scorrere veloci sotto di lei, mentre proseguiva sulla sabbia a passi veloci. Il sole tramontava alla sua destra mentre lei inseguiva le montagne frastagliate lungo il confine sudoccidentale di Tanaris. Fu attirata da una piccola oasi di cactus sulle colline e corse verso quel passaggio stretto, talmente ben definito da sembrare un taglio inferto con un'ascia di dimensioni cosmiche. Quattro statue, grandiose e severe, facevano la guardia al sentiero. Una sembrava una donna Umana, ma le altre avevano teste di animali. Li Li si voltò verso di loro e le statue sembrarono prendere vita e le loro zampe la invitavano a entrare. Lei, lentamente, si mosse incuriosita verso di loro. Non appena lo fece, il loro comportamento cambiò, e cominciarono ad allungare le loro dita e i loro affilati artigli. Li Li aprì la bocca per urlare. Le statue si trasformarono allora in una singola entità: suo padre. Con malignità, anche lui voleva catturarla e intrappolarla. Lei provò a correre, ma i suoi passi, che prima erano stati così veloci e leggeri, ora erano pesanti e goffi. Inciampava e cadeva e inciampava di nuovo. Percepiva se stessa muoversi come al rallentatore, ogni secondo durava un'eternità. L'intero orizzonte si sciolse e le rocce color del bronzo divennero blu come uno zaffiro. Si ritrovò in mezzo al mare in tempesta, in balia delle onde. Muri d'acqua delle dimensioni di Shen-Zin Su la sollevavano e la facevano ricadere. Lei si agitava per restare a galla, respirando tutta l'aria che poteva. Un'onda la caricò sulla sua cresta e nella confusione lei incrociò un altro sguardo: c'era un altro Pandaren che stava nuotando verso di lei, chiamava il suo nome, vittima come lei dello stesso crudele oceano.

"Mamma!" urlò Li Li.

Xiu Li chiamò sua figlia a gran voce. Li Li allungò entrambe le braccia verso di lei, dimenticando persino di nuotare. L'onda che la stava trasportando smise di muoversi sotto di lei, l'acqua cominciò a precipitare verso il basso e si aprì. Il viso di sua madre si avvicinava correndo, mentre migliaia di tonnellate d'acqua alle sue spalle ruggivano, più letali di una tomba scavata da mani mortali.

***

Quando qualcosa di bagnato le schizzò sulla testa, Li Li sputacchiò come se avesse dell’acqua in gola. Provò ad alzarsi di scatto, perse l'equilibrio e cadde sul pavimento, facendo cadere parti dell'equipaggiamento.

"Li Li?" la voce preoccupata di Chen la raggiunse, calmando il suo panico. "Stai bene?"

Li Li si sedette, cautamente questa volta, sfregandosi gli occhi. La sua mente cominciò a discernere la realtà dalla fantasia. Era su un vagone di un carro, stava attraversando il deserto di Tanaris con una carovana di Nani diretta a Uldum.

"Sì," bofonchiò, ancora intontita dall'incubo fatto durante il sonnellino. "Un brutto sogno." L'immagine del volto disperato di sua madre le esplose tra i pensieri e Li Li rabbrividì.

"Lo supponevo. Continuavi ad agitarti mentre dormivi, hai anche rovesciato una delle borracce." Chen prese il contenitore: una striscia di cuoio più scuro mostrava il punto in cui l'acqua era fuoriuscita. Li Li si portò una zampa alla fronte e capì cos'era successo. Cercò di buttarla sul ridere, ma non vi riuscì.

"Che cosa stavi sognando?" le chiese Chen. "Vuoi parlarne?"

"All'inizio era uguale alla visione che la perla mi ha mostrato a Meccania. Stavo viaggiando attraverso Tanaris. Ho visto l'oasi e il passaggio con le statue. E poi..." La voce di Li Li si spense. Chen attese paziente.

"Poi è diventato un incubo. Ero... Ero in mezzo a una tempesta," concluse.

Chen non le chiese altri dettagli. "Va tutto bene, Li Li," disse. La presenza di Chen la rassicurava di più di quanto Li Li non volesse ammettere.

Entrambi scostarono le tende di canovaccio che chiudevano il vagone e si sedettero sulla panca di legno, accanto al guidatore, una Nana dai capelli neri come la pece di nome Felyae. Le sabbie dorate di Tanaris si estendevano intorno a loro in ogni direzione. L'unica variazione al monotono paesaggio era il profilo delle montagne sudoccidentali, che erano comparse solo qualche giorno prima all'orizzonte, sopra le dune. Sapere che la carovana si stava avvicinando alla fine del deserto motivava l'intera compagnia a proseguire.

"Come va, ragazza?" chiese Felyae a Li Li con gentilezza. "Mi sa che non hai riposato molto durante il tuo sonnellino."

"Ha fatto un brutto sogno," rispose Chen prima che Li Li potesse dire qualcosa.

"Già, il caldo del deserto fa male alla testa," rispose Felyae. Scosse leggermente le redini del cammello vicino ai fianchi per sottolineare il punto. "Fa fare gli incubi e dà le allucinazioni."

Li Li non aveva mai pensato, prima di allora, alle visioni della perla come a delle allucinazioni, ma le esperienze delle ultime settimane l'avevano spinta a ripensarci. Una volta giunta a Meccania, era stata sicura di poter noleggiare una nave grazie alle conoscenze di Catelyn, per riuscire a partire finalmente verso sud insieme a Chen, alla ricerca di Pandaria. Eppure, nonostante le raccomandazioni della famosa piratessa, trovare un capitano si era rivelata un'impresa impossibile. Si era rivolta un'altra volta alla perla, che le aveva mostrato il viaggio attraverso Tanaris e oltre le montagne, nel territorio di Uldum. Così, fu a Uldum che lei e Chen si diressero, comprando un passaggio da un gruppo di Nani della Lega degli Esploratori.

"Il deserto finirà tra un giorno o due," commentò Felyae, rompendo il silenzio. "Cos'avete in programma di fare, a Uldum?"

"Andare in città," disse Chen.

"Ah, Ramkahen?"

"Sì, a Ramkaaa... hen," rispose Li Li, incespicando nella pronuncia del nome. Non conosceva ancora il nome della città. "Si trova sulla sponda del lago, giusto?"

"Sulla sponda nord del lago, sì," confermò Felyae. "Il nome l'hanno scelto quelli che la abitano."

"I Tol'vir," disse Chen, e Felyae annuì. "Sai dirmi qualcosa su di loro? Non li conosco."

"Ah be'," cominciò Felyae pensosa, "i Tol'vir sono come i centauri, solo che invece di essere dei grandi cavalli sono dei grandi felini."

Chen ne fu affascinato. "Interessante!"

"Sì sì," disse lei. "Una volta ci sono stata, a Ramkahen, li ho visti. Comunque, sono divisi in tribù, a seconda della città in cui vivono. Per questo i Ramkahen sono a Ramkahen. Una volta c'erano anche i Neferset e gli Orsis, ma ormai non ne esistono più."

"Cosa gli è successo?" chiese Li Li.

Felyae scosse la testa, cupa. "Guerra. Guerra civile. Ora gli unici rimasti sono i Ramkahen."

"Che cosa terribile," commentò Chen.

"Eccome," concordò Felyae. "Non ho idea di come sia la città adesso, non ci ho più messo piede da quando la guerra è finita, ma da quello che ricordo è una città triste. Bella, ma piena di tristezza."

Tutti e tre stettero in silenzio per qualche istante, mentre il vagone procedeva. Il cammello avanzava lento, scalando il pendio dell'ennesima duna. Mentre raggiungevano la cima della duna, sentirono un grido acuto e la voce di Dalgin, il capo della carovana.

"Vedo la Valle dei Cardosecco laggiù! Ci siamo quasi, a Uldum!"

L'entusiasmo di Dalgin era talmente contagioso che Li Li, Chen e Felyae sorrisero tutti e tre alla bella notizia nonostante il triste argomento di cui stavano parlando. Li Li sentì un brivido di trepidazione attraversarle la spina dorsale: Chen non aveva mai descritto Uldum nelle sue lettere.

***

Quando raggiunsero la valle, l'umore di tutti si risollevò. La sabbia lasciò il posto alla terra e la carovana poté allungare il passo. Delle montagne scure s'innalzavano proprio di fronte a loro, attraversate lungo il pendio dalle indicazioni del sentiero che continuavano a seguire.

Dalgin si assicurò che tutti lo sapessero. "Ci stiamo avvicinando al passo!" urlò. "Prima di notte saremo al campo!"

La carovana proseguì imperterrita all'ombra dei ripidi fianchi della montagna. Dall'alto, torreggianti statue di guardia affiancavano i viaggiatori, ed erano ancora più grandi di quanto Li Li ricordasse dalla sua visione. Al ricordo del suo sogno, Li Li ebbe un brivido, eppure le enormi sculture non si mossero, imponenti ma innocue.

Gli zoccoli dei cammelli calpestavano con delicatezza il terreno e la loro eco si diffondeva nell'aria come il suono di campane lontane. Li Li allungava il collo in ogni direzione: desiderava ardentemente incontrare le popolazioni che avevano creato questo luogo, ascoltare le loro storie, conoscere meglio la loro arte. Colse l'espressione di Chen, mentre si guardava intorno, e vide che anche lui era impressionato e affascinato come lei. Forse anche Liu Lang si era sentito così? Era questa sensazione che aveva portato lui e i suoi compagni a perseverare nella loro vita di esplorazioni? Una fitta di tristezza le strinse il cuore, quando pensò a suo padre. Lui, che non aveva idea di che cosa si stesse perdendo.

***

Quando la carovana uscì dal passo, tornò a essere illuminata dalla luce del sole. La strada proseguiva verso ovest, attraverso delle grandiose rovine. Un'enorme statua di un essere dalle sembianze feline, dotata di ali e con una spada gigante, stava a guardia di una tomba. Li Li era talmente impegnata ad ammirarla, da non aver quasi notato che la carovana si era improvvisamente fermata. L'urlo di Dalgin ridestò la sua attenzione.

"Per la barba di Brann, che succede? Perché ci state puntando contro quelle armi?"

Li Li, Chen e Felyae si scambiarono un'occhiata preoccupata. D'istinto, Li Li cercò il suo bastone, che sapeva essere dentro il vagone coperto, ma Chen le prese il polso e la fermò. Con l'altra zampa indicò le rovine e Li Li seguì il suo sguardo.

Di fronte alla carovana c'erano diverse creature alte, a quattro zampe, alcuni di un color fulvo dorato, altri marrone scuro e altri ancora neri come l'onice. Avevano il torso come gli esseri umani ma la parte inferiore del corpo e testa da felini. Li Li trattenne il fiato: i Tol'vir! Il suo entusiasmo, però, durò poco: questi erano Tol'vir arrabbiati, e anche armati.

"Ehi!" urlò Dalgin, avvicinandosi ai Tol'vir. "Non abbiamo fatto niente di male!"

Il capo del gruppo di Tol'vir, riconoscibile dagli abiti che indossava sul petto e sul garrese, fece un passo in avanti. In una delle mani teneva sospesa un'enorme lancia come se non pesasse nulla. Dalgin era alto meno della metà di un Tol'vir. Li Li ammirò il coraggio del Nano, o la sua sconsideratezza.

"Dovete venire con noi nella città di Ramkahen," tuonò il capo dei Tol'vir. "A rapporto da Re Phaoris."

"Ah, ma dai, ci stiamo solo dando un'occhiata intorno!" cominciò a discutere Dalgin. "Documentiamo alcune cose, prendiamo dei dati…"

"Verrete scortati fino alla città," ripeté il Tol'vir, incurante. Dalgin borbottò qualcosa nella sua lingua. Li Li rimase un attimo a pensare a quali parole potessero essere, immaginandosi alcune possibilità tra le più volgari. Poi, la carovana ripartì, scortata sui fianchi dai possenti Tol'vir, che li guidavano verso Ramkahen in silenzio.

***

Arrivarono in città lungo un sentiero che costeggiava un fiume e l'oasi nata lungo i suoi argini. Li Li rimase affascinata dalla scena. Si meravigliò della diversità della vita lungo il fiume. Palme e felci dalle lunghe foglie riempivano la costa, spingendosi fin sugli argini e fornendo riparo a una gran varietà di creature: rane, rospi, lucertole e uccelli dalle zampe sottili. Si chiese come fosse possibile che animali dall'apparenza tanto fragile riuscissero a sopravvivere nell'inclemente clima desertico.

Improvvisamente, gli alberi si fecero più rari. Quattro pilastri di pietra emersero dal terreno, e subito dietro altre due enormi statue dalla testa di falco erano poste a guardia dell'ingresso alla città. Verso sud, il lago di Vir'naal luccicava come un diamante sotto i raggi impietosi del sole.

Infine, giunsero a Ramkahen. I Tol'vir fecero loro strada all'interno della città, ordinando di lasciare i carri della carovana fuori dai cancelli. Li Li prese il suo bastone, facendo attenzione al Tol'vir che camminava al suo fianco, di certo il più grosso di tutti, ma per fortuna nessuno sembrava curarsi affatto di lei.

Se le circostanze fossero state diverse, Ramkahen sarebbe stato un luogo affascinante per i Pandaren. Visto quanto stava accadendo, però, Li Li era troppo infastidita per notare le meravigliose pavimentazioni delle strade o le tende colorate che abbellivano ogni porta. Anche Chen non si sentiva a suo agio.

Man mano che il gruppo proseguiva attraverso Ramkahen, divenne chiaro a tutti che stava succedendo qualcosa di strano. Un gruppo di Tol'vir si era radunato al centro della città e stava discutendo animatamente. Le guardie erano tutte all'erta, intorno alla grande piazza, e fissavano la folla alla ricerca di comportamenti sospetti.

"Cosa accidenti sta succedendo qui?" si chiese Chen ad alta voce.

Sul lato nord della piazza si trovava un imponente edificio, raggiungibile da un'ampia scala che portava a un porticato soprelevato. Lassù c'erano cinque Tol'vir incatenati. Erano scortati da altri tre Tol'vir, uno dei quali indossava una maschera magnifica che gli copriva completamente il volto. Da quella distanza non poteva esserne sicura, ma a Li Li sembrava che la pelle dei prigionieri fosse leggermente diversa da quella gli altri Tol'vir, in qualche modo. Strizzò gli occhi, per cercare di vedere meglio.

Uno dei Tol'vir in cima alla scala alzò la voce al di sopra del frastuono.

"Re Phaoris vuole parlarvi! Fate silenzio e ascoltate!"

La folla si quietò. Il Tol'vir con indosso la maschera, Re Phaoris, parlò, non alla folla radunata bensì ai prigionieri. La sua voce profonda echeggiò attraverso la piazza.

"Voi, sopravvissuti Neferset, siete qui accusati di aver cospirato insieme al malvagio drago Alamorte. Siete accusati di aver accettato la sua offerta di invertire la maledizione della carne in cambio del vostro aiuto a lui e al suo alleato, il Signore Elementale dell'Aria Al'Akir. Siete accusati di aver usato il potere che loro vi hanno concesso per portare la guerra contro il vostro stesso popolo…"

"Zio Chen, che cos'è la maledizione della carne?" sussurrò Li Li.

"Non lo so," le rispose lui.

"È una condizione che affligge i costrutti dei Titani," rispose sottovoce Felyae, che si trovava al loro fianco. Entrambi i Pandaren sbatterono le palpebre, stupiti. "I Titani costruirono le loro creature con la pietra, per lo più, e con altri dispositivi meccanici," spiegò, "così che questi costrutti potessero eseguire i loro compiti senza provare paura, senza invecchiare e senza indebolirsi. Ma ci sono esseri cattivi che conoscono una grande magia e che odiano i Titani. Loro hanno sabotato questi costrutti trasformando quei corpi in carne e ossa, come i corpi di tutte le altre creature di Azeroth."

"Come sai tutte queste cose?" le chiese Li Li. Felyae sorrise con una smorfia.

"Anche noi Nani siamo afflitti da questa maledizione," disse. "Un tempo, noi eravamo costrutti di pietra, opera dei Titani stessi."

Si capiva dalla sua espressione del viso che Felyae provava sentimenti contrastanti nei confronti del fatto di avere un corpo di carne. Li Li saggiamente non disse nulla, ma si ricordò del tempo trascorso a Forgiardente durante la Festa della Birra e fece fatica a immaginare quei Nani chiassosi, vivaci e gioviali nella loro originaria forma di pietra. Non poteva evitare di sentirsi leggermente sollevata, all'idea che ora anche loro fossero creature in carne e ossa proprio come lei.

"Quindi i Tol'vir sono stati creati dai Titani," commentò Chen, e Felyae annuì.

In cima alle scale, Re Phaoris stava finendo il suo discorso. Li Li non era riuscita a sentirne la seconda parte.

"…L'Alto Concilio discuterà della questione oggi e domani. Il giorno successivo, il vostro destino sarà deciso. Se qualcuno di voi vuol dire qualcosa in propria difesa, dovrà farlo prima che questo tempo scada!"

"I prigionieri devono morire!" gridò qualcuno della folla.

"Che i traditori soffrano!" disse un'altra voce.

"Che la discussione cominci," proclamò Re Phaoris, rivolto alla folla irrequieta. "Qualsiasi cittadino volesse contribuire con la sua opinione su come la questione dev'essere risolta, potrà parlare con il Concilio."

I prigionieri Neferset furono portati via da un gruppo di guardie, accompagnati dalle grida e dai fischi degli spettatori. Re Phaoris e i suoi compagni entrarono nel grande edificio e scomparvero dalla vista. Lentamente, la folla cominciò a disperdersi, sempre attraversata da mormorii di rabbia. I Tol'vir che stavano scortando Li Li, Chen e i Nani li spinsero in avanti e poi su per la scala, fino alle stanze del Re.

Il gruppo fu presentato direttamente a Re Phaoris, il quale lasciò passare diversi inquietanti minuti, guardandoli uno per uno, prima di parlare.

"Le mie guardie vi hanno portato da me per un motivo," disse con freddezza. "Perché siete qui?"

Dalgin fece un passo in avanti. "Siamo archeologi," disse, gonfiando il petto con orgoglio. "Della Lega degli Esploratori di Forgiardente. Siamo qui per dare un'occhiata agli antichi siti di Uldum."

Li Li avrebbe potuto giurare che Re Phaoris aveva alzato gli occhi al cielo, ma la maschera le impediva di esserne sicura. Sospirò.

"Una spedizione di Gnomi ha pensato bene di esplorare le rovine meridionali: hanno tutti perso il lume della ragione," disse, con una sfumatura d'impazienza nella voce. "Per quanto il vostro aiuto sia stato prezioso durante la recente guerra, ricordate che voi siete ospiti, qui nella nostra terra. Alcune cose è meglio che non vengano dissotterrate. Potete restare nella mia città, per ora, ma non oltrepassate i limiti della nostra ospitalità. Andate pure."

I Nani cominciarono a uscire in fila, brontolando tra un sospiro e l'altro. Li Li colse alcuni frammenti di frasi, cose come "intralcio alla conoscenza " e "vecchio burbero legnoso", e dovette sopprimere una risata. Chen si trattenne qualche istante, guardò con avidità tutta la stanza, i dettagli dell'architettura e le decorazioni di quello splendido posto. Li Li sorrise e si fermò con lui.

Dopo qualche istante, fecero per andarsene, intenzionati a cercare insieme ai Nani una taverna o l'equivalente di una locanda a Ramkahen. Quando Chen raggiunse la porta, fu quasi travolto da un Tol'vir che entrava correndo nell'edificio.

"Re Phaoris!" urlò il nuovo arrivato. "Vi prego, devo parlare con voi e con l'Alto Concilio."

Il Re sbuffò sonoramente. "Abbiamo già ascoltato tutto ciò che avevi da dire, Menrim."

"Vi prego," ripeté Menrim, "vi prego ascoltatemi. I prigionieri Neferset meritano un po' di pietà…"

"Per te di sicuro," grugnì uno dei membri del Concilio. Re Phaoris alzò una mano e chiese silenzio.

"Menrim, so che sei preoccupato per loro. L'Alto Concilio farà in modo che tutto avvenga secondo giustizia, qualsiasi cosa venga deciso."

"Hanno partecipato a una guerra che hanno perso," disse Menrim, implorante. "Non è forse sufficiente? Dobbiamo per forza rispondere al sangue con il sangue?"

Un altro Tol'vir nella stanza borbottò qualcosa che sembrava proprio un "Sì."

Li Li e Chen si affrettarono a uscire dall'edificio mentre l'attenzione di tutti era concentrata su Menrim. Una volta arrivati nella piazza esitarono, incerti su quale direzione prendere, e videro Menrim in cima alle scale, avvilito, trascinare le sue zampe color sabbia un passo dopo l'altro. La stanchezza permeava ogni suo gesto e il cuore di Chen non resse a quella vista. D'impulso, Chen decise di parlare al Tol'vir isolato.

"Ho sentito quello che hai detto al Re," cominciò, allungandosi verso Menrim. "Penso che tu sia molto coraggioso. Non è facile chiedere pietà per coloro che ci hanno fatto dei torti."

Menrim sembrò tornare in sé alle parole di Chen. I suoi occhi si spostarono sui due Pandaren, chiaramente degli stranieri in quella terra. Non disse nulla, ma la sua faccia perse parte dell'espressione tormentata.

"Mi chiamo Chen Triplo Malto. Io e mia nipote Li Li siamo appena arrivati. Ti auguriamo buona fortuna per questo momento difficile."

"Io mi chiamo Menrim," rispose il Tol'vir. "Grazie per il vostro appoggio." Fece una piccola pausa, poi proseguì, "Sarei felice di ospitare te e tua nipote per cena, se volete."

"Onorati di accettare, Menrim," disse Chen.

***

Menrim viveva in una casa modesta, costruita direttamente sul terreno, che guardava verso il lago di Vir'naal. Mentre il cielo si scuriva, le luci di un'altra città diventavano visibili al di là dello specchio d'acqua.

"Che città c'è laggiù?" chiese Li Li, indicando le luci arancioni e rosse. Era in cucina e stava aiutando Menrim a pulire i piatti dopo che avevano mangiato.

"È Mar'at. Era vicina a Orsis, quando Orsis esisteva ancora."

"Orsis è stata distrutta durante la guerra?" chiese Li Li. Menrim annuì.

Sì. Al'Akir mandò il suo esercito a seppellirla con una terribile tempesta di sabbia." Menrim sospirò. "Orsis e Neferset erano dei posti davvero bellissimi, specialmente Neferset."

"Ci sei stato?"

"Ci sono nato," rispose piano Menrim.

"Oh," esclamò Li Li, asciugando un piatto con uno straccio, imbarazzata. "Non sei un Ramkahen?"

"Lo sono ora," rispose Menrim dopo un attimo. "Ma un tempo appartenevo alla tribù dei Neferset."

"Oh," esclamò di nuovo Li Li, sempre continuando nel suo lavoro.

"Io..." cominciò Menrim, con la voce tremolante per un attimo attraversata da una scintilla d'orgoglio. Si accigliò. "Ma tu non sembri turbata da tutto ciò."

Li Li spalancò gli occhi. "Dovrei esserlo?"

Menrim la guardò incuriosito e sovrappensiero. "No, suppongo tu non debba considerare il mio retaggio necessariamente strano."

"Menrim," disse Li Li, "io ne so davvero poco dei Tol'vir. C'è stata una guerra civile, e ho sentito che i Neferset si sono alleati con Alamorte." Menrim sussultò quando sentì pronunciare il nome del primo Aspetto dei Draghi. Li Li continuò, "Ma tu non sembri proprio un amico di Alamorte: non sei abbastanza morto."

Menrim si lasciò sfuggire il più stretto dei sorrisi.

"Non ho nemmeno le ali," rispose Menrim. Li Li girò il suo sguardo benevolo verso di lui e Menrim fece un profondo respiro.

"Credo di dover raccontare a te e a tuo zio una storia."

"Noi amiamo le storie," gli disse Li Li, ma lui fece una smorfia.

"Forse non amerete questa," disse.

***

Chen e Li Li sedevano a gambe incrociate di fronte a Menrim nella stanza principale della sua piccola casa. Menrim piegò le zampe sotto il corpo e cominciò a raccontare.

"Neferset si trova verso sud. È, o meglio era, una città magnifica, molto più grande di Ramkahen. Sono nato lì, così come mio fratello Bathet.

"Tutti i Tol'vir conoscono la propria storia. Sappiamo che siamo dei costrutti dei Titani, progettati per proteggere Uldum e i suoi segreti. Detto questo, siamo anche altro, non solamente degli automi. In origine, i Titani ci fornirono dei corpi di pietra affinché fossimo più efficienti nello svolgere il nostro lavoro di guardiani.”

"Quando è apparsa la maledizione della carne tra i Tol'vir, abbiamo sofferto per i nostri corpi improvvisamente deboli, ma sembrava non ci fosse nulla che potessimo fare per invertirla. Così, abbiamo accettato le cose come stavano e siamo andati avanti. Nonostante ciò, molti di noi non hanno mai smesso di soffrire e lamentarsi per quella perdita.

"Come sapete, di recente il grande drago Alamorte è ricomparso. Si è alleato con Al'Akir, il Signore Elementale dell'Aria, e con gli Dei Antichi, che sono stati la fonte della maledizione della carne."

"Alleato con gli Dei Antichi?" disse Chen poco convinto. "Non ci posso credere..."

"Credici," disse Menrim cupo. "Quando Alamorte è arrivato qui, ha offerto ai Tol'vir un patto: se ci fossimo uniti a lui, avremmo riottenuto i nostri originali corpi di pietra. La maledizione sarebbe stata invertita."

Li Li e Chen annuirono.

"I miei compagni Neferset, guidati dal Faraone Oscuro Tekahn, decisero a gran maggioranza di accettare l'accordo. Io, però, la pensavo diversamente."

Menrim si raccolse.

"Io ci ho provato, a convincere gli altri Neferset che non sarebbe stata una buona idea. Sì, avremmo riottenuto i nostri corpi di pietra, ma saremmo stati per sempre in debito con Al'Akir e Alamorte. I miei compagni erano arroganti, pensavano che avremmo potuto sconfiggerli e riconquistare la nostra indipendenza, una volta che avessimo avuto di nuovo i nostri corpi originari. Sempre meno Neferset condividevano i miei dubbi e anche Bathet a un certo punto mi lasciò solo. Lo pregai di ripensarci, ma non ne voleva sapere. Era anzi uno dei maggiori sostenitori di quest'alleanza, in città. Alla fine, mi fu chiaro che ero in pericolo. Scappai a Ramkahen e offrii la mia lealtà a Re Phaoris. Quando tutti gli altri Neferset divennero dichiaratamente ostili, io mi impegnai per aiutare i Ramkahen a sconfiggerli."

"E tuo fratello?" chiese Chen con gentilezza. "Cosa ne è stato di lui?"

Menrim non rispose subito. L'espressione sul suo viso si incupì, alla luce arancione delle lampade a olio.

"Menrim non rispose subito. L'espressione sul suo viso si incupì, alla luce arancione delle lampade a olio."

Quella notte, Chen rimase sveglio, sdraiato a fissare il soffitto della casa di Menrim. Il leggero russare di Li Li gli confermò che dormiva, nonostante anche per lei non fosse stato facile prendere sonno. L'aveva sentita girarsi e rigirarsi per almeno un'ora, prima di soccombere alla stanchezza.

Lui, invece, non trovava pace. Capiva perfettamente perché Menrim aveva osato opporsi agli altri Tol'vir in favore dei prigionieri di guerra Neferset. Gli bastava immaginare come si sarebbe sentito se ci fosse stato Chon Po a dover affrontare l'esecuzione, pur colpevole dello stesso terribile crimine commesso da Bathet, per sapere che anche lui avrebbe fatto qualsiasi cosa in suo potere per salvare la vita del fratello. Più Chen rifletteva sulla situazione, più il suo stomaco si stringeva per la sofferenza che sicuramente Menrim stava attraversando, sapendo che lui, e solo lui, avrebbe potuto frapporsi tra il fratello e la morte. Alla fine, Chen si alzò e ritornò a sedersi al tavolo della cucina. Si sentiva disperatamente impotente ed estremamente stanco.

"Vedo che nemmeno tu riesci a dormire." La voce calma di Menrim distrasse Chen dai suoi pensieri. Non aveva sentito il Tol'vir entrare e si chiedeva come potesse, con quella stazza, muoversi silenziosamente come un gatto domestico.

"Mi dispiace se il pavimento non è molto comodo," disse Menrim, ma Chen scosse la testa.

"Ho dormito in posti molto peggiori di questo, credimi. Sono sveglio perché continuo a pensare alla storia che ci hai raccontato dopo cena."

Menrim sospirò. "Anch'io. Tutti qui conoscono la mia storia. Un tempo provavano anche pietà per me, ma la guerra indurisce anche i cuori più compassionevoli."

"Ho un fratello anch'io," rispose Chen. "È il padre di Li Li. Non siamo andati sempre d'amore e d'accordo, ma non riesco nemmeno a immaginare come sarebbe combattere una guerra su due fronti opposti."

Menrim guardò lontano. "Ho discusso a lungo con l'Alto Concilio. Non molti sanno avere pietà per il semplice fatto che uno la merita, ma alcuni di loro potrebbero considerarla un'opzione se i prigionieri si pentissero. Ho provato a parlarne con Bathet, ma fino a oggi sembra non provare alcun rimorso per quello che ha fatto." La voce di Menrim si ruppe e lui inclinò la sua grande testa felina sul petto, abbassando le orecchie.

"Mi sono occupato della mia famiglia più che di qualsiasi altra cosa," disse. "Ho sempre cercato di dare il buon esempio, essendo maggiore d'età di Bathet. Volevo mostrargli come vivere una buona vita, ma non avrei mai immaginato che sarebbe andata a finire così. Ho provato a non dirgli cosa fare e cosa non fare, ma gli ho sempre parlato con onestà quando è venuto da me. Quando però è diventato il più fiero dei sostenitori di Alamorte... mi sono chiesto dove ho sbagliato."

"Non sei responsabile delle sue azioni," disse Chen. "Puoi solo vivere la tua vita ed essere fedele a te stesso. Probabilmente Bathet ha fatto la stessa cosa, per quanto terribile possa sembrare. Forse credeva veramente che quello che faceva fosse la cosa giusta da fare."

"Forse," rispose Menrim. Non guardò Chen. "Penso che tornerò a letto. Buona notte."

"Buona notte," disse Chen. Sapeva che le sue parole non gli avevano offerto alcun conforto. Si sentì inadeguato e promise che avrebbe fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, per aiutare Menrim e suo fratello.

***

Il mattino seguente, prima che Li Li di svegliasse, Chen uscì per vedere dove i prigionieri Neferset erano tenuti rinchiusi. I Tol'vir diventavano apertamente ostili, ogni volta che chiedeva loro quest'informazione, ma alla fine trovo un'Orchessa che gli indicò il cancello a est, quello che lui e Li Li avevano attraversato il giorno precedente. C'era una rampa che scendeva nel sottosuolo e portava all'entrata di una prigione. Chen la ringraziò e proseguì.

Due sciacalli in cima a dei pilastri facevano la guardia alla rampa, sinistramente. Chen si fermò a guardarli. Sperava di trovare un modo per avere qualche effetto positivo sulla situazione, ma si chiedeva al contempo se una persona da sola avrebbe potuto davvero fare qualcosa. Si ricordò di aver visto alcuni individui riuscire a compiere grandi imprese. Allora, fece un respiro profondo e cominciò a scendere. Al termine della discesa una guardia Ramkahen bloccava la porta.

"Cosa vuoi?" chiese, brandendo una picca alta come Chen.

"Ehm... vorrei parlare con i prigionieri Neferset," rispose.

"Per?" replicò la guardia.

"Per sapere," rispose Chen. "Voglio sapere perché hanno fatto quello che hanno fatto."

La guardia lo guardò meglio, squadrandolo dall'alto in basso. "Sei una creatura dall'aspetto strano," disse. "E chiaramente non hai nessuna relazione con i Tol'vir. Puoi parlare con i prigionieri, se vuoi, ma devi lasciare tutto il tuo equipaggiamento a me. All'interno c'è un'altra guardia che ti sorveglierà."

Chen annuì, lasciando cadere per terra il suo bastone e il suo zaino. "Grazie," disse, spingendo la porta per aprirla.

***

Gli fu subito chiaro che quella struttura sotterranea non era stata costruita come prigione, ma era stata convertita a quell'uso in un secondo momento. Come promesso, era presente un'altra guardia, per assicurarsi che la discussione con i Neferset rimanesse innocua.

I Neferset erano saldamente incatenati alle mura di pietra, mentre le fragili gabbie che li circondavano erano chiaramente costruzioni temporanee. Chen si chiese quante probabilità ci fossero che la vera intenzione dell'Alto Concilio fosse di tenerli prigionieri a lungo.

"Chi di voi è Bathet?" chiese.

"Lui," rispose la guardia Ramkahen, indicando verso una gabbia lungo il muro di destra.

Chen annuì e si avvicinò al fratello di Menrim.

Ora che i suoi occhi si erano abituati all'oscurità, Chen poté guardare meglio Bathet e gli altri prigionieri. Erano diventati davvero costrutti di pietra: sembravano più dei Golem che delle creature viventi.

"Quindi tu sei Bathet?" chiese Chen.

"Cosa ti interessa?" gli ringhiò in risposta il Neferset. I suoi occhi erano l'esatto opposto di quelli di Menrim: duri, freddi e infuriati.

"Rispondi alle sue domande," ordinò la guardia, sbattendo la sua picca contro le sbarre della gabbia. Il clangore del metallo echeggiò stridente per tutto il sotterraneo.

Bathet sogghignò e non rispose. Invece, cominciò a camminare avanti e indietro nella gabbia, mostrando i denti a Chen. La guardia sbatté la picca contro le sbarre un'altra volta.

"Conosco tuo fratello, Menrim," disse Chen.

Bathet guardò Chen per un attimo e poi scoppiò in una risata di scherno.

"Ah, ecco perché perdi il tuo tempo quaggiù con i poveri prigionieri! Immagino che il caro Menrim ti abbia pregato di convincermi a diventare ragionevole."

"A dire il vero, non sa nemmeno che sono qui," disse Chen, e Bathet rise di nuovo.

"Ancora meglio! Ti ha commosso talmente tanto da convincerti a fare il lavoro sporco al posto suo! Magnifico."

Chen piegò la testa da un lato e fissò Bathet. Sapeva che contrattaccarlo avrebbe portato solo ad altre battute sferzanti, così decise di provare a convincerlo a conversare con lui.

"Più che il lavoro, è proprio il posto qui che è sporco," disse Chen. "Immagino che nessuno di voi abbia fatto un bagno di recente, anche se per nostra fortuna non siete altro che un ammasso di roccia."

La guardia Ramkahen al fianco di Chen sembrò leggermente offesa dal commento, ma non poté evitare di ridacchiare. Bathet lo guardò stupito e Chen fece il gesto di togliersi della polvere dalla pelliccia bianca e nera. Incrociò le braccia e lanciò a Bathet la più compiaciuta delle occhiate compiaciute possibili.

Funzionò.

"Voi esseri mortali ve ne andate in giro pensando di aver ragione, di essere giusti. Tu e pure mio fratello, dillo anche a lui, quanto vi odio. E quando lo fai, mi raccomando, guarda bene quella faccia moralistica, piagnucolosa e sofferente e vedrai che il suo sguardo disperato sta dicendo, Oh, sono così deluso da te, Bathet. E poi fagli sapere che è un gran..."

Bathet ringhiò un elenco di epiteti e soprannomi che Chen giurò in silenzio di non ripetere mai. Anche la guardia ne fu in qualche modo sconvolta.

"...e questo è ciò che penso di lui e del suo complesso di superiorità."

"Ma certo," mentì Chen.

"Menrim comunque sta sprecando il suo fiato," continuò Bathet. "Anche se il Concilio dovesse concedergli la sua tanto agognata clemenza, io preferirei morire qui, con la mia vera famiglia, che passare anche un solo momento in sua presenza."

Detto ciò, Bathet diede le spalle a Chen e si mise a fissare il muro. Chen non ci provò nemmeno a continuare a parlare: sarebbe stato inutile.

"Me ne vado," disse alla guardia che annuì.

La luce del sole era accecante e Chen, quando uscì, rimase alcuni istanti a sbattere le palpebre per abituarsi. Una guardia della prigione chiuse la porta alle sue spalle mentre l'altra lo guardava incuriosita.

"Spero tu abbia scoperto quello che volevi sapere," disse. "Ma dubito che questi prigionieri sappiano dare delle risposte. Sono solo dei fanatici."

Chen rifletté sulla conversazione avuta in prigione mentre raccoglieva le sue cose davanti alla porta. Di sicuro "fanatico" poteva essere una descrizione appropriata per Bathet, eppure non aveva mai nominato Alamorte né le ricchezze né il potere. Aveva solo espresso un profondo e totale rancore verso suo fratello.

"Ora ne so abbastanza," disse Chen. Risalì la rampa e si perse nei suoi pensieri.

"Be', guarda un po' chi ha deciso di andarsene in giro di nascosto!" commentò Li Li. Lo stava aspettando fuori dalla casa di Menrim, all’ombra di una palma. Stava studiando le mappe che aveva preso da Shen-Zin Su, segnando i posti in cui erano stati e aggiungendo i territori che mancavano, come l'intera Uldum.

"A che ora ti sei alzato?" continuò. "Non lo sai che siamo qui in vacanza?"

Chen tentò di sorridere alle battute di sua nipote, ma non era dell'umore adatto. Li Li percepì subito la sua tristezza.

"Cos'è successo?" gli chiese.

"Sono andato a trovare il fratello di Menrim in prigione," disse.

"Una bella conversazione davanti a un'abbondante colazione, immagino."

Chen guardò in lontananza, verso il luccicante lago di Vir'naal, senza rispondere. Pensava alla sofferenza di Menrim e al livore di Bathet.

"Zio Chen?" Li Li appoggiò delicatamente una zampa sul suo braccio. "Perché sei andato fin là?" I suoi occhi brillavano di sincera preoccupazione per lui. Chen l'abbracciò.

"Non ne sono sicuro," confessò Chen, sciogliendosi dall'abbraccio. "Immagino che volessi vedere che cosa può spingere qualcuno a fare una scelta come quella di Bathet.

"Bathet disprezza suo fratello," aggiunse. "Non appena ho nominato Menrim, be'... non ha avuto una bella reazione."

Chen si appoggiò al tronco della palma. "Non so cosa fare. Bathet ha chiamato gli altri prigionieri Neferset la sua vera famiglia, quindi chiaramente vuole tenere le distanze da Menrim, ma non ne capisco la ragione. La scorsa notte Menrim non faceva che parlare di quanto si fosse occupato di suo fratello."

Li Li alzò le spalle e non disse nulla. Chen continuò.

"Come può Bathet odiarlo così tanto? Cosa potrebbe essere successo fra di loro?"

"Se n'è andato," disse Li Li piano.

"Certo che l'ha fatto," rispose Chen. "Non voleva lavorare per Alamorte."

"No, prima." Li Li scosse la testa. "Mentre eri fuori, ho parlato con Menrim. Lui è più grande di Bathet e, quando è arrivato il momento, è andato a lavorare coi Sacerdoti al controllo dei dispositivi dei Titani. Rimaneva quasi sempre lontano e vedeva Bathet a malapena."

Chen guardò Li Li interrogativamente. "E quindi?"

"E quindi... Bathet si è risentito, immagino," mormorò Li Li. "Si è sentito abbandonato e ferito. A Bathet non interessava aiutare Alamorte, ma trovare un posto a cui appartenere."

"E tu come fai a sapere cosa c'è nella testa di Bathet?" la provocò Chen.

Li Li si prese una ciocca di capelli e cominciò a tirarla per la frustrazione. Chen non l'aveva mai vista comportarsi così prima di allora. Sembrava combattere con se stessa.

"Lo so perché è quello che mi ha detto una volta Bo. Di te."

"Cosa?"

Per Li Li era penoso, ma continuò a parlare. "Quando papà ha mandato Bo a cercarmi, lui mi ha detto..." la voce di Li Li si affievolì.

"Che cosa ti ha detto?" chiese Chen. Il cuore gli rimbalzava nel petto.

"Bo mi ha detto che tu te n'eri andato perché ti interessavano di più la tua birra e le tue avventure di tutti noi."

"Questo non è vero!" protestò Chen.

"Lo so che non è vero!" rispose Li Li. "Accidenti, zio Chen, leggo le tue lettere tutti i giorni! Ma è questo che provava Bo. E l'ha provato per molto tempo. Era arrabbiato con te."

Chen abbassò la testa. Gli ritornò in mente, chiara, la sua discussione con Chon Po la notte prima che Li Li rubasse la perla. Poteva vedere il dolore negli occhi di Po, sentire la furia e l'angoscia nella sua voce.

"Ricordo quello che Bo mi disse sulla spiaggia, prima di morire. Allora non lo capii, era successo tutto troppo in fretta." Chen si strofinò la faccia, improvvisamente troppo stanco. "Avrei dovuto capirlo. Chon Po si sentiva nello stesso modo. Si sente così ancora oggi."

Li Li non disse nulla. Sopra di loro, le foglie degli alberi frusciavano nella calda brezza.

"Ora penso di sapere cosa bisogna fare," disse Chen.

***

Chen ebbe l'irrazionale impulso di servire del tè. Ma se ne rimase in piedi a disagio, insicuro su dove tenere le zampe. Le incrociò davanti, le lasciò penzolanti lungo i fianchi e infine decise di tenerle dietro la schiena l'una nell'altra.

Menrim era faccia a faccia con Chen e Li Li nella sua casa, gli occhi marrone chiaro miti ma inquisitori.

"Sono andato a trovare tuo fratello stamattina," disse Chen. "Gli ho parlato."

Menrim si volse e fece alcuni passi nella stanza, agitando la coda. "Che cosa ti ha detto?"

"Era molto arrabbiato," disse Chen, e Menrim annuì.

"Lo so."

Chen fece un profondo respiro e si chiese come Menrim avrebbe affrontato quello che stava per suggerire.

"Dovresti scusarti con lui."

Menrim si voltò di scatto. "Io dovrei scusarmi? È lui quello che ha combattuto al fianco di Alamorte!"

"Sì," disse Chen. "Ma... Secondo me, lui crede che tu non l'abbia mai messo al primo posto nelle tue preoccupazioni."

"Come può pensare una cosa del genere? È..."

"Menrim," lo interruppe Chen, e persino alle sue stesse orecchie la sua voce risuonò d'improvviso aspra. "Potrai discutere sul torto e sulla ragione più tardi. Ma se vuoi che lui mostri rimorso per le sue azioni, così da ottenere la clemenza, credo proprio che sia necessario che ti scusi con lui."

"Come fai a saperlo?" chiese Menrim.

"Io ho trascurato delle persone nella mia vita. Persone che amavo, come mio fratello." La sua mente si riempì di ricordi di Chon Po e di Bo. "E... ci sono state delle conseguenze."

Menrim ricominciò a camminare, perso nei suoi pensieri. Alla fine si fermò di fronte ai due Pandaren.

"Va bene," disse. "Ci proverò. Mi scuserò con Bathet." Fece una smorfia, per niente entusiasta all'idea.

Chen annuì, cercando di sembrare allegro. "Penso che questo gesto farà la differenza," disse.

Menrim non rispose e uscì.

"Mi sembra che sia andata bene," disse Chen.

Li Li si guardò le zampe. "Direi proprio di sì, zio Chen."

***

Menrim tornò molto dopo il tramonto. Chen e Li Li si sentivano lievemente a disagio a stare a casa sua senza di lui, così avevano appoggiato gli zaini e i bastoni al muro di contenimento del pontile e si erano messi ad aspettare seduti vicino alla riva.

Li Li si era già addormentata sulla spalla di Chen, quando Menrim era tornato a passo lento. Chen fece un cenno di saluto, per attirare l'attenzione di Menrim, ma il Tol'vir non rispose. Anzi, voltò la testa deliberatamente, lo guardò dritto negli occhi, e continuò a camminare.

Chen abbassò il braccio. "Era quello che temevo," disse. Gentilmente scosse Li Li per svegliarla.

"Oh, che c'è?" bofonchiò, strofinandosi gli occhi.

"Sembra che non siamo più i benvenuti da Menrim, stanotte," disse. "Vieni, andiamo a cercare una locanda."

"Almeno potremo dormire su un letto, invece che sul pavimento," borbottò Li Li raccogliendo le sue cose.

"Il bicchiere sempre mezzo pieno, vero?" disse Chen. Per un attimo desiderò con tutto se stesso aver seguito insieme a Li Li i Nani, subito dopo la convocazione da Re Phaoris, e non aver mai incontrato Menrim. I Pandaren sarebbero stati insieme ai membri della carovana, ovunque fossero, a ridere e a divertirsi.

Trovata una locanda, erano talmente stanchi che si addormentarono subito e dormirono fino a mattino inoltrato. Quando si svegliarono, il frastuono di centinaia di voci li fece saltare giù dal letto e vestirsi in tutta fretta: dovevano vedere cosa stesse succedendo.

Fuori, i cittadini di Ramkahen affollavano le strade, cercando tutti di raggiungere la piazza principale, con gli occhi ansiosi rivolti verso l'edificio in cui risiedevano il Re e l'Alto Concilio.

"Che cosa sta succedendo?" chiese Chen. Li Li aveva la risposta.

"È arrivato il momento," disse calma. "L'Alto Concilio sta per annunciare la sua decisione."

Chen si sentì il cuore in gola. Li Li lo guardò.

"Andiamo a cercare un posto da cui si veda meglio."

Chen annuì.

A spintoni e gomitate riuscirono a farsi strada nella folla, fino a raggiungere la grande meridiana che si trovava nella parte sudoccidentale della piazza. Una pila di casse barcollava lì accanto, troppo fragile per dei Tol'vir ma sufficiente per una coppia di Pandaren. Chen e Li Li ci si arrampicarono e si sedettero in cima, così da vedere bene il porticato del grande edificio.

Dopo alcuni istanti, un gruppo di guardie Ramkahen condusse fuori i cinque prigionieri Neferset. Erano incatenati uno all'altro al collo, ai polsi e alle caviglie. Il clangore delle catene si perdeva nelle urla di scherno della folla. Chen riconobbe Bathet e deglutì nervosamente.

Re Phaoris avanzò di fronte ai prigionieri e alzo le braccia. La folla si zittì.

"Cittadini di Ramkahen!" esordì. "L'Alto Concilio ha preso una decisione. Prima di annunciarla, tuttavia, abbiamo deciso che ogni prigioniero possa parlare di fronte a voi, così che possiate capire perché siamo giunti alla conclusione che scoprirete. Spero che voi tutti possiate poi concordare con chi ha tanto faticosamente preso una decisione secondo giustizia."

La folla in risposta applaudì, ma Chen percepì un sottofondo di ferocia e notò che non a tutti le parole del Re avevano fatto piacere. Phaoris si spostò e una guardia spinse avanti il primo prigioniero. Lui guardò da una parte, poi dall'altra, mostrando interesse per la curiosità di tutti quegli spettatori. Quindi, aprì la bocca e parlò.

"Mi chiamo Nanteret," dichiarò il primo prigioniero, "e resto fedele all'alleanza che la mia gente ha stretto!"

Dalla folla si levò un assordante grido di odio e di rancore. Chen si sentì la gola secca.

"Il mio unico rimpianto," continuò Nanteret, urlando, "è non averne uccisi abbastanza, di voi schifosi Ramkahen!"

Sputò giù dalle scale, per sottolineare il disprezzo. Una guardia lo trascinò velocemente al suo posto. Re Phaoris chiese nuovamente alla folla di fare silenzio e i Ramkahen abbassarono la voce, in attesa degli altri discorsi.

Uno alla volta, i prigionieri Neferset parlarono. I due successivi dissero esattamente le stesse parole di Nanteret. Quando fu il turno di Bathet, che era il penultimo, il cuore di Chen aveva quasi smesso di battere, anche se non poteva evitare di provare un ultimo flebile briciolo di speranza.

"Sono fiero della scelta che ho fatto!" urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. "Non ho nessun rimorso! Io sto con i miei fratelli!" Chen sussultò quando percepì l'enfasi sull'ultima parola detta da Bathet. Li Li appoggiò la zampa su quella di suo zio. La folla ringhiò contro Bathet e una pioggia di oggetti colpì le scale. Un melograno mezzo mangiato lo colpì in pieno viso e un rivolo di succo rosso sangue gli scese lungo la guancia.

Anche l'ultimo Neferset disse quel che doveva. Chen lo sentì a malapena: non si pentiva, esattamente come gli altri.

Re Phaoris tornò a mettersi di fronte alla folla e alzò le braccia.

"Si sappia che i Neferset hanno avuto la possibilità di esprimere la propria opinione, affinché tutti la sentissero. Hanno dimostrato totale assenza di rimorso per l'alleanza infausta con Alamorte e Al'Akir! Non hanno nessun rimorso per le migliaia di morti che hanno causato solo per la loro sete di potere! Hanno tradito tutto ciò per cui i Tol'vir si sono sempre battuti!”

"La decisione dell'Alto Concilio è unanime," continuò Re Phaoris. "Sono condannati a morte."

La folla acclamò la decisione.

Li Li trasalì, coprendosi la bocca con la zampa. Chen la strattonò.

"Dobbiamo trovare Menrim," disse.

Lei annuì. "Andiamo."

***

A un certo punto, Chen capì che probabilmente era una follia pensare di poter trovare un singolo individuo in mezzo a quel mare di gente che riempiva ogni strada di Ramkahen, ma lui e Li Li insistettero. Alla fine incrociarono qualcuno che l'aveva visto e decisero di seguirlo. Stava seduto sul bordo di una fontana, nella parte settentrionale della città, un po' nascosto. Vide Chen e Li Li che si avvicinavano ma non li salutò.

Chen si sedette accanto a lui. "Mi dispiace moltissimo, Menrim," disse.

Menrim si voltò dall'altra parte e serrò le mascelle. "Non ha mostrato alcun rimorso, avrà il destino che si merita."

Li Li e Chen rimasero entrambi stupiti della durezza di Menrim, ma Chen la attribuì al colpo ricevuto con il terribile verdetto dell'Alto Concilio.

"Eppure," disse Chen, "so che vuoi bene a tuo fratello. Non posso immaginare quanto sia difficile per te."

Erano tutti seduti, in silenzio, ad ascoltare il noioso rumore dell'acqua cadere nella fontana.

"Posso chiederti," disse Chen con gentilezza, "come ha reagito Bathet, ieri?"

"Ha reagito come ti aspettavi," sbottò Menrim. "Come il vigliacco traditore egoista che è."

"Che cosa ha detto," continuò Chen, "quando gli hai chiesto scusa?"

D'improvviso Menrim si alzò e fece per allontanarsi. Dopo pochi passi, si fermò e tornò indietro.

"Chi ti credi di essere?" urlò. "Pensi di poter irrompere nella mia vita e dirmi cosa devo fare? Io devo scusarmi con Bathet? Non devo fare niente del genere! Lui è il criminale, il traditore, mentre io ho fatto di tutto per salvargli la vita! È lui che dovrebbe implorare il mio perdono, ringraziandomi dal profondo di quel cuore ingrato e arido che ha! In confronto a lui, io sono un santo.”

"Non ho niente di cui scusarmi e l'ho detto a Bathet. Come ti permetti di giudicarmi? Vattene dalla mia vita," ringhiò Menrim, voltando le spalle a Chen e a Li Li e andandosene via.

Chen chiuse gli occhi e appoggiò la fronte sulle zampe. Li Li lo abbracciò piano.

"Hai fatto del tuo meglio, zio Chen," disse. "Non puoi sistemare tutto."

Chen non riusciva in alcun modo a esprimere il senso di responsabilità, dovere, fallimento e colpa che gli riempivano il cuore. Non ricordava un altro momento della sua vita in cui si era sentito tanto infelice.

***

Era piuttosto difficile uccidere un Neferset di pietra, così l'Alto Concilio decise di frantumare i prigionieri. Per l'occasione fu commissionata la costruzione di una complessa macchina fatta di pulegge e contrappesi. Diverse guardie azionavano le leve e una pila di enormi massi di pietra fu sollevata a più di dieci metri d'altezza. Quando veniva tolto il fermo, i blocchi si schiantavano al suolo, polverizzando qualsiasi cosa si trovasse sul punto d'impatto. Li Li faticava a pensare a qualcosa di più brutale.

Quella che sembrava l'intera città di Ramkahen si affollò sullo spiazzo di fronte a dove era stata eretta la macchina. Li Li e Chen salirono in cima a una tenda. Non dissero una parola, nell'attesa che lo spettacolo iniziasse. Nessuno dei due voleva veramente assistere all'esecuzione, ma Chen sentiva che in qualche modo era suo dovere, e Li Li non lo avrebbe lasciato solo.

Nel tardo pomeriggio, le guardie Ramkahen condussero i prigionieri lungo le strade della città. Gli spettatori urlavano e li ingiuriavano, deridendo i Neferset condannati. Li Li pensò di sentirsi male.

C'era davvero poco senso della dignità, in quelle uccisioni. Una guardia semplicemente prendeva un Neferset, lo accompagnava nel luogo deputato e lo legava lì. Le altre guardie attivavano la macchina. Li Li provò a obbligarsi a guardare, in segno di rispetto, ma non vi riuscì. Strizzò gli occhi e si limitò a sentire quanto accadeva: lo stridio delle pulegge che sollevavano i blocchi di pietra, il sibilo dell'aria durante la caduta, il terribile schianto sui prigionieri frantumati a morte e l'acciottolio dei resti spazzati via per fare spazio al prossimo.

Chen strinse le spalle di Li Li, anche per impedire alle proprie zampe di tremare. Guardava le esecuzioni invidiano gli occhi chiusi di sua nipote. Si sentiva immobilizzato lì, a guardare, come se qualche forza intangibile lo obbligasse. Come per i discorsi, Bathet fu il penultimo. Morì senza cerimonie, come gli altri. Durò un attimo, eppure sembrò che fossero passati mille anni. Chen sapeva che il ricordo di quel giorno l'avrebbe tormentato per sempre.

***

In qualche modo, Chen riconobbe che i suoi polmoni ancora respiravano, il cuore ancora batteva, ma tutti i suoni e le sensazioni sembravano raggiungerlo da miglia di distanza. Sarebbe potuto cadere dalla tenda senza nemmeno rendersene conto. I suoi pensieri erano lontani e lui rimase lì, seduto, perso, ancora a lungo.

"Zio Chen," lo chiamò piano Li Li.

"Sì, Li Li?" le rispose. Li Li sembrava scossa.

"Io... Voglio andarmene il più presto possibile. Non so perché la perla ci abbia portato qui. Questo posto è pieno di dolore."

"Oh." Alle parole di Li Li, anche Chen sentì un irrefrenabile impulso di andarsene da Ramkahen.

"Non so esattamente dove andremo poi," disse Li Li, "ma non mi interessa, basta che non sia qui."

"Sono d'accordo," disse Chen. "Riposiamo un po' e domattina partiremo."

Scesero dalla tenda e ritornarono alla locanda. Quando arrivarono alla porta d'ingresso, qualcuno saltò fuori dall'oscurità. Era Menrim.

"Che cosa vuoi?" chiese Chen brusco.

Menrim esitò prima di rispondere.

"Volevo scusarmi," disse.

Sia Chen che Li Li lo guardarono.

"Avevi ragione," continuò Menrim. "Avevi ragione, e io avrei dovuto ascoltarti. Avrei dovuto fare come dicevi tu, avrei dovuto..."

"È un po' troppo tardi per tutto questo, non credi?" lo interruppe Chen. "Che cosa pensi di ottenere, adesso?"

"Io... Io ci ho provato. Ho provato a dire a Bathet che mi dispiaceva, ma... ma lui mi incolpava e io mi sono talmente arrabbiato... però non è stata tutta colpa mia."

"Oh, risparmiacela," disse Li Li.

"Io volevo salvarlo!" urlò Menrim. "Volevo salvarli tutti. Ho chiesto ancora clemenza all'Alto Concilio, un'altra volta..."

"Certo che volevi salvarlo," disse Chen con voce piatta, "ma solo finché non si trattata di mettere in discussione il tuo orgoglio."

Menrim fissò i due Pandaren a occhi spalancati. "So di aver sbagliato. Lo so... Lo sapevo nel momento in cui i blocchi di pietra cadevano su... su mio fratello... sul mio unico fratello..." La sua voce si ruppe e Menrim cominciò a piangere. "La mia città... la mia gente... mio fratello... Come siamo arrivati a questo punto?"

Chen non riusciva a provare altro che stanchezza. Era sicuro che Menrim, che tutti i Tol'vir, avevano sofferto terribilmente. Era vero che Bathet e gli altri Neferset avevano fatto cose orribili. Era anche giusto che Bathet provasse del risentimento verso Menrim. Ed era anche abbastanza certo che niente di ciò che avrebbe potuto dire il fratello avrebbe salvato la vita di Bathet.

Chen conosceva a malapena quei due fratelli, eppure...

"Cosa vuoi che ti diciamo?" chiese Chen cupo. "Mia nipote e io non possiamo assolverti. Non possiamo assolvere Bathet. Non possiamo cambiare nulla per nessuno. Quel che è fatto è fatto."

Menrim si asciugò gli occhi con il braccio e sembrò ricomporsi. "Lo so," sussurrò, "lo so. Ma... grazie per averci almeno provato." Sospirò.

"Li Li," disse Menrim, "ieri abbiamo parlato dei tuoi viaggi, mentre tuo zio era fuori. Immagino non vorrai restare a Ramkahen dopo tutto quello che è successo."

"Immagini bene," disse Li Li.

"Se segui il lago di Vir'naal verso sud, puoi arrivare alla Città Perduta sulla foce del fiume. Un tempo era una fortezza dei Neferset, ma sono stati scacciati durante la guerra. La mia famiglia aveva una piccola barca e, per quanto ne so, dovrebbe essere ancora lì."

Menrim le porse una grossa chiave di ferro. "Questa è la chiave per aprire i lucchetti sulle catene degli ormeggi. Prendila. Così potrai andartene da Uldum più facilmente. Le correnti che portano verso sud non sono troppo forti e i venti si sono calmati da quando Al'Akir è stato sconfitto. Per favore prendila," disse. "È tua."

Li Li si sporse e prese la chiave.

"Grazie," disse semplicemente.

Mentre Menrim annuiva, due lacrime gli solcarono il volto. "Non so se ci sarà mai modo di riprendersi da quello che è successo alla mia gente. Forse i giorni dei Tol'vir sono finiti. Cercherò di essere migliore di quanto sia stato in passato. Vi auguro buona fortuna per i vostri viaggi. Spero che troviate quello che state cercando, qualsiasi cosa sia," concluse.
Mentre Menrim annuiva, due lacrime gli solcarono il volto. "Non so se ci sarà mai modo di riprendersi da quello che è successo alla mia gente. Forse i giorni dei Tol'vir sono finiti. Cercherò di essere migliore di quanto sia stato in passato. Vi auguro buona fortuna per i vostri viaggi. Spero che troviate quello che state cercando, qualsiasi cosa sia," concluse.

"Ti auguro di trovare un po' di pace, Menrim," disse Chen lentamente.

Menrim si voltò e tornò a casa, da solo.

Li Li e Chen entrarono nella locanda in silenzio. Il loro umore era cupo mentre si preparavano a dormire. Chen controllò i loro zaini, affinché tutto fosse pronto per partire presto la mattina seguente, e notò che Li Li aveva messo un foglio di carta sul pavimento di fronte a sé.

"Che cosa stai facendo?" le chiese Chen.

"Scrivo una lettera a casa," rispose. "Devo. È da troppo che non lo faccio." Alzò gli occhi verso Chen e qualcosa in lui scattò.

"Ne vorrei scrivere una anch'io," disse.

Li Li prese degli altri fogli e una matita dalla sua borsa. Chen si sedette sul pavimento in un altro angolo della stanza e posò il foglio bianco di fronte a sé.

Caro Chon Po, cominciò.

Ti devo delle scuse.