La Prova dei Fiori Rossi
di Cameron Dayton

Diecin aveva seguito gli stranieri per tutto il pomeriggio: avevano dei soldi, ne era sicuro. Lo capiva dall'atteggiamento, dai vestiti, e da quel fare sicuro che mostravano mentre camminavano in mezzo al mercato. Capire quanto fossero ricchi dei potenziali bersagli era un talento che aveva permesso a Diecin di sopravvivere nonostante i tempi duri.

Erano in quattro, quattro viaggiatori che venivano dal nord, a giudicare dai loro vestiti pesanti. E se gli abiti fuori stagione non avessero dimostrato chiaramente che erano stranieri, allora sarebbe stato sufficiente guardare la loro guida: Jogu, il vecchio Jinyu ubriaco che passava tutto il suo tempo a sonnecchiare vicino allo specchio d'acqua stagnante, accanto al mercato. Per essere un Jinyu, Jogu era piccolo, con poche scaglie e prostrato dal continuo vagabondare. Perché mai questi gentiluomini avessero scelto proprio lui come guida restava un mistero per Diecin. Comunque, le loro dovevano essere monete buone, dato che Jogu mostrava più energia di quanta ne avesse mai avuta per anni, gesticolando e indicando gli scorci e i panorami mediocri del Mercato di Mezzocolle come se fossero i monumenti del Tempio di Giada.

Da parte loro, i quattro viaggiatori restavano silenziosi, alquanto indifferenti alle buffonate dell'uomo pesce. Evidentemente, questi Pandaren avrebbero preferito una guida più silenziosa e precisa per raggiungere la loro destinazione, e già si stavano pentendo della scelta fatta.

Diecin si appoggiò con la schiena al muro lungo il viale e cominciò a pensare. Pensare non era facile, con lo stomaco vuoto che brontolava, ma di certo la situazione non sarebbe cambiata se non avesse messo in moto il suo cervello. Il raccolto era stato povero, anche nella Valle dei Quattro Venti. I contadini stavano più attenti ai loro prodotti e lungo le strade del mercato le guardie si erano moltiplicate. Era passato un giorno intero dall'ultima volta che aveva mangiato: una pesca, che era rotolata casualmente dal carretto del fruttivendolo sulla strada verso il mercato. O... forse era solo apparentemente rotolata giù per caso dal carretto proprio quando si trovava a passare accanto a Diecin, seduto nell'ombra. Diecin aveva già ricevuto dei "favori" da Kim Won Gi, in passato. Avrebbe voluto ringraziare il generoso commerciante... ma non era disposto a smettere di rubare anche a lui. Come avrebbe potuto vivere altrimenti, un ladro?

Ladro. Diecin non era orgoglioso di quello che aveva fatto, di quello che aveva dovuto fare. Se suo padre fosse stato vivo, si sarebbe torto le zampe dal dolore.

Le stagioni passano.

Il gruppo si stava spostando. Jogu aveva appena terminato un lungo monologo sul Santuario dell'Onesto Mercante con un tono epico ed emozionato, accompagnato da gesti scomposti. I suoi clienti non avevano risposto alla sua sceneggiata, guardandosi bene anche dal dargli una mancia mentre se ne stava con le braccia alzate come un albero Taolun; Jogu aveva alzato le spalle, sconfortato, e aveva ricominciato a camminare. Gli stranieri l'avevano allora seguito, scuotendo la testa.

A questo punto, a Diecin fu chiaro che erano diretti al consiglio dei Coltivatori: era l'unico edificio di una certa importanza in quella direzione. Sorrise. Certo, quegli stranieri facoltosi dovevano incontrarsi con la potente gilda dei contadini, forse per discutere di contratti e commerci. Erano dunque mercanti? Ciò avrebbe giustificato i pesanti mantelli che indossavano, le pance belle tonde e, se Diecin non si sbagliava, le tasche fonde e i borsellini pieni d'oro. A guardar meglio, si poteva scorgere della stoffa scura avvolta intorno alla vita dei viaggiatori. Sì. C'erano delle monete nascoste lì sotto. Le dita di Diecin si contrassero.

Accadde mentre il gruppo attraversava il ponte di Fo. Nam Zampa Forte, il magazziniere, era arrivato sul punto più alto del ponte con un carretto pieno zeppo di salmone. Una delle ruote si allentò e, mentre Nam salutava gli stranieri che si avvicinavano, la ruota cedette sotto il peso eccessivo del carico. Il corpulento mercante rimase scioccato, sconvolto dalla vista del carretto sovraccarico che si piegava e riversava sul ponte tutto il ricavato di una notte di pesca fortunata.

"No! No!" gridò, con i baffi che vibravano come un'eco della sua frustrazione.

Una scivolosa valanga d'argento ricoprì le tavole del ponte. Le alte balaustre indirizzarono la valanga direttamente verso Jogu, terrorizzato, e i suoi compagni. Il povero Jinyu, chiaramente ancora ubriaco, non fece altro che ripetere le grida di Nam alla vista del pesce che stava arrivando, "No! No!", mentre con dei gesti inutili e disperati cercava di deviarne il corso. Ma i salmoni morti non gli diedero retta.

Il gruppo fu travolto da uno schiaffo umido. Diecin fece una smorfia al pensiero, e anche all'odore, di una doccia di pesce viscido. Un istante dopo l'onda era passata. I salmoni restanti scivolavano dai lati del ponte giù nel corso del fiume. I quattro mercanti Pandaren si erano aggrappati alle tavole per mantenere l'equilibrio e adesso si aiutavano l'un l'altro a riassettarsi. Jogu era finito in acqua con il pesce e non riusciva a restare a galla. Era più divertente che preoccupante: essendo un Jinyu, l'ubriaco doveva trovarsi più a suo agio lì che non sulla terraferma. Grida e risate si sommarono, mentre la famiglia di Nam e altri abitanti del villaggio arrivarono correndo dal mercato.

Diecin sapeva che non ci sarebbe stato momento migliore per agire.

Scivolato fuori dall'ombra, si unì alla folla che andava verso il carretto ribaltato. Magro ed esile per i suoi quattordici anni, con macchie di pelliccia grigia dove gli altri Pandaren erano bianchi, Diecin passava facilmente inosservato nella confusione. E solitamente ne approfittava. Saper passare inosservato era un dono naturale per il figlio più giovane di un povero coltivatore di rape, un figlio chiamato così solo in base all'ordine di nascita.

Alla morte del loro padre, i suoi cinque fratelli più grandi avevano diviso la proprietà, ma presto avevano capito che cinque pezzi di una misera terra li avrebbero a malapena sfamati: che senso avrebbe avuto dividerla ulteriormente, così da morire tutti di fame? Così gli altri cinque fratelli, i minori, poterono solo scegliere se restare come braccianti... o andarsene. Diecin se n'era andato, con gran sollievo degli altri. Non c'era comunque niente in quella fattoria per un giovane Pandaren, e i suoi fratelli non avrebbero nemmeno notato la sua assenza.

Poco più avanti, Diecin vide alcuni membri della famiglia Zampa Forte cercare di raddrizzare il carretto, mentre altri raccoglievano tutto il pesce che potevano e lo buttavano in ceste e vasi o lo mettevano direttamente nelle tasche dei grembiuli. Nam si era avvicinato a testa bassa ai quattro stranieri e si stava scusando. Diecin si era aspettato che questi ricchi mercanti s'infuriassero per il viscido benvenuto a Mezzocolle, quindi rimase sorpreso nel vederli ridere: una risata gorgogliante, che scuoteva il ponte, mentre loro si toglievano le scaglie dai cappelli e si davano pacche sulle spalle. Uno dei viaggiatori estrasse un lungo pesce dal colletto e lo diede a Nam con un cenno. Il magazziniere fu sollevato dal loro buonumore e tornò a gestire gli sforzi di recupero del carico. Il prezzo del salmone era alto ed erano mesi che il suo carretto non era così pieno.

Diecin iniziò a raccogliere i pesci insieme al resto della famiglia Zampa Forte. Una volta arrivato vicino ai viaggiatori, finse di inciampare e finì addosso al più grosso di loro. Il mercante si voltò e a Diecin mancò il fiato. La sua vittima aveva un occhio solo, una grossa cicatrice che gli attraversava il viso dalla fronte al mento e una benda nera che copriva la cavità oculare ormai vuota. Il mercante era ovviamente abituato a queste reazioni di stupore e sorrise a Diecin, aiutandolo a reggersi in piedi e raccomandandogli di fare attenzione alle tavole bagnate. La sua voce era forte ma gentile, e il giovane ladro sentì un accenno di senso di colpa, all'idea di rubare qualcosa a un essere tanto disponibile.

Ma la gentilezza non riempie uno stomaco vuoto.

Diecin s'inchinò, timido e imbarazzato come sarebbe stato un qualsiasi giovane del villaggio, e si allontanò. Si era infilato il borsellino di cuoio rubato dal mantello del mercante sotto la giubba sudicia e non vedeva l'ora di scoprire quali ricchezze contenesse. Oro? No, non era abbastanza pesante. Gioielli? Forse. Abbastanza per comprarsi del cibo caldo e un altro mantello, magari. L'inverno sarebbe arrivato presto e Diecin era preoccupato per il freddo. Il piccolo Pandaren aveva provveduto a tenersi anche un paio di pesci, ma non voleva chiedere troppo alla fortuna. Il suo stomaco protestò di nuovo.

Raggiunse il mercato e finse di togliersi altre scaglie dalle maniche mentre teneva sotto controllo la scena alle sue spalle. Nessuno aveva notato che se ne fosse andato, impegnati com'erano tutti a recuperare il pesce prima che la corrente, pur lenta, se lo portasse via. Estrasse il borsellino dalla giubba e disfece in fretta il nodo della corda che lo teneva chiuso, rovesciandone poi il contenuto nella zampa.

Non era oro, non erano gioielli: era una pergamena. Il cuore di Diecin si fermò. Una stupida pergamena arrotolata su un semplice bastone d'ottone con gli estremi d'avorio. Diecin aprì l'oggetto, apparentemente delicato, rompendone il sigillo, per scoprire se poteva ricavarne qualcosa. Magari poteva vendere l'avorio.

I suoi occhi fissarono la pagina, leggendo le parole senza accorgersene. Anni prima, Settin, uno dei suoi fratelli maggiori, gli aveva insegnato a leggere, così che potesse almeno aiutarli con i registri dopo i raccolti. Diecin aveva imparato in fretta e aveva scoperto che era una competenza utile, quando bisognava indovinare da quale borsa rubare tra quelle incustodite dal droghiere. Il messaggio era stato scritto con segni forti, velocemente, e Diecin sentì il panico riempirgli la pancia vuota mentre leggeva.

Onorevole Haohan Palmo Florido, capo dei Coltivatori della Valle dei Quattro Venti,

questo messaggio è un saluto, un augurio per i vostri raccolti e un avvertimento. Le nostre fonti ci informano che diverse tribù di Yaungol si stanno muovendo verso est dalle Steppe di Tong Long, con modalità simili a quelle precedenti un'invasione. Nei secoli passati, ciò è accaduto prima dell'arrivo dei Mantid, il cui numero era talmente alto da convincere anche quei potenti ungulati a scappare. Haohan, le nostre forze sono inadeguate, ed è necessario cominciare ad accumulare scorte per l'eventuale conflitto. Sappiamo della povertà del vostro raccolto di quest'anno e del vostro dovere di nutrire la gente della valle e dei dintorni, ma il nostro bisogno è pressante. Per favore, inviateci ciò che potete tramite queste fidate guardie. Loro si assicureranno che qualunque sia il contenuto della vostra generosità, giunga qui in salvo.

Non erano le parole di un mercante.

Fidate guardie. Questi viaggiatori non erano venuti per commerciare. Il marchio in calce alla pergamena tolse il fiato a Diecin. Era un simbolo semplice, un cerchio con delle strisce curvilinee ai lati e il ringhio di una tigre bianca.

Gli Shandaren!

D'improvviso ci fu del trambusto sul ponte. Diecin si voltò di scatto, nascondendo la pergamena nella giubba. Jogu, emerso dall'acqua, stava urlando e indicando... indicando proprio Diecin.

"Ladro! I miei cari signori sono stati derubati! Al ladro! Al ladro!"

All'inizio, nessuno capì di che cosa stesse parlando l'isterico Jinyu. Alcuni guardarono Diecin con sospetto, altri risero di Jogu alzando gli occhi al cielo per i suoi deliri ubriachi. Ma il robusto Pandaren contro cui Diecin era caduto si cercò nella tasca del mantello e poi fece un gesto veloce ai suoi compagni. I loro mantelli si aprirono, rivelando diverse armi: spade e lance, lame che alla luce del sole luccicavano di pericolo. Sì, dopo tutto stavano davvero nascondendo qualcosa. Diecin aveva ragione... a metà.

Era arrivato il momento di scappare.

Imprecando tra i denti, Diecin cominciò a correre in mezzo al mercato.

Un mercato pieno di contadini, pescatori e fruttivendoli, e io chi derubo? Una squadra di assassini armati.

La sua mente cominciò a turbinare, alla ricerca delle informazioni che ricordava sugli Shandaren. Non aveva avuto molto tempo per studiare storia. Erano una forza militare d'élite, qualcosa di raro nella tranquilla valle. Diecin sapeva che gli Shandaren pattugliavano la muraglia a ovest, per proteggere le terre dei Pandaren da creature malvage come i Mantid. Aveva sentito raccontare delle storie da altri ladri e malviventi che vivevano con lui nei bassifondi. Storie riguardanti gli Shandaren e le loro capacità di camminare sul filo di una lama, di afferrare una freccia al volo e di colpire un nemico in modo da incendiargli il cuore nel petto. Aveva sentito anche che gli Shandaren non dimenticano mai il viso di qualcuno che hanno incontrato, né di aver subito un torto.

Diecin continuava a correre più veloce che poteva, mentre il suo cuore, ancora non incendiato, martellava freneticamente. La pergamena sobbalzava a ogni passo, con le manopole d'avorio che picchiavano contro il suo petto ossuto. Sembrava un richiamo per gli inseguitori di Diecin.

Diecin sentiva i passi pesanti dietro di sé: questi guerrieri erano veloci. D'improvviso sentì un fischio e si abbassò appena in tempo perché una lancia andasse a conficcarsi nel sostegno di una bancarella di fronte. Il proprietario gridò di terrore e lanciò in aria una ciotola di zuppa. Zuppa che, bollente, finì sulla faccia di un Hozen irritabile che vendeva la sua mercanzia nella bancarella accanto. Saltando su e giù dalla rabbia, la scimmia scagliò un mestolo contro Diecin, il quale evitò l'utensile rotante e si guardò intorno alla ricerca di una via di fuga.

Vedeva se stesso nel riflesso di una padella appesa alla bancarella del mercante di zuppe. Due degli Shandaren stavano sopraggiungendo velocemente... non poteva correre da nessuna parte.

E da nessuna parte corse. Saltò, spingendosi con un piede sulla metà della lancia degli Shandaren che fuoriusciva dalla bancarella di fronte. Pregando che il bambù fosse abbastanza resistente da reggere il suo peso, Diecin si accucciò sul bastone che si piegava verso il basso e poi fu catapultato via, oltre la bancarella, davanti agli occhi increduli dei due Shandaren nel sole del tardo pomeriggio.

Arma di ottima fattura. Almeno su una cosa avevo ragione: sono viaggiatori benestanti.

Atterrò rotolando sull'erba dietro il mercato. Si sentivano grida giungere da ogni lato: non aveva ancora seminato i suoi inseguitori. I due Shandaren aggirarono le bancarelle, chiaramente indifferenti alle sue qualità atletiche. Il ladro sapeva che non avrebbe avuto alcuna possibilità di sfuggire ai Pandaren, più grossi e più veloci in campo aperto, quindi decise di provarci tra le case. Imprecando di nuovo, aggirò il mercato e si diresse verso il villaggio. Nel cielo, un falco gridò.

Il villaggio si trovava in cima a una collina e gli Shandaren lo avevano quasi raggiunto all'altezza della taverna della Rapa Pigra. La locandiera Lei Lan trasalì quando Diecin irruppe attraverso la porta, gettando a terra il vassoio di bevande che lei teneva in mano. Diecin si dispiacque per la quantità di ottima birra Triplo Malto sprecata a causa della sua fretta, ma non poteva farci niente. Il primo Shandaren dietro di lui scivolò sulla schiuma rovesciata e travolse la locandiera, che si era appena rialzata. Il secondo inseguitore superò con un balzo il suo compagno e seguì Diecin in cucina, ringhiando sonoramente. Evidentemente, questo ladruncolo di campagna stava causando agli Shandaren più problemi di quanti se ne aspettassero.

Diecin scattò in cucina, spaventando il Maestro delle Spezie Jin Jao a tal punto da farlo imprecare mentre lanciava in aria i suoi prodotti. Diecin continuò a correre, scivolando sotto le gambe di Jin Jao e poi su per le scale. Sentiva i passi pesanti degli inseguitori Shandaren dietro di sé, in cucina, e le proteste infuriate del Maestro delle Spezie per le sue spezie rovinate e altri simpatici epiteti lanciati all'indirizzo di quegli "incivili maleducati". Diecin raggiunse la cima delle scale e poi corse lungo il corridoio, tentando di aprire ogni porta. In quelle stanze vivevano i lavoratori della locanda e ovviamente erano chiuse a chiave. Ancora una volta, Diecin imprecò, sapendo che non aveva il tempo di scassinare una serratura.

L'ultima porta però non era chiusa a chiave, e dall'odore Diecin intuì che si trattava della stanza di Den Den, il barista Hozen. Per essere una scimmia non era un cattivo soggetto, e di sicuro era più affabile del suo cugino lancia-mestoli. Den Den una volta aveva scambiato un boccale di birra Triplo Malto per un melograno, ovviamente rubato dal carretto di Gi, e Diecin aveva apprezzato la sua generosità. Ma la sua stanza era una topaia puzzolente più simile a una discarica d'immondizia che a un domicilio. Coperte e materassi mai lavati, mucchi di semi, un barile pieno di bucce di frutta e... qualcosa che poteva sembrare una Hozen finta fatta di capelli ingarbugliati. Diecin arricciò il naso e cominciò a scavare in mezzo alla pattumiera vicina al muro sull'altro lato della stanza, alla ricerca della finestra. Alla fine, un raggio di luce colpì le sue dita: ce l'aveva fatta!

"Allontanati dal muro, ladro!"

La voce era adirata ma ferma. Diecin poteva quasi sentire la lancia che puntava verso la sua schiena. Si voltò lentamente, con le zampe alzate, e tentò anche un sorriso. I due Shandaren erano fermi sulla soglia e furono raggiunti dal terzo, gocciolante birra.

"Signori, buongiorno. E benvenuti a Mezzocolle. Sono venuto qui perché stavo cercando una medicina per la mia mamma malata e..."

"Zitto, moccioso!" ruggì il guerriero bagnato, brandendo una spada. Era fuori di sé, sia per la birra sulla pelliccia sia per essere finito sulla locandiera in quel modo poco cavalleresco. Diecin decise di tener chiusa la bocca.

Un altro Shandaren, quello che aveva scagliato la lancia contro Diecin mentre stava scappando, mise una zampa sulla spalla del compagno irritato. Aveva un fazzoletto rosso al collo. Gli altri due si spostarono per farlo passare. Anche se aveva recuperato la sua lancia dalla bancarella, Diecin era quasi sicuro che non avesse nessun bisogno di un'arma per uccidere. Si capiva dai movimenti sicuri, dalle cicatrici sulle zampe e dall'intensità dei suoi occhi dorati.

"Stai camminando su un terreno pericoloso, ladruncolo. I miei amici qui pensano che tu sia una spia mandata a intercettare la nostra missiva, per consegnarla ai nostri nemici. Io preferisco pensare che tu sia solo uno sciocco e che il tuo semplice atto criminale ti abbia messo più in pericolo di quanto ti aspettassi."

Lo Shandaren fece un altro passo e allungò la zampa.

"Svelto, il mio maestro sta aspettando di sotto. Dammi la pergamena che hai rubato. Non fare gesti improvvisi, o il mio amico Tao-Long qui ti trapasserà dal naso alla coda. Fallo ora e ti garantisco un viaggio rapido per il consiglio dei Coltivatori, un giudizio sommario e probabilmente una sentenza di lavori forzati nel granaio."

Diecin fece un respiro profondo, poi mise lentamente la mano nella giubba e tirò fuori la pergamena. Cominciò a porgerla allo Shandaren, che annuiva, ma si fermò.

"Dunque... nessun'altra opzione?"

Il guerriero dal fazzoletto rosso scosse la testa, e si irrigidì.

"Certo, potresti rifiutare la pietà che ti ho offerto e confermare i sospetti di Tao-Long. Allora, saremmo noi a prenderci la pergamena, e la tua vita. Ma non pensare che significhi che semplicemente ti uccideremo, ladruncolo. Quando gli Shandaren si prendono la tua vita, significa che la tua vita diventa di loro proprietà. Noi ti accecheremo, strappandoti gli occhi, e ti taglieremo i piedi, e di dita te ne lasceremo solo due, così che tu possa nutrirti. Poi verrai legato su una cavalcatura e mandato nel nostro monastero in cima al Massiccio del Kun-Lai. Una volta arrivato, verrai messo su una roccia sporgente coperta di ghiaccio e resterai lì in attesa di uno dei nostri Cercatori di Verità."

A questo punto, lo Shandaren bagnato di birra, Tao-Long, sorrise con metà bocca e fece dondolare la sua spada. Era piuttosto ovvio quale opzione preferisse.

"I Cercatori di Verità degli Shandaren ti mostreranno come l'enucleazione degli occhi sia stata il più clemente dei nostri regali. Scopriranno come lo Sha ti abbia infestato, che cosa sai dei suoi progetti e decideranno se dovrai essere passato sotto ulteriore giudizio."

Diecin sgranò gli occhi e alzò la pergamena davanti alla faccia, per coprire l'espressione spaventata.

"Ehm... Non mi piace neanche questa opzione."

Il Pandaren dal fazzoletto rosso sorrise forzatamente e allungò di nuovo la zampa. Diecin si portò la pergamena alla bocca e rispose al sorriso.

"Preferisco la terza opzione."

Così dicendo, soffiò con forza nel tubo della pergamena. Il Pepe Bruciabudella che aveva preso da Jin Jao si gonfiò come una nuvola sulle facce dei Pandaren, ammassati all'ingresso, e grida di stupore e dolore riempirono la stanza. Ci furono un tonfo, un rumore di vetri rotti e poi un lampo di luce. Diecin era scappato.

Gli Shandaren non erano tipi da lasciarsi prendere dal panico. Imprecarono per alcuni secondi, inciampando nei loro passi in mezzo a quella nebbia pungente, e cercarono di riprendersi nel corridoio appena fuori dalla stanza. Il Pandaren dal fazzoletto rosso aveva subito gli effetti più diretti della polvere e i suoi poveri occhi erano gonfi e chiusi dietro le palpebre irritate. Chiese a Tao-Long di portarlo vicino alla finestra rotta e di descrivergli quello che vedeva.

Tao-Long, che ora si sentiva mortificato per la rabbia di poco prima, accompagnò il suo compagno alla finestra. Sbattendo gli occhi pieni di lacrime e feriti dal sole del pomeriggio, descrisse le canne di bambù rotte lungo il bordo del tetto, sotto la finestra. Poi, i rami piegati degli alberi Taolun, segnali di una fuga affrettata in mezzo ai cespugli sottostanti. E poi... poi un fiume lento che scorreva accanto al villaggio e s'inoltrava nelle paludi. Innumerevoli luoghi in cui scomparire. Il ladro era scappato.

"Per ora," grugnì il Pandaren con il fazzoletto rosso, strofinandosi il naso dolente. "È scomparso solo finché non lo troveremo. E allora, quel ladro arrogante conoscerà i limiti della pietà degli Shandaren."

Fece un passo indietro e si rivolse ai suoi compagni.

"La nostra preda è scappata nelle terre che circondano questa brutta copia di una collina. C'è un agente dello Sha che ha eluso il nostro controllo, fratelli. Chi siamo noi?"

"Noi siamo spade nell'ombra."

"E ci arrenderemo?"

"No, noi non vacilleremo!"

Il mantra fu sussurrato con fredda determinazione, con indiscutibile sicurezza. E poi, senza aggiungere una parola, gli Shandaren scesero dalle scale, uscirono dalla locanda e si confusero nella folla del mercato.

Dal tetto sopra la finestra, Diecin li guardò andarsene. Si sdraiò sulla copertura di paglia e rabbrividì. Li aveva distratti facendo rotolare dal tetto un barile, così che non venisse loro in mente di controllare il tetto soprastante. Perché avrebbero dovuto? Che razza di folle si sarebbe messo in trappola da solo su un tetto quando avrebbe potuto correre via in mille direzioni?

Un folle troppo sveglio per correre molto lontano.

Era scappato, sì, ma ora gli davano la caccia dei guerrieri ostinati che non si sarebbero mai arresi. La convinzione nel tono delle loro voci lo aveva spaventato. L'intensità delle voci. Diecin non aveva mai percepito tanta sicurezza di sé. Oltre la paura, c'era qualcosa di diverso che lo agitava.

Ammirazione?

Un altro falco gridò nel cielo sopra di lui. Diecin scosse la testa e gli rispose con un sospiro.

"Considerati fortunato, amico mio. Sei un cacciatore, proprio come loro. Tu scegli la tua strada e sai di poterla seguire fino alla fine..."

Lasciò la frase a metà, piena di desideri inespressi. Quel tipo di vita sarebbe per sempre stato impossibile, per un ladro come lui.

"Il suo nome è Piumabianca," disse una voce profonda e stranamente familiare. "Ed è meglio essere un cacciatore che una preda, piccolo ladro. Ma il cacciatore che sa cosa significhi essere una preda ha un vantaggio."

Diecin si voltò di scatto, perdendo quasi la presa sulla paglia. Seduto sul tetto accanto a lui, con una grossa lancia sulle ginocchia, c'era il mercante da un occhio solo, anzi lo Shandaren da un occhio solo. Il falco gridò ancora e poi volteggiò verso il basso fino a raggiungere la robusta spalla dello Shandaren. Diecin provò a parlare, ma non gli usciva l'aria dai polmoni. Quella lancia... era grande abbastanza da tagliarlo a metà. Ed era maneggiata da un guerriero anziano che era riuscito a salire sul tetto di una locanda con la velocità e la furtività di un vento vespertino... Il Pandaren dal fazzoletto rosso non aveva parlato di un maestro?

Sto per morire.

Il maestro Shandaren aggrottò le sopracciglia.

"Tu hai qualcosa che mi appartiene. Lo rivorrei indietro."

A bocca aperta, Diecin cercò a tentoni nella sua giubba e prese la pergamena. La scosse, cercando di rimuovere il pepe che c'era rimasto sopra. Un pizzico di polvere rossa si alzò con il vento e, sfortunatamente, finì dritto sul viso di Diecin. Con gli occhi pieni di lacrime, Diecin cominciò a tossire e a strillare in modo patetico.

Lo straniero si sporse e prese la pergamena, nascondendola nuovamente sotto le pesanti vesti.

"Come ti chiami, piccolo ladro?"

Continuando a sbattere le palpebre per pulire gli occhi, Diecin tossì ancora.

"Mi chiamo Diecin, signore."

"Diecin come il numero dieci?"

"Sì signore. I nomi hanno perso d'interesse per mio padre, dopo il quinto figlio."

"Bene, Diecin. La punizione prevista per chi ruba qualcosa a un messaggero Shandaren ti è già stata spiegata nei dettagli dal mio compagno. Ti aveva offerto una valida alternativa, ma tu gliel'hai letteralmente respinta in faccia."

Diecin non era sicuro di vederci bene, ma gli parve che ci fosse l'ombra di un sorriso all'angolo della bocca del maestro Shandaren.

"Io non sono buono come Feng, ma forse è solo perché sono stato sul campo per molti anni. Combattere lo Sha, averlo sempre vicino... finisce con l'indurire anche gli aspetti più dolci della vita. Anche quegli aspetti per difendere i quali stai combattendo."

Diecin era confuso, non capiva di che cosa stesse parlando questo guerriero robusto dalla grossa lancia, o che cosa fosse lo Sha, ma pensava che fosse comunque meglio starsene seduto quieto ad ascoltare e annuire. Sentiva la sua vita in equilibrio precario.

Il maestro Shandaren guardò verso Diecin con il suo unico occhio e sembrò soppesarlo. Diecin si fece piccolo, sotto quello sguardo fermo, e scorse la lancia. La pesante, affilata lancia che lo Shandaren maneggiava con tanta leggerezza. Diecin tremò quando la zampa del guerriero ne afferrò l'impugnatura. Diecin chiuse gli occhi e abbassò la testa.

"Ti propongo una terza opzione, Diecin della Pergamena Pepata. E una quarta."

Diecin alzò la testa, non molto sicuro di che cosa stesse accadendo. Lo Shandaren era in piedi e gli teneva un dito sul petto.

"Potrei ucciderti ora, e sarebbe una compassionevole alternativa alla punizione che il mio leale Feng ti ha descritto. Sarebbe veloce e indolore: la lama ti taglierebbe di netto la testa dal collo e finirebbe tutto in un batter d'occhio."

E d'improvviso, veloce come il pensiero, una lama di metallo lunga come un braccio si appoggiò, fredda e lucente, sotto il mento di Diecin. Un istante dopo, lo spostamento d'aria seguì quel gesto. Diecin tremò e il suo lieve movimento fece uscire una goccia di sangue là dove la lama era appoggiata. La goccia scese lentamente lungo la lama, ancora immobile contro la sua gola. Lo Shandaren continuò.

"L'altra opzione, quella più crudele, sarebbe la tua volontaria partecipazione alla Prova dei Fiori Rossi."

Diecin alzò le sopracciglia, stupito, e lo Shandaren abbassò la lancia con un sospiro.

"Non lasciarti ingannare dal nome. Ogni sette stagioni, gli alberi sacri del nostro monastero fanno sbocciare fiori di un rosso ardente. Quello è il segnale d'inizio della prova. È la sfida dolorosa e severa che tutti quelli che vogliono entrare nel nostro ordine devono affrontare. La prova uccide la maggior parte di quelli che vi partecipano. Di sicuro, è una tortura per tutti gli aspiranti Shandaren."

Il guerriero mise via la lancia, nascondendola sotto il mantello con un unico movimento veloce.

"Ma," aggiunse, guardando lontano verso la valle, "se tu dovessi superare la prova e diventare un accolito degli Shandaren, allora non dovresti più subire la punizione per aver rubato la nostra missiva."

Diecin non poteva credere alle sue orecchie. Io, uno Shandaren? Lui non era niente. Un ladro, un giovinastro, il decimo figlio di un contadino morto. Non riusciva a trovare le parole.

"Ma come pensate che io potrei diventare qualcuno come Feng? Qualcuno come... come voi?"

Il guerriero lo guardò sereno.

"Tu sei veloce, Diecin. Veloce con i piedi, con le mani e con la testa. Uno Shandaren dev'essere forte, è vero, ma su quello si può lavorare. Il nostro nemico è veloce, e c'è bisogno sia di guerrieri che possano affrontare la ferocia dello Sha sia di guerrieri che sappiano schivare i suoi attacchi, buttargli del pepe in faccia e farlo correre nella direzione sbagliata."

Diecin annuì, ammutolito. Qualcosa di simile alla speranza si agitava nel petto esile del ladro.

Io potrei...?

Il grosso Pandaren cercò nella sua cinta e ne estrasse un anello. Era di fattura semplice, intagliato in un pezzo d'avorio che ricordò a Diecin gli estremi della pergamena. Il simbolo della tigre ruggente era inciso in cima all'anello, d'argento, brillante come il ghiaccio del nord.

"Vedo che hai preso una decisione. Prendi questo anello. Fra tre mesi ti presenterai davanti ai cancelli principali del Monastero degli Shandaren. Questo anello è stato ricavato dalla zanna di una tigre bianca. Ti permetterà di entrare dai cancelli senza problemi, ma solo la tua intelligenza ti permetterà di arrivare fin lì. Il Massiccio del Kun-Lai può rivelarsi un luogo insidioso, soprattutto nella stagione fredda.

Verrai da solo. Non portare né armi né armature: non ti serviranno." Afferrò la stoffa sottile della giubba di Diecin e scosse la testa. "Ma ti consiglio di procurarti qualcosa di più caldo, per l'inverno."

Diecin annuì basito e lo Shandaren lasciò andare la giubba. La sua voce s'incupì.

"Se la prova dovesse cominciare e tu non fossi presente, presumerò che tu abbia rifiutato la mia ultima opzione. A quel punto, gli Shandaren si prenderanno la tua vita. E ti assicuro che Feng si è moderato nella sua descrizione dei nostri metodi. Hai capito tutto quello che ho detto, Diecin?"

Diecin non ne era proprio sicuro, ma non riusciva più ad annuire, tanto i suoi muscoli erano diventati tesi e freddi. Il guerriero prese il suo silenzio per un sì.

"Io sono Nurong, Maestro dei Wu Kao. Ci vediamo fra tre mesi, piccolo ladro."

Il Maestro Nurong sussurrò a Piumabianca e il falco se ne andò volando nel cielo serale. Diecin si voltò a guardare il falco sorvolare le paludi verso nord-est, nella direzione presa dagli altri guerrieri. Alla fine, il ladro trovò la voce.

"Tre mesi. Come dovrei fare a raggiungere la montagna più alta del mondo e a scalarla da solo, in tre mesi?"

Nessuna risposta. Diecin si guardò intorno e vide che era rimasto solo sul tetto. Lo Shandaren se n'era andato.

Il gong risuonò nel cortile. Diecin tentò di rimanere dritto sulle tavole ondeggianti del ponte, cercando di sembrare più solenne che poteva vicino agli altri partecipanti. Non stava funzionando.

Era, ovviamente, uno dei più piccoli tra le dozzine di giovani speranzosi che si erano radunati sotto i fiori rossi, fiamme vibranti in mezzo alla neve invernale. Anche quello con meno pretese, Wu il Ricurvo di Binan, di almeno tre anni più giovane, era più alto di lui di un pezzo e indossava una corazza di armatura proprio come un vero guerriero. Diecin lo guardò da sotto in su e lui di rimando gli lanciò un'occhiataccia. Nessuno dei presenti era felice di dover competere con un pezzente come Diecin, come se la sua semplice partecipazione alla prova fosse un affronto.

Diecin si guardò i piedi, imbronciato. Già arrivare lì era stata una prova, e dubitava che uno qualunque di quei giovani viziati e sproporzionati sarebbe sopravvissuto al viaggio che lui aveva dovuto affrontare. Scalare il Sentiero dei Cento Gradini, strisciare nel Passaggio Antico per evitare i Saurok affamati e, alla fine, salire lungo i pendii scivolosi e i sentieri ventosi dei declivi del Kun-Lai. Temere a ogni folata di vento di cadere dal sentiero stretto e precipitare sulle rocce a chilometri di distanza. Tutto questo sopravvivendo al freddo glaciale.

Il mantello si mosse nel vento e Diecin se lo strinse sulle spalle. Quando nella Valle dei Quattro Venti c'era brutto tempo, pioveva e c'era abbastanza vento da farti evitare i campi aperti. Qui, il freddo era qualcosa di mortale. Diecin aveva provato a seguire il consiglio del Maestro Nurong, dando in cambio la sua mantella cenciosa e qualche moneta che era riuscito a procurarsi per un mantello da viaggiatore. La misera lunghezza della stoffa rattoppata gli aveva salvato la vita, fornendogli riparo, calore e anche un nascondiglio sicuro all'ombra delle rocce quando degli yeti enormi gli erano passati accanto. Il cappello, dalla tesa larga e dall'odore di frutta marcia, gli era stato regalato da Den Den come ringraziamento per non aver raccontato a nessuno delle condizioni della sua stanza (o della finta Hozen fatta coi capelli). Teneva lontane la pioggia e la neve dalle sue spalle, faceva da piatto quando serviva un posto dove mettere il cibo e, secondo Chan il Pesante, faceva sembrare Diecin un fungo raggrinzito.

Chan il Pesante era uno degli altri iniziati e veniva dalla città di mercanti di Mezzabotte. Figlio di un ricco alchimista, era vanitoso come un pavone e grosso dieci volte Diecin. Era arrivato con uno stuolo di servitori Grumyan, nessuno dei quali aveva avuto il permesso di accedere all'interno del monastero. Diecin ricordava di aver attraversato l'accampamento di tende di seta mentre raggiungeva la cima, con il profumo della carne che sfrigolava a fargli venire l'acquolina in bocca.

Se avessi avuto un po' più di energia e un po' meno freddo, avrei liberato quell'accampamento dall'evidente eccesso di cibo. Di sicuro Chan non ne ha bisogno.

Gli iniziati zittirono. Diecin si voltò e vide che erano comparsi i maestri. Stavano dall'altra parte del ponte, dove il giardino della meditazione si incontrava con la riva del lago ghiacciato. Immobili come statue, i tre maestri guardavano le dozzine di iniziati fiduciosi. Il sole del mattino illuminava le nebbie che avvolgevano i cortili del monastero e Diecin non avrebbe saputo dire se uno dei tre maestri fosse Nurong. Voleva assicurarsi di essere notato, così che gli Shandaren non si prendessero la sua vita. Era giunto proprio l'ultimo giorno prima della scadenza dei tre mesi, affannato mentre mostrava al Guardiano del Monastero Shandaren il suo anello per poter entrare.

Un falco gridò sopra la sua testa e Diecin lo riconobbe.

"Andiamo, muovetevi," borbottò Wu il Ritorto sottovoce. "I fiori non diventeranno più rossi di così." Diecin capiva le lamentele nervose di Wu. Tutti i partecipanti mostravano segni di disagio: strascicavano i piedi, si torcevano le mani o si mordevano le labbra. Anche Chan il Pesante stava giocherellando con il grosso braccialetto che circondava il suo polso spesso, un braccialetto che per un Pandaren di dimensioni normali sarebbe potuto essere una collana.

Bel pezzo di gioielleria.

Uno dei maestri fece un passo in avanti e Diecin tremò. Non era il Maestro Nurong ma una Pandaren dal volto arcigno che teneva i capelli grigi raccolti dietro le orecchie. La maestra Shandaren alzò una zampa e parlò con voce severa attraverso l'acqua gelida.

"Iniziati, vi do il benvenuto alla Prova dei Fiori Rossi. Avete attraversato molte terre, ognuno di voi è stato scelto dai nostri agenti come un degno candidato. Così è da innumerevoli anni. Così sarà per sempre.

Io sono la Maestra Yalia Soffio Saggio degli Omnia, gli Shandaren che hanno l'incarico di preservare la saggezza, la conoscenza e le tradizioni sacre del nostro ordine. È un onore per me darvi il benvenuto e lodarvi per essere convenuti il giorno stabilito. La Prova dei Fiori Rossi è composta da tre parti: la Sfida della Determinazione, la Sfida della Forza e la Sfida dello Spirito. Ognuna di queste sfide porterà alla morte coloro che non sono degni di portare le insegne degli Shandaren."

Queste ultime parole furono accompagnate da una stilettata di vento freddo che risalì con un ruggito dal fondo del picco fino al monastero, come un predatore felino. Petali rossi volteggiarono nell'aria come gocce di sangue mentre il ponte ondeggiava. Diecin si tenne stretto alla catena della balaustra. Wu il Ritorto vide il suo panico e ne sogghignò. Poi la maestra riprese.

"Questa è la vostra ultima occasione per tornare sui vostri passi. Se fra di voi c'è qualcuno che dubita che questo sia il suo posto, qualcuno che non è sicuro, lo invito a tornare indietro lungo il Ponte dell'Iniziazione e ad andare a casa. Non c'è alcun disonore in questa decisione. Sappiate però che non sarete mai più ammessi tra queste mura."

Ci fu un momento di silenzio e poi qualcuno si schiarì la gola. Quel qualcuno sussurrò delle scuse. Poi un Pandaren, anzi due, tornarono indietro lungo il ponte. Erano l'alto tagliaboschi delle Isole Meridionali e la ragazza dall'aria studiosa di Arapietra. Entrambi camminavano a testa bassa. Diecin pensò che avrebbe voluto approfittare anche lui del lusso di potersene andare.

No. No, non è vero, non lo voglio affatto.

Si sorprese di quel suo pensiero, tanto spontaneo quanto inaspettato. Era davvero felice di essere lì, al freddo e al gelo, a ondeggiare sopra un lago mezzo ghiacciato?

Be', non proprio felice. Ma... ma questa sembra essere l'occasione giusta per fare qualcosa, per essere qualcosa. Le stagioni passano, è vero, ma io non volterò le spalle a un soffio di vento fortunato.

Un soffio di vento gelido gli trapassò il mantello, facendolo tremare.

Era un modo di dire.

La Maestra Soffio Saggio attese che i due Pandaren fossero accompagnati fuori dal cortile, poi continuò.

"Ora inizia la Prova dei Fiori Rossi. Ci sono degli Shandaren tra di voi. Almeno, noi speriamo che ci siano. Il nostro numero si è assottigliato nel corso dei secoli, mentre i nostri nemici sono cresciuti. Dal Tempio della Tigre Bianca riceviamo funesti presagi man mano che si dirada la nebbia che avvolge Pandaria. Nei mesi scorsi nuovi pericoli sono arrivati sulle nostre coste e i nostri siti più sacri sono stati attaccati, corrotti e distrutti. I saggi raccontano di giorni bui davanti a noi.”

Diecin si domandò cosa volesse dire la Maestra Soffio Saggio con “nuovi pericoli”. Apparentemente qualcosa d’importante (e spaventoso) era accaduto da quando aveva lasciato la Valle dei Quattro Venti. Ricordò di aver sentito parlare, durante il suo viaggio, di strane bestie e visitatori da terre lontane, ma era così concentrato a sopravvivere durante il viaggio verso Nord che al tempo ignorò quelle voci, considerandole stupide chiacchiere di viaggiatori spaventati. Ora Diecin sperava avesse prestato più attenzione a quei racconti.

La Maestra Soffio Saggio fece un passo avanti e alzò una zampa.

“Ciò nonostante, noi non siamo un esercito raffazzonato da gente comune impreparata. Noi siamo gli Shandaren. Siamo sempre stati numericamente inferiori ai nostri nemici, ma una lama degli Shandaren equivale a una dozzina di lame di soldati normali. Così abbiamo sconfitto i Mantid. Così abbiamo respinto gli Yaungol. Così teniamo a bada gli Sha. E così sarà per sempre."

Indicò un punto in fondo al lago, verso l'altro lato del monastero. Due accoliti Shandaren con una fascia bianca stavano posizionando un piccolo braciere a forma di tigre.

"La tigre feroce metterà alla prova la vostra determinazione. Dentro la sua pancia, sepolte sotto le braci ardenti, ci sono sei monete d'argento marchiate con il simbolo del nostro ordine. Voi metterete la vostra zampa nella bocca della tigre, recupererete una moneta incandescente e me la porterete nel giardino."

I dieci iniziati rimasti si guardarono l'un l'altro nervosamente. La ragazza dalle gambe lunghe che veniva da Krasarang cominciò a camminare lungo il ponte, cercando di partire in vantaggio. Pochi secondi e una selva di braccia le intralciava il cammino: tutti cercavano di superarsi a vicenda. Il ponte ondeggiò pericolosamente e Diecin strinse la presa sulla catena.

Una corsa di velocità per dimostrare la propria determinazione? C'è qualcosa che non ci ha detto.

La Maestra Soffio Saggio si voltò per andarsene, preceduta dagli altri due maestri. Da sopra la spalla però aggiunse qualcosa.

"Ci sono solo sei monete, e voi siete dieci. Vi consiglio di nuotare in fretta."

Nuotare?

Vi fu un suono metallico, e poi la catena che reggeva metà del ponte si sganciò dal suo supporto. Gli iniziati caddero nel lago sotto di loro, creando buchi nelle lastre di ghiaccio. Riemersero ansimando, tra sputi e grida. Una voce urlava che non sapeva nuotare. Ci furono alcuni secondi di panico totale, durante i quali alcuni si aggrappavano ad altri, che erano obbligati a reagire con violenza per non essere trascinati giù nell'acqua gelida. Coloro che indossavano una corazza pesante non riuscirono a riemergere. Gli altri, quelli più veloci, sgusciarono fuori dalle loro armature e cominciarono a nuotare a grandi bracciate. Sapevano che ogni secondo in più in quelle acque ghiacciate poteva significare la morte.

Diecin era rimasto appeso alla catena del ponte ancora agganciata. La sua presa spaventata dall'ondeggiamento gli aveva permesso di non cadere come tutti gli altri. Ora, era rimasto indietro. Si tirò su, a cavallo della catena, chiedendosi se sarebbe stato capace di strisciare fino alla fine del ponte e poi da lì aggirare il lago fino al braciere.

Non penso proprio che mi permetteranno di cavarmela così facilmente.

Le sue paure furono presto confermate da un altro accolito con una fascia bianca che si diresse verso il secondo sostegno e cominciò a sganciare la catena. Evidentemente, un tuffo nell'acqua del lago era un prerequisito fondamentale per diventare uno Shandaren. Diecin però sapeva che, anche se avesse superato quella stupida prova, se non l'avesse ucciso l'acqua l'avrebbe fatto il vento gelido contro il mantello ghiacciato. Lui non aveva la robustezza e le risorse degli altri partecipanti: doveva restare asciutto.

Una mano dopo l'altra, cominciò a muoversi verso il punto più basso della catena, e poi scese sotto le assi che pendevano. Il ponte era stato costruito per essere sganciato da un lato e poi facilmente riagganciato una volta che la prova fosse terminata. Furbi, pensò Diecin. Così si evitano di dover ricostruire un ponte nuovo ogni sette stagioni.

Per fortuna, o per sfortuna, questa settima stagione era capitata nel cuore dell'inverno. Perciò, gran parte del lago era coperta di uno spesso strato di ghiaccio. Forse, spesso abbastanza da reggere un piccoletto come me. L'accolito aveva quasi finito e Diecin sentì che la tensione della catena diminuiva. Individuò una lastra di ghiaccio poco distante da dove si trovava, quindi cominciò ondeggiare con le gambe, facendo dondolare l'intero ponte avanti e indietro, per darsi la spinta sufficiente per...

Anche la seconda catena si sganciò, proprio nel momento in cui Diecin era all'apice del suo dondolio. Volò in aria, a braccia aperte, e atterrò su una lastra di ghiaccio con un tonfo solido. E asciutto. Rimase in attesa qualche momento, per sentire se il ghiaccio sotto di lui si stesse rompendo. Silenzio.

Si guardò intorno alla ricerca di un altro pezzo di ghiaccio e lo vide, poco lontano. Vi balzò sopra ma rischiò di cadere, scivolando. Lo slancio aveva spinto la lastra ancora più vicina al suo obiettivo, ma per mantenere l'equilibrio doveva agitare selvaggiamente le braccia. C'erano blocchi di ghiaccio ovunque sul lago, ma a quella velocità, con quella goffa instabilità, tutto sarebbe finito con una caduta, una nuotata e una piccola tomba in cima alla montagna. Sapeva quello che doveva fare.

Saltando dal blocco di ghiaccio si ritrovò su quello accanto, un pezzo più piccolo, e senza fermarsi per riacquistare l'equilibrio scivolò semplicemente fino al bordo e poi saltò su un'altra lastra di ghiaccio. E poi un'altra. Saltellando sul lago come un sasso gettato di piatto sull'acqua, Diecin superò i nuotatori e cominciò ad avvicinarsi alla sua meta.

Sei catene sorsero dal bordo dell'acqua, sei metri di anelli di metallo ghiacciato che si arrampicavano sullo spuntone di roccia su cui era stato piazzato il braciere. Sarebbe stato difficile per chiunque, ancor più difficile per un Pandaren bagnato con le zampe intirizzite dal freddo, scalarle. Era davvero una sfida alla determinazione.

Sfortunatamente, i pezzi di ghiaccio stavano diventando più piccoli e più distanti gli uni dagli altri. I piedi di Diecin erano bagnati dagli spruzzi e lui non si sentiva più le dita. A peggiorare le cose, vide che intorno alle catene non c'era alcun blocco di ghiaccio su cui saltare. Presto si sarebbe ritrovato in mezzo al lago, non poteva evitarlo.

A meno che... Proprio come al mercato. Sopra.

Alzando le braccia, slegò in fretta i lacci del suo cappello. Una volta raggiunta l'ultima lastra di ghiaccio, si tolse il grosso cappello, lo piegò nella parte centrale e lo lanciò sulla superficie dell'acqua gelida. Quando il cappello toccò l'acqua, Diecin vi balzò sopra con slancio. Spinto dalla forza del movimento di Diecin, il cappello scivolò sull'acqua mentre Diecin vi stava in equilibrio su un piede solo. Era abbastanza grande da reggere il suo peso finché non fu il momento di fare un altro balzo, questa volta verso la catena che usciva dall'acqua di fronte a lui.

Uno dei vantaggi di essere un fungo raggrinzito.

Diecin si arrampicò lungo la catena più veloce che poté. Il piccolo Pandaren poteva sfruttare la spinta della corsa sul lago e non aveva un grande peso da portare. Scavalcò il bordo della roccia e corse verso la sua meta fumante.

Il braciere era stato costruito con perizia. Era una tigre ringhiante ricavata da barre di ferro piegate che erano diventate le strisce nere del manto della tigre, mentre la pelliccia chiara era formata dalle braci ardenti giallo-arancioni. Diecin strinse i denti e infilò la zampa nella bocca spalancata della tigre, tirandone fuori in fretta una moneta incandescente che fischiava. Come ladro, aveva una certa maestria nell'arte di afferrare le monete, e il gesto gli procurò solo una piccola scottatura sul palmo, un po' di pelliccia bruciacchiata e dei polpastrelli ustionati dal metallo ardente. Trattenendo il fiato, infilò la zampa nella crosta bianca di un banco di neve lì vicino.

La prima volta in vita mia che sono grato che ci sia della neve!

Si voltò al rumore della catena dietro le sue spalle: gli altri iniziati stavano arrivando. La ragazza di Krasarang si issò sulla roccia e collassò accanto al braciere, tremando violentemente. Guardò verso Diecin con aria confusa, poi si raggomitolò in una palla di brividi.

"Ch-ch-che f-f-f-red-d-do!" gemette, con la voce rauca e bassa.

Diecin guardò oltre lei e vide altre catene tremare e altri iniziati comparire. Era ora di andarsene. La strada più diretta sarebbe stata a nuoto, attraverso il lago, ma Diecin rabbrividì al solo pensiero. Non aveva più il cappello, non sentiva più le dita dei piedi e aveva già sfidato gli spiriti del gelo a sufficienza, per quella giornata. Decise quindi di aggirare il lago.

Diecin raggiunse il giardino senza alcun incidente e trovò la Maestra Soffio Saggio seduta serenamente sotto il gazebo al centro. Se fosse o meno stupita di veder comparire per primo, e asciutto, l'iniziato più minuto, non lo diede a vedere. La maestra allungò semplicemente la zampa, annuendo mentre Diecin lasciava cadere la moneta nel suo palmo. Poi, senza dire una parola, gli fece cenno di attendere a un lato del padiglione.

Il successivo iniziato a comparire non fu la ragazza di Krasarang, ma un tizio robusto e dai capelli lunghi che Diecin non aveva notato. Il ragazzotto gocciolava ancora e la sua zampa destra fumava per l'incontro con le fauci della tigre. Diecin notò che ci aveva messo molto a prendere la moneta: intere porzioni di pelo intorno al polso erano scomparse, bruciate, e alcune scottature avevano un aspetto davvero doloroso.

Eppure ce l'aveva fatta, e nel silenzio prese posto accanto a Diecin. Il piccolo ladro pensò che il volto del suo antagonista mostrava chiaramente i segni della determinazione. Era così che un vero guerriero affrontava il dolore, e Diecin provò ammirazione per lui.

Lui ha davvero superato la prova. Io l'ho semplicemente raggirata.

Il senso di vittoria che aveva provato lo lasciò: era ancora pur sempre un ladro.

Poi arrivò la ragazza di Krasarang, battendo i denti per il freddo. Diecin poteva solo immaginare quanto assurdo e doloroso potesse essere il freddo gelido per qualcuno abituato al caldo afoso di una giungla meridionale. Almeno le sue braccia erano in uno stato migliore di quelle dell'altro iniziato. Diecin suppose che vivere nella giungla richiedesse zampe rapide.

Ci fu un ruggito, uno starnuto esplosivo, ed ecco Chan il Pesante comparire in giardino. Il grosso Pandaren era più che bagnato. Aveva pensato bene di liberarsi del costoso mantello nel lago, ma aveva tenuto tutti gli altri abiti, nei quali ora sguazzava, lasciando un fiume d'acqua fredda al suo passaggio. Gocciolava dal naso, dal mento, dalla pancia, e ai suoi piedi si formò una vera e propria pozza quando si fermò di fronte alla Maestra Soffio Saggio. Era talmente bagnato che Diecin non poté fare a meno di chiedersi se per caso non fosse tornato a nuoto, invece di aggirare il lago di corsa come gli altri. Ancora una volta, in silenzio, la maestra allungò la zampa.

Chan il Pesante alzò il braccio e a quel punto Diecin notò qualcosa che non aveva visto prima, quando erano vicini: la zampa di Chan era ricoperta di metallo. Strisce di metallo che creavano un artiglio di tigre.

Il robusto Pandaren ebbe un brivido e poi si inchinò di fronte alla Shandaren.

"Non sono riuscito a estrarre la mia zampa dalla bocca della tigre dopo aver preso la moneta, maestra. La bocca della tigre era piuttosto piccola, e piuttosto calda... " Chan il Pesante alzò gli occhi sulla Maestra Soffio Saggio con sguardo fermo. "Così, ho preso l'intero braciere e mi sono rituffato nel lago."

Starnutì ancora, lo stesso suono esplosivo che fece tremare il giardino. Altri petali rossi caddero. Diecin vide che gli altri iniziati fissavano Chan a occhi spalancati.

Ha veramente fatto a nuoto anche il ritorno. E portandosi dietro l'intero braciere di ferro.

Chan il Pesante sollevò il braccio e ruppe il braciere contro una delle pietre ai suoi piedi. Già indebolito dal freddo dell'acqua, il braciere si ruppe. Chan prese tre monete e le mise nel palmo della Maestra Soffio Saggio.

"Non c'è nessun altro, dopo di me."

Diecin si chiese quanti fossero annegati, o congelati, o semplicemente si fossero arresi quando Chan aveva preso il braciere.

La maestra si alzò e fece cenno agli iniziati di seguirla. Tutti fecero spazio a Chan il Pesante mentre spruzzava acqua, dietro di lei, cercando di strizzare i vestiti. Starnutì ancora, poi vide Diecin che camminava cercando di evitare le pozze.

"Ben fatto, piccoletto. Ma vedremo se scivolare sul tuo cappello ti permetterà di passare la Sfida della Forza."

Il ragazzo dai capelli lunghi rise. Diecin semplicemente fece spallucce, poi superò Chan il Pesante e gli diede un'amichevole pugnetto sulla spalla.

"Peccato che non ci sia una sfida sul fradiciume. C'è almeno metà del lago nei tuoi enormi pantaloni."

Chan il Pesante ruggì e si girò verso il Pandaren minuto, il quale però si aspettava la sua reazione e la schivò con facilità. Ora anche la ragazza di Krasarang stava ridendo e Diecin recitò una scenetta, togliendosi con grazia l'acqua dalla mano. Il Pandaren più grosso si accigliò e starnutì di nuovo. A quanto pareva, i suoi pur significativi rotoli di grasso non l'avevano isolato abbastanza da quell'ammollo gelato.

La Maestra Soffio Saggio condusse i quattro iniziati attraverso delle porte pesanti, all'interno di un dojo d'allenamento. Dentro vi era una semplice arena circondata da colonne di pietra. Diecin riusciva a sentire la storia di quel posto, i secoli di allenamento e disciplina che sembravano sospesi nell'aria. La maestra Shandaren li salutò con un cenno e ritornò silenziosamente nel giardino, lasciandoli lì a guardarsi nervosamente intorno, ansiosi di sapere quale sarebbe stata la sfida successiva.

Diecin notò una cosa curiosa: esattamente al centro dell'arena c'erano tre grosse campane. Alte come un Pandaren adulto e grosse quasi quanto Chan, le antiche campane recavano incise delle parole mistiche. Diecin si avvicinò, sperando che la sfida non consistesse nel dover trasportare una di quelle enormità.

Una voce bassa giunse dalle spalle degli iniziati.

"Voi tutti avete dimostrato di avere la determinazione di uno Shandaren. Ora, dovrete dimostrare di averne anche la forza."

Diecin si voltò e gli mancò il fiato. Fermo sulla porta c'era il più grosso Guerriero Pandaren che avesse mai visto. Più alto di Chan il Pesante di mezzo metro e con le spalle molto più larghe, questo Shandaren era una statua di muscoli. La pelliccia era quasi completamente bianca e gli occhi stavano studiando gli iniziati con rapidità predatoria, valutandone punti di forza e debolezze.

Diecin tremò, sentendosi come di fronte a una valanga di letale potenza guerriera a stento trattenuta.

"Io sono il Maestro Wan Neve Lesta degli Shandaren della Guardia Nera. Tutti i Guerrieri Shandaren devono rispondere a me, e io devo rispondere all'Onorevole Taran Zhu. Io conosco ogni singolo Guerriero tra queste mura e ho sfidato ciascuno di loro con la mia lama. Se sopravvivrete alle sfide e diventerete degli Shandaren, un giorno combatterete anche con me. Perché non si conosce veramente qualcuno finché non si combatte contro di lui."

A questo punto, il Maestro Neve Lesta strinse il pugno, e il rumore delle nocche scricchiolanti echeggiò nel dojo come massi rotolanti. Diecin fece una smorfia.

"Ma quel giorno non è oggi. Siete giovani e senza allenamento. Un iniziato non è ancora un'arma, ma una barra di ferro grezzo in attesa di essere forgiato. È in quel momento che il ferro mostra la sua forza, prima di essere affilato."

Camminò verso le tre campane e i suoi passi silenziosi ricordarono a Diecin l'avanzare di una tigre in agguato.

"Siete di fronte a dei manufatti sacri, reliquie dei secoli passati che sono state costruite con la magia e la forgiatura per resistere ai danni del tempo. Ognuna di queste campane è stata accordata per suonare una nota precisa e perfetta, quando viene colpita."

Picchiò la campana più vicina a sé con un pugno e ne uscì un rumore sordo.

"Piacevole, no?" il Maestro Neve Lesta sorrise. "Le campane non suoneranno finché non saranno sollevate dal pavimento e colpite con un po' di vigore. È parte della loro magia."

Diecin si accigliò. Sollevare delle campane giganti non era un'abilità presente nel suo repertorio... e cos'era quel suono smorzato che gli era parso provenisse dalla campana? Un sibilo?

Il Maestro Neve Lesta continuò, "Sotto ognuna di queste campane si trova un tipo differente di morte, iniziati. La morte che ruba, la morte che si nasconde e la morte che salva. Resterò ad aspettare in giardino finché non avrò sentito tutte e tre le campane suonare. Allora tornerò. E chi di voi sarà stato abbastanza forte da sopravvivere alla sfida, potrà affrontare quella successiva."

Chan il Pesante starnutì e il maestro Shandaren fece un gesto verso di lui, che ancora gocciolava.

"Questa settima stagione si sta rivelando particolarmente fredda, e so che siete tutti affaticati. Permettetemi di darvi un aiuto."

Con un unico movimento fluido, il Maestro Neve Lesta girò su se stesso e diede un calcio alla campana dietro le sue spalle. La campana volò via e andò a schiantarsi contro una colonna dall'altra parte dell'arena. La colonna s'incrinò e alcuni pezzettini di pietra caddero sul pavimento. La campana rotolò sul pavimento intatta.

Il Maestro Neve Lesta ritornò verso le porte, e gli iniziati lo guardarono andarsene pieni di timore reverenziale.

"Non mi aspetto che combattiate bene," gridò. "Ma mi aspetto che combattiate."

Le porte si chiusero. A chiave.

"Guardate!" gridò il ragazzo dai capelli lunghi con la voce piena di terrore.

Diecin si voltò e trattenne il fiato. Là dove c'era la campana, stava arrotolato un enorme serpente, che sollevò il collo muscoloso e si erse sopra tutti gli iniziati.

"Un pitone del bambù!" gridò la ragazza. "State indietro! Potrebbe... "

Come un fulmine verde, il pitone colpì. Fece cadere a terra il ragazzo dai capelli lunghi e gli conficcò i denti nella spalla. Il ragazzo gridò, cercò di colpire il serpente sulla testa, ma lui teneva salda la presa e lo avvolgeva nelle sue spire. Gli altri tre iniziati si tennero a distanza, guardandosi intorno alla ricerca di un posto dove nascondersi. Come avrebbero potuto, quattro giovani senza armi e senza addestramento, affrontare una bestia tanto letale?

La ragazza di Krasarang stava imprecando, Diecin poteva sentire i suoi sussurri arrabbiati.

"Io so come si uccidono questi esseri. Se solo avessi la mia lancia... Perché non mi hanno lasciato portare la mia lancia? Potrei salvarlo!"

La morte che salva.

"Chan!" gridò Ten. "Penso che in una delle campane potrebbero esserci delle armi! Presto, controlla!"

Il grosso Pandaren guardò Diecin come se fosse pazzo.

"Bel tentativo, piccoletto. Pensi che io voglia andare proprio là?"

Indicò le due campane rimanenti, che si trovavano accanto al serpente e alla sua preda: decisamente troppo vicine.

"Tra l'altro," gridò Chan il Pesante, "tu che ne sai che ci sono delle armi lì? Potrebbero esserci altri serpenti!"

Il ragazzo dai capelli lunghi smise di dimenarsi e il serpente gli diede un'ultima stretta prima di liberarlo e alzarsi nuovamente in tutta la sua statura. Era ricoperto di scaglie color smeraldo e aveva gli occhi neri e freddi. I lunghi denti gocciolavano sangue e saliva avvelenata, creando una pozza sul pavimento di pietra. Diecin guardò il ragazzo morto, i due buchi a forma di lacrima sulla spalla. Si stupì della loro grandezza.

La morte che ruba: veleno, o qualche fluido nocivo che proviene dalle paludi. Entra nel corpo attraverso quelle due piccole fessure e se ne va con la tua anima.

Un ladro.

Il serpente ora stava strisciando verso la ragazza di Krasarang. Lei aveva le spalle al muro e nessuna possibilità di fuga.

Diecin sapeva che non avrebbe potuto vincere questa sfida se tutti gli altri fossero morti. Non sarebbe stato in grado di alzare una campana da solo. Fu una strana presa di coscienza: aveva bisogno di loro.

"Chan, devi fidarti di me o moriremo tutti. Il pitone è la morte che ruba. Sotto una di quelle campane c'è la morte che salva. Penso che significhi che ci sono delle armi, strumenti di morte che possiamo usare per salvare le nostre vite."

Diecin strinse i pugni e corse verso la bestia, agitando le braccia. La creatura sibilò e si allontanò dalla ragazza.

"Io distrarrò il serpente e lo terrò lontano dalle campane!" gridò. "Bussa sulle campane, senti se dall'interno arrivano dei suoni."

Il pitone stava ora strisciando verso Diecin, che dovette voltarsi e cominciare a correre. Forse avrebbe potuto infilarsi tra le colonne? Diede un'occhiata alle sue spalle e vide il pitone inseguirlo mentre Chan il Pesante e la ragazza stavano andando verso le campane.

Il serpente era più veloce di quanto Diecin avesse immaginato, tanto che dubitò di raggiungere in tempo le colonne. La campana che il Maestro Neve Lesta aveva preso a calci era lì davanti, sdraiata, e il ladruncolo si gettò dietro il suo corpo di bronzo nel momento in cui delle fauci tentavano di azzannargli il calcagno.

Diecin si voltò per affrontare il pitone. La bestia lo sovrastava, rendendo la copertura fornita dalla campana davvero misera. Il serpente colpì ancora e Diecin si nascose a stento da una macchia di scaglie e denti. Dietro alla bestia sibilante, Diecin vedeva Chan il Pesante battere su un lato della campana e la ragazza della giungla appoggiarci l'orecchio, con un'espressione attenta sul volto.

E poi a Diecin venne in mente la falla più grande nel suo piano: stava armando i suoi due rivali. Avrebbero potuto aspettare che il pitone lo uccidesse per poi usare le armi recuperate per finirlo facilmente, e allora avrebbero avuto un avversario in meno.

Chan il Pesante guardò verso Diecin, gli sorrise e lo salutò con la mano. Poi mise le braccia intorno a una campana e iniziò a sollevarla.

Diecin digrignò i denti. Non poteva biasimare gli altri iniziati: era una prova di sopravvivenza, non di amicizia. Ma che fosse dannato se avesse permesso loro di entrare negli Shandaren passando sopra il suo piccolo corpo morto.

Corse davanti alla bocca della campana, mettendosi proprio di fronte al serpente gigante, il quale indietreggiò un istante per questo movimento inconsueto, e sibilò infuriato.

Come ladro, Diecin aveva imparato a leggere certi segnali, un'espressione, un gesto o un movimento che indicassero se il bersaglio stava per attaccare. Una lezione che gli aveva salvato la vita innumerevoli volte, per strada.

Il pitone si poteva "leggere". Diecin aveva visto come la bestia aveva colpito il ragazzo dai capelli lunghi e poi lui. Aveva fatto fuoriuscire la lingua appena prima dell'attacco, per estendere al massimo il suo organo sensoriale e sentire la paura della vittima prima della morte. Diecin fissò il dondolio ipnotico del serpente tenendo le gambe piegate, in attesa di vedere la lingua e... eccola!

Diecin saltò in alto esattamente nel momento in cui il pitone colpì nel punto in cui era stato fino a un secondo prima. Sfortunatamente per la bestia, il punto in cui Diecin si trovava fino a un secondo prima era proprio davanti all'apertura della campana, quindi il suo cranio si schiantò contro quel bronzo pesante, producendo un suono nitido e molto piacevole.

E uno.

Diecin atterrò sulla schiena del serpente e rotolò via, evitando le spire che il serpente agitava per tirar fuori la testa dalla campana.

Raggiunse gli altri due iniziati nel momento in cui la ragazza di Krasarang, con una risata roca, stava estraendo una lancia da sotto la campana sollevata. Diecin si accucciò per vedere che cos'altro ci fosse nascosto lì sotto: davvero una morte che salva! Disposte in maniera ordinata vide una serie di armi semplici e affilate: una spada, una mazza, un'ascia e un pugnale. Velocemente, Diecin le tolse da sotto la campana tenendosi il pugnale. Poi si alzò e uso la pesante impugnatura dell'arma per colpire il lato della campana con tutte le sue forze. Un'altra nota nitida riempì il dojo.

E due.

Chan il Pesante continuava a ripetere di prendere un'arma anche per lui, che non avrebbe retto ancora per molto.

"Eccola," disse Diecin, facendo scivolare l'ascia sul pavimento.

"Era ora," annaspò Chan, stremato per lo sforzo. "Attenzione!"

Dicendolo, lasciò cadere la campana, che atterrò con un fragore pesante e uno spostamento d'aria.

Chan il Pesante sollevò soddisfatto la sua ascia. Anche la ragazza di Krasarang gli sorrise, brandendo la sua lancia.

"Ecco, è questo che stavo aspettando," disse Chan. "Facciamo vedere al serpente cosa intendiamo noi per morte."

Una voce soffocata giunse da dentro la campana.

"Buona fortuna!"

Chan il Pesante si bloccò e il sorriso gli scomparve.

"Dov'è il piccoletto?"

La ragazza di Krasarang fece spallucce.

"C'è solo un posto in cui potrebbe essere," disse.

Chan il Pesante colpì la superficie liscia, impenetrabile e molto protettiva della campana.

"Che sia maledetta la tua famiglia, miserabile pezzente! Non hai un po' di vergogna? Che razza di codardo sei?"

"Sono un codardo che è ancora vivo, caro Chan. Ora ascolta: presto il serpente si sarà liberato dalla campana. È più veloce di quanto sembri. Guarda la sua lingua: la fa uscire appena prima di colpire."

Diecin si appoggiò al freddo metallo della campana e ascoltò quello che dicevano gli altri due iniziati sul da farsi col ladruncolo. Alla fine, il serpente decise per loro. Sentì le urla, le provocazioni e i sibili infuriati. Un grido, un ruggito.

Ragazzi, sono davvero felice di non essere là fuori.

Era sicuro che, ora che erano armati, l'abilità della ragazza della giungla e la forza di Chan il Pesante avrebbero avuto la meglio su quell'essere. Ci furono altre grida e un altro sibilo. Sentì qualcosa cadere sul pavimento, seguito da un lungo silenzio. Poi, un toc-toc di nocche sulla campana.

"Pitone? Sei tu?" rispose Diecin.

La voce di Chan era stanca e infuocata di rabbia.

"Il serpente giace a pezzetti sul pavimento del dojo, piccoletto. Ora io e Pei-Ling andremo a suonare la terza campana e a completare la sfida, lasciandoti a marcire nella tua piccola tomba di metallo. O chissà? Forse tornerò qui una volta che sarò diventato uno Shandaren e infilerò un altro serpente dentro a farti compagnia."

Diecin poteva sentire la ragazza di Krasarang (apparentemente il suo nome era Pei-Ling) ridere a quell'idea.

Fantastico. Ho armato gli altri iniziati e ho salvato le loro vite per avere in cambio il loro odio.

Ormai c'era abituato. Da suo padre, dai suoi fratelli, persino dagli altri ladri di strada... perché avrebbe dovuto aspettarsi qualcosa di diverso dagli iniziati?

Le stagioni passano.

Diecin bussò sulla campana.

"Chan, guardati il polso. Mi sa che hai perso qualcosa."

Ci furono alcuni secondi di silenzio e poi un grido di rabbia.

"Ladro! Delinquente! Mangia radici Hozen!"

Gli insulti proseguirono di questo passo per un po' di tempo, finché Diecin non udì un altro tonfo sordo. Era Chan il Pesante che si appoggiava con tutto il suo peso alla campana.

"Quel braccialetto è un regalo di mia madre, rospo bastardo. Sguscia fuori da lì e ridammelo."

Ci fu un grugnito, uno starnuto, e poi la campana cominciò a sollevarsi. Diecin rotolò fuori e si ritrovò con la schiena contro la terza campana. Pei-Ling era seduta sul pavimento e ripuliva il sangue dalla sua lancia. Alzò lo sguardo su Diecin e gli fece un finto saluto militare, poi tornò alla sua arma. Diecin rimase confuso da quel comportamento: anche per scherzo, non l'aveva mai visto fare prima.

Un gesto di rispetto.

Chan il Pesante lasciò cadere la campana e si voltò, ansimando, stanco a tal punto che poteva a malapena tenere in mano la sua ascia. Era stato ferito in battaglia: una delle gambe dei pantaloni era insanguinata e torta, come se il robusto giovane fosse stato trascinato sul pavimento di pietra. La ferita, la nuotata nelle acque gelide, e l'aver dovuto sollevare due volte una campana erano costati molto all'iniziato, che cominciava a manifestare i sintomi dell'influenza. Ma era la rabbia a tenere in piedi Chan il Pesante.

"Dammi il braccialetto, piccoletto," ansimò. Picchiò la sua ascia contro la campana che aveva appena appoggiato e Diecin si rannicchiò alla vista delle scintille sprigionate dal colpo estemporaneo.

"Calmati, Chan. Ce l'ho qui il tuo piccolo monile... "

"Dammelo adesso!"

Al suono dell'urlo di Chan, la terra cominciò a tremare in modo nauseante. Il movimento aveva origine da sotto la terza campana. Pensando che si trattasse di un altro dei giochetti di Diecin, Chan ringhiò.

"Pezzente di un ladro. Nessuno può permettersi di derubare Chan il Pesante!"

Pei-Ling gridò, indicando la campana, e riuscì a catturare l'attenzione di Chan, che si voltò con le sopracciglia alzate.

La campana stava vibrando. Sobbalzava da una parte all'altra. Ci fu il suono di un impatto, di metallo piegato, e poi come un borbottio, un ringhio ribollente...

... seguito da una frantumazione terribile. La terza campana, l'ultima, si divise a metà, e qualunque fosse l'antica magia che la teneva unita da secoli, ora era straziata da spirali di energia luminosa, che come un artiglio d'ombra nera attraversavano il bronzo spesso. Le due metà della campana caddero sul pavimento con un clangore sincopato, rivelando una nuvola turbinante di fumo e di fiamme.

No, è una creatura vivente. È un mostro.

Sembrava uscita da un incubo, un'ombra fatta di carne. Diecin la guardò meglio e tremò. Quell'orrore era accovacciato sul cadavere di una tigre. Diecin capì allora che qualcosa era andato storto.

Il nostro nemico doveva essere la tigre. La morte che si nasconde, un cacciatore in agguato. Non questo essere.

Ricordò che il Maestro Nurong aveva parlato di un nemico di cui Diecin non aveva mai sentito parlare prima: lo Sha. Che cosa aveva detto lo Shandaren?

"Averlo sempre vicino... finisce con l'indurire anche gli aspetti più dolci della vita. Anche quegli aspetti per difendere i quali stai combattendo."

Diecin strisciò verso Chan il Pesante e Pei-Ling, cercando di spingerli lontani dallo Sha. Entrambi erano immobilizzati dal terrore e Diecin poteva vedere la creatura crescere nutrendosi della loro paura. Ora pulsava, muovendosi in sincronia con il respiro pieno di panico degli iniziati. Già così lo Sha era più grosso di loro tre messi insieme, e a ogni secondo gli spuntavano nuovi artigli e nuovi tentacoli. Finché si nutriva della loro paura, il mostro non sembrava aver fretta di attaccare. Diecin sapeva che non sarebbe potuto durare a lungo.

"Guardatemi! Entrambi!"

I due iniziati lo guardarono, gli occhi pieni di terrore. Erano stati addestrati al combattimento, sì, ma non avevano mai dovuto affrontare un nemico intriso di tanta oscurità. Una cosa era imparare a combattere, un'altra imparare che cosa fosse la paura.

Diecin conosceva la paura. Estrasse il suo pugnale e lo alzò di fronte a loro.

"Ascoltate! Noi non siamo bambini spaventati. Noi siamo Shandaren. Abbiamo attraversato un lago ghiacciato, abbiamo riportato le monete incandescenti e abbiamo ucciso la morte che ruba. Questa è la nostra sfida, l'opportunità per dimostrare il nostro valore ed entrare nell'ordine di coloro che combattono l'oscurità. Noi possiamo farlo."

Gli altri due annuirono, prendendo coraggio dalle parole di Diecin. Lui mise una mano nella giubba e ne estrasse il braccialetto d'oro.

"Tieni, e scusa se te l'ho rubato, Chan. Sono stato io a destare la rabbia che nutre questo essere."

Chan il Pesante guardò sopra la spalla di Diecin e una strana espressione gli comparve sul volto.

"Il mostro. Si è fatto più piccolo, ora che ti sei scusato."

Per tutta risposta, un ringhio eruttò dallo Sha, che cominciò a strisciare sul pavimento dell'arena verso di loro. Diecin fece una smorfia.

Ops, forse non è stata una grande idea.

Il piccolo ladro aiutò gli altri iniziati a rimettersi in piedi per spostarsi lontano dallo Sha. Poi sussurrò un ordine veloce a Pei-Ling, la quale gli fece un altro saluto militare prima di correre dall'altro lato del mostro. La creatura grugnì quando vide che le sue prede si dividevano, ma decise di restare concentrato sui due Pandaren che aveva di fronte.

Mentre scappavano, Diecin si tolse il mantello asciutto e lo offrì a Chan il Pesante, che era ancora bagnato per la nuotata.

"Suppongo ti serva anche questo. Legalo sulla gamba per fermare l'emorragia."

Chan il Pesante ci pensò su un attimo, poi allungo la sua grossa zampa verso il ladro. La presa del Pandaren era debole e scivolosa.

"Io... sono terrorizzato oltre ogni dire, piccoletto. Questa cosa è un incubo. Ma sono anche assolutamente certo che troverai un modo per superarla, come quando hai superato il lago saltando come un dannato ciottolo. Tieni il braccialetto: anche mia madre direbbe che te lo sei meritato."

Diecin rimise il braccialetto nella giubba e strinse la zampa di Chan più forte che poté.

"Tieni sotto controllo la tua paura. Muoviti intorno al mostro mentre io mi avvicino. Non attaccarlo."

Diecin lasciò la zampa dell'iniziato e si voltò ad affrontare lo Sha.

"Ah, e il mio nome è Diecin."

Con un mezzo sorriso, Chan il Pesante si legò il mantello alla gamba e se ne andò. Il mostro ringhiò e cominciò a seguire il Pandaren più grosso, allora Diecin gli corse incontro, pugnale in mano. Lo Sha si voltò per affrontarlo, con gli artigli e i tentacoli sollevati. Il piccolo ladro guardava quell'orrore con calma, o almeno con qualcosa che lui sperava sembrasse calma.

"Questo non è il tuo posto, mostro."

Lo Sha si avvicinò, i tentacoli d'ombra pronti ad attaccare.

"Questo monastero è un luogo di meditazione e studio. La tua intrusione qui va contro..."

Con uno scatto, lo Sha colpì Diecin: due tentacoli grandi come rami di un albero si sollevarono nell'aria come enormi fruste. Nemmeno Diecin poteva schivarle. Il colpo lo mandò schiena a terra sul pavimento del dojo.

Be', questo mi ha fatto male.

Diecin si rimise dolorosamente in piedi. Si era rotto una costola e un rigolo di sangue gli usciva dalla bocca. Era riuscito a tenere salda la presa sul pugnale e ora lo teneva inutilmente alzato e pronto, mentre lo Sha strisciava verso di lui.

"Sono rimasto orfano a sette anni. Ho dormito nelle fogne e ho combattuto contro orde di Leproratti solo per avere cibo sufficiente a sopravvivere. Ho trovato riparo dalla pioggia nei vicoli con delinquenti e assassini."

Lo Sha ringhiò e colpì di nuovo. Un'altra volta Diecin finì a terra, mentre il pugnale cadeva tintinnando sul pavimento di pietra. Un'altra costola rotta. Riusciva a stare in piedi? Doveva riuscirci. Con un grugnito di dolore, incespicò e si alzò. Ormai il sangue scorreva copioso sul suo viso.

"Pensi che nessuno mi abbia mai picchiato, mostro? Solo nell'ultima stagione sono stato frustato da un macellaio per aver rubato nella sua spazzatura e da un fabbro per essermi scaldato le zampe sulla sua forgia."

Un grosso tentacolo sferzò l'aria, lo avvolse e lo strinse in una presa soffocante. Lo Sha avvicinò Diecin alle sue fauci. Avendo perso il suo pugnale, Diecin rovistò nella giubba con l'unico braccio libero che aveva. Sentì il braccialetto di Chan, freddo e solido.

"Ho vissuto all'ombra della fame, del dolore e della morte per tutta la mia vita," ruggì il ladro. "Non mi fai paura."

Fece scattare la zampa in direzione dello Sha e il braccialetto d'oro di Chan volò attraverso l'aria. Lacerò uno degli occhi della creatura con un rumore di scoppio. Lo Sha strillò e lasciò cadere la sua preda, agitandosi e indietreggiando in preda all'agonia. Diecin cadde sulle ginocchia, tossendo sangue. Ora lo Sha era poco più grande di lui.

"Ora, Pei-Ling!" gridò, nella speranza che la sua voce riuscisse a sovrastare i lamenti del mostro. La ragazza di Krasarang sbucò dalle ombre con la lancia in resta e la infilò completamente nello Sha. Nello slancio, spinse quell'essere incontenibile oltre Diecin, verso Chan il Pesante, che stava aspettando accanto alla prima campana.

"La campana, Chan!" urlò Diecin, tentando di rimettersi in piedi. Pregò che il grosso giovane Pandaren avesse ancora l'energia per un ultimo sforzo.

Chan il Pesante annuì, intuendo il piano di Diecin. Si abbassò piegando le ginocchia, le braccia intorno alla campana. Con un ruggito possente, la sollevò in aria.

Pei-Ling spinse lo Sha sconfitto verso Chan a tutta velocità. Il mostro era pazzo di dolore e agitava ciecamente i tentacoli e gli artigli con movimenti incontrollati. Colpì anche la ragazza, facendole sanguinare le spalle e le braccia.

Con un grido, la ragazza scagliò la lancia e lo Sha direttamente dentro la campana. Chan il Pesante barcollò quando l'impatto lo colpì e grugnì, riuscendo poi ad abbassare la campana. Il pavimento, per il peso, si crepò.

La campana si agitava perché i tentacoli dello Sha tentavano di alzarne il bordo. Chan il Pesante prese l'ascia dalla cintura e cominciò a tagliarli di netto. Pei-Ling si unì a lui, usando i piedi per tenere fermi i tentacoli mentre l'ascia li colpiva e rimbalzava sul pavimento.

Diecin incespicò verso di loro, tenendosi un fianco.

"Questa dovrebbe bastare a contenere questo mostro, finché noi riusciamo a trattenere le nostre emozioni negative."

Pei-Ling rise con la solita risata rauca.

"Penso," disse, "che non sarà un problema."

Diecin e Chan il Pesante guardarono verso il basso. La campana si era zittita. Un liquido scuro ribolliva e fumava nelle crepe del pavimento. Diecin si tolse il sangue dalla fronte per evitare che gli colasse negli occhi.

"Andiamo a cercare di far suonare i pezzi della terza campana. Credo che abbiamo superato la Sfida della Forza."

La Maestra Soffio Saggio e il Maestro Neve Lesta erano in piedi, in silenzio, con lo sguardo calmo rivolto verso il lago ghiacciato, a discutere. Doveva essere così che gli Shandaren discutevano, suppose Diecin, e dopo la sua lotta con lo Sha non faticava a comprenderlo. Il piccolo ladro si sporgeva e si allungava per sentire che cosa stessero dicendo, ma le loro parole si disperdevano nel vento freddo. Quando si muoveva, sentiva dolore alle costole, che non erano ancora completamente guarite. Alla fine indietreggiò e si sedette.

C'era stata un po' di preoccupazione, alla scoperta che lo Sha si trovava all'interno del monastero, e gli iniziati erano stati interrogati ripetutamente su quanto fosse successo. Degli agenti Shandaren erano stati mandati a scoprire che cosa fosse andato storto. Mentre aspettava nell'infermeria, Diecin aveva saputo che la tigre in attesa sotto la terza campana era stata inviata come omaggio dal villaggio di Bosco Ardente ma, a quanto pareva, nessuno degli abitanti di quel villaggio ne sapeva nulla. Diecin aveva sentito gli accoliti mormorare di un intrigo dei Mantid, addirittura di una cospirazione dei Mogu. Nei fatti, qualcuno aveva cercato di rovinare la Prova dei Fiori Rossi e corrompere la sacra tradizione degli Shandaren. Diecin suppose che le cose sarebbero potute andare molto peggio. Se lo Sha fosse riuscito a uccidere gli iniziati, avrebbe potuto nascondersi con facilità nel monastero e corrompere gli Shandaren dov'erano più vulnerabili. Nessuno avrebbe sospettato nulla: di iniziati ne muoiono a ogni Prova.

In altre parole, Diecin, Pei-Ling e Chan il Pesante erano degli eroi.

Diecin guardò Pei-Ling, che era in ginocchio lì accanto. Era vestita con l'uniforme degli accoliti, con una fascia bianca che sottolineava la pelliccia color della neve intorno alle sue orecchie. La ragazza di Krasarang sorrise e accennò alla grossa figura inginocchiata vicino a lei. Anche Chan il Pesante indossava l'uniforme da accolito, ma intorno al collo, invece di un fazzoletto, aveva un mantello sporco e cencioso. Il piccolo ladro spalancò gli occhi: Chan il Pesante aveva giurato di tenere il mantello di Diecin come pegno d'onore finché fossero stati degli Shandaren.

Se davvero siamo degli Shandaren.

E questo era il motivo per cui erano stati chiamati tutti e tre. C'era un dibattito in corso sul fatto che si fossero o meno guadagnati il posto nell'ordine. Al termine degli interrogatori, Diecin, Chan il Pesante e Pei-Ling avevano ricevuto la visita del Maestro Neve Lesta mentre si riposavano nell'infermeria. Era stato lui a dire che erano riusciti a sopravvivere a una sfida cui lui non avrebbe sottoposto nemmeno i più anziani dei suoi studenti. Era orgoglioso della forza di quegli iniziati, e non ci sarebbe stato bisogno di altre sfide per provare che erano all'altezza dell'ordine. Quando tutti e tre fossero stati in forze, avrebbero potuto cominciare il loro addestramento nel dojo. Degli accoliti con la fascia bianca erano apparsi dietro il Maestro Neve Lesta e con un inchino avevano offerto agli iniziati le loro uniformi.

Il giorno seguente, la Maestra Soffio Saggio era giunta con un altro gruppo di accoliti. Aveva ringraziato gli iniziati per il loro coraggio ma aveva rigidamente ribadito che la tradizione prevedeva tre sfide, e quindi la Prova dei Fiori Rossi non era ancora completata. L'intrusione dello Sha, per quanto deplorevole, aveva fornito un combattimento di valore e sicuramente degno di essere considerato una sfida della forza. Ma non poteva essere, ripeté la Maestra Soffio Saggio, una sfida dello spirito. Forse avrebbe dovuto far passare quegli iniziati che erano congelati nel lago solo perché questa settima stagione era capitata proprio nell'inverno più freddo che memoria ricordasse? I suoi accoliti avevano quindi tolto le uniformi agli iniziati, inchinandosi mentre uscivano. Il giorno successivo, il Maestro Neve Lesta era ritornato con le uniformi. Tutto ciò si ripeté per una settimana.

Così, ora erano tutti lì. I due maestri si voltarono e tornarono camminando nel punto in cui gli iniziati si erano inginocchiati. La Maestra Soffio Saggio alzò un sopracciglio.

"Mi scuso per la nostra incoerenza, giovani Pandaren. Sono sicura che anche il Maestro Neve Lesta voglia unirsi a queste scuse. Questo è ciò che accade quando non si segue la tradizione: il caos."

Il robusto maestro Shandaren abbassò la testa in segno di conferma, l'ombra di un sorriso sul volto per indicare alla maestra che poteva continuare.

"Abbiamo trascorso la mattina discutendo dei punti a favore della tradizione e di quelli a favore della pratica. Insieme, siamo giunti a una decisione condivisa. Abbiamo deciso... che non siamo noi a dover decidere."

A questo punto, la Maestra Soffio Saggio fece un passo indietro e al suo posto avanzò il Maestro Neve Lesta.

"Decidere se gli iniziati si debbano o meno sottoporre alla terza sfida spetta allo Shandaren responsabile della terza sfida. Sfortunatamente, è dovuto andare via subito dopo il vostro incontro con lo Sha. Questo è un suo compito: le questioni pertinenti il nostro abominevole nemico ricadono sotto il suo controllo, in quanto Maestro dei Wu Kao."

Un falco gridò nell'aria mattutina. Diecin sorrise: riconosceva quel suono.

"Vi ringrazio per la pazienza, compagni maestri."

Il Maestro Nurong comparve sulla terrazza. I suoi stivali erano pieni di neve e il suo mantello consumato dal viaggio. Diecin notò macchie rosse su una manica. In una zampa il maestro Shandaren teneva una grossa balestra, e nell'altra una sacca. La lancia che Diecin aveva conosciuto sul tetto mesi prima era legata sulla schiena. Il Maestro Nurong lanciò la sacca ai piedi del Maestro Neve Lesta e della Maestra Soffio Saggio.

La sacca si aprì e ne uscirono tre teste, che rotolarono sul pavimento. In un primo momento Diecin pensò che fossero teschi, poi notò gli occhi sporgenti da insetto e le fauci seghettate.

Mantid.

Ognuna delle teste era stata trapassata da un singolo dardo di balestra, dritto nell'occhio. La Maestra Soffio Saggio prese uno di quei macabri oggetti e lo osservò con accademica curiosità.

"Ho individuato questi assassini nel loro nascondiglio, in una caverna vicino ai margini di Bosco Ardente," disse il Maestro Nurong. La sua voce era ferma e profonda, proprio come Diecin ricordava. "Ho potuto scoprire poco, prima che morissero. Le spie dei Mantid non parlano sotto tortura. Nel dubbio, comunque, ho strappato loro gli arti."

Il Maestro Neve Lesta annuì, poi fece un cenno a un accolito che stava in piedi contro il muro più lontano. L'inserviente con la fascia bianca si affrettò a rimettere le teste nella sacca, prendendo con un inchino quella che la Maestra Soffio Saggio gli porgeva.

"Bene, ora sappiamo da dove è arrivato l'attacco, o almeno abbiamo forti indizi sulle sue origini," disse la Maestra Soffio Saggio. "Purtroppo, questo non cambia le nostre tattiche lungo la muraglia. Possiamo anche fortificarla, ma siamo comunque in inferiorità numerica."

Il Maestro Nurong sorrise e per la prima volta abbassò lo sguardo sugli iniziati.

"Almeno abbiamo qui tre nuovi membri del nostro ordine. O li avremo presto, se passeranno l'ultima sfida."

Il Maestro Neve Lesta si schiarì la voce, accigliato. "Pensavo che tu più di chiunque altro saresti rimasto impressionato dal coraggio che questi giovani iniziati hanno mostrato uccidendo un infiltrato Sha. C'è forse un altro modo per dimostrare il vero spirito Shandaren?"

Il Maestro Nurong risposte con serietà, "Io sono impressionato. Da quanto ho sentito, gli iniziati hanno dimostrato coraggio, forza e una certa... furbesca intelligenza." Qui accennò a Diecin, che s'imbarazzò e abbassò la testa fra le spalle.

"Ma la tradizione vuole che le sfide siano tre. E tre devono quindi essere le sfide prima che gli iniziati siano ammessi nell'ordine degli Shandaren."

La Maestra Soffio Saggio s'inchinò con un'espressione serena sul volto (forse la cosa più simile a un sorriso che riuscisse a fare). Fece un passo indietro quando il Maestro Nurong si unì a lei di fronte ai tre giovani Pandaren. Quindi, lo Shandaren da un occhio solo incrociò le braccia.

"Iniziati, in piedi."

Diecin, Pei-Ling e Chan il Pesante si alzarono.

"Io sono il Maestro Nurong degli Shandaren Wu Kao. I Wu Kao sono esploratori, cacciatori, spie e assassini. Noi portiamo la morte dalle ombre e insegniamo ai mostri a temere la notte.

Quando avete affrontato e superato la prima sfida, siete stati marchiati per la vostra determinazione. Guardate le vostre zampe, voi portate il nostro simbolo."

I tre iniziati si guardarono le zampe e videro la cicatrice rotonda che ancora doveva finire di cicatrizzarsi. La cicatrice aveva assunto la forma che era incisa sulle monete: il volto di una tigre. Diecin notò che Chan il Pesante stava sorridendo.

Certo, lui ne ha tre.

Il Maestro Nurong continuò, "Avete affrontato e superato la seconda sfida, e siete stati marchiati per la vostra forza. Queste cicatrici sono più numerose, e vi prometto che ne appariranno innumerevoli altre se ne sarete all'altezza."

Diecin si toccò la benda intorno alla testa e annuì con convinzione.

"Avete sconfitto un nemico che solo i nostri veterani osano affrontare. Avete visto l'orrore dello Sha e avete sentito l'oscura presenza di quella creatura nei vostri cuori e nelle vostre menti. E per quanto il coraggio e la forza possano aver salvato le vostre vite, il costo di questa battaglia è più alto di quanto pensiate. C'è una ragione se non mandiamo dei guerrieri non addestrati contro un tale nemico.

Dal momento in cui la battaglia è iniziata, avete conosciuto lo Sha e ne siete stati marchiati. E una volta che lo Sha vi ha marchiato, non potete più liberarvene. Ogni incontro con lui, da questo giorno in poi, sarà più difficile e più terrificante di quello precedente. Lo Sha vi conosce. Conosce le vostre menti, i vostri punti deboli, le vostre paure."

E Diecin si rese conto di aver davvero sentito la paura. Paura come non ne aveva mai avuta prima. Quello che diceva il Maestro Nurong era vero: era stato marchiato. Diecin trattenne un brivido e alzò gli occhi verso i maestri, occhi pieni di dolore.

I loro volti erano imperscrutabili. Il Maestro Nurong chiuse il suo unico occhio.

"E ora ecco la vostra sfida finale.

Lo Sha è la somma dei poteri della paura, dell'odio e della malvagità della nostra terra. Un nemico che non mostrerà mai pietà e che mai si stancherà. Come Shandaren, il nostro assoluto dovere è distruggere lo Sha. Siamo la spada e lo scudo contro il suo regno del terrore, l'ultima e unica linea di difesa contro la malvagità che potrebbe portare con sé a Pandaria.

Se giurate fedeltà all'ordine, state volontariamente decidendo di combattere ancora contro lo Sha. E ancora. E ancora. Per il resto della vostra vita. Potremo addestrarvi a distruggerlo, potremo armarvi contro la paura, ma una cosa è sicura: lo Sha non se ne andrà mai.

La vostra sfida finale è questa: fare giuramento agli Shandaren. Sapendo tutto quello che sapete, coperti dalle cicatrici che vi coprono. Siete con noi?"

Diecin improvvisamente sentì freddo, un freddo che proveniva da dentro le ossa.

Affrontare ancora lo Sha? Noi... siamo a malapena sopravvissuti a questo. E poi, mi conosce. Non posso farlo di nuovo, non posso fissare la paura negli occhi mentre mi sfracella sul pavimento di pietra.

Un alito di vento attraversò la terrazza e Diecin rabbrividì. Il freddo rigido di questa dannata montagna gli faceva dolere le costole rotte. Si guardò la piccola cicatrice rotonda sulla zampa. Pensò a come sarebbe stato ritornare a Mezzocolle, alla sua casa nei vicoli.

La vita non era poi così male laggiù. Sono sopravvissuto, no? Me la sono cavata, come ladro.

Ladro.

Piumabianca scese in picchiata dal cielo blu sopra di loro, e Diecin capì che quel nome non gli andava più bene. Ormai era troppo piccolo per lui.

Le stagioni passano.

Diecin si alzò di fronte al Maestro Nurong e gli strinse la zampa.

"Io farò il giuramento e mi unirò agli Shandaren, Maestro Nurong."

Pei-Ling si alzò accanto a Diecin, e lo stesso fece Chan il Pesante.

"Io farò il giuramento, Maestro Nurong."

"Anch'io."

La Maestra Soffio Saggio si accigliò e fece un passo avanti, mettendo la zampa sulla spalla robusta del Maestro Nurong.

"Ma non possono fare il giuramento da Shandaren come se fosse la sfida per vedere se ne sono degni! Il giuramento può avvenire solo dopo che hanno superato la sfida. Questo è un affronto a secoli di tradiz... "

"Non sarai tu a insegnarmi i miei doveri, Yalia!"

Le parole potenti del Maestro Nurong rimbombarono per la terrazza, la sua voce aveva un tono non arrabbiato ma d'avvertimento. La Maestra Soffio Saggio indietreggiò, pallida.

"La tradizione dice che il Maestro dei Wu Kao stabilisce l'ultima prova. Io l'ho fatto. Questi iniziati hanno scelto di servire la loro gente, ben conoscendo il terrore che li aspetta per i prossimi anni. Hanno dimostrato il coraggio e la forza di cui lo spirito degli Shandaren necessita in questi giorni oscuri."

Piumabianca arrivò sulla terrazza, posandosi sulla spalla del suo maestro.

"Avete passato la sfida finale, giovani Shandaren. Presterete giuramento all'Onorevole Taran Zhu all'alba, sul Ponte dell'Iniziazione. E... no, questa volta non vi faremo cadere nel lago."

Gli altri due maestri uscirono dalla terrazza con gli accoliti dietro di loro. Diecin notò che la Maestra Soffio Saggio evitò il suo sguardo. Si chiese se il suo comportamento fosse sempre così rigido e sperò di non doversi addestrare sotto di lei. Ma avrebbe potuto pensarci più avanti.

Oggi sono uno Shandaren.

Si inchinò e seguì Pei-Ling e Chan il Pesante. Stavano andando verso il dormitorio, e Diecin era emozionato al pensiero di avere un letto tutto per sé, magari vicino ai suoi nuovi amici.

"Diecin della Pergamena Pepata, vorrei parlarti un attimo."

Diecin si voltò e vide il Maestro Nurong seduto su una panchina di pietra in fondo alla terrazza. Lo Shandaren da un occhio solo stava con la schiena appoggiata al muro, chiaramente esausto per il suo viaggio. Diecin si avvicinò e s'inchinò rispettosamente.

"Sì, maestro?"

Il Maestro Nurong guardò Diecin con un'espressione stanca e allungò la zampa.

"Tu hai qualcosa che mi appartiene. Lo rivorrei indietro."

Diecin sorrise, cercando nella sua giubba.

"Le mie scuse, maestro. Le stagioni passano... ma certi vizi son duri a morire."