Genn Mantogrigio: Signore del branco
di James Waugh

"Figliolo, non farti mai dare la mano da un altro uomo...", disse Re Archibald Mantogrigio. La sua corporatura massiccia era una sagoma indefinita nel bagliore evanescente del crepuscolo. "È sempre meglio rialzarsi da soli. È questo che contraddistingue il grande dall'umile."

Suo figlio Genn, di soli sette anni, ritirò la mano tesa. Era seduto con le gambe incrociate sulle pietre fredde delle nuove fortificazioni. I bastioni costituivano una testimonianza impressionante del potere della nazione ma, per Genn, non arrivavano a eguagliare l'uomo che aveva davanti a sé.

"Credi che abbiamo costruito tutto questo chiedendo agli altri regni di aiutarci a rialzarci?"

Le torri industriali della città di Gilneas si stagliavano sotto di loro. Era una visuale magnifica: larghi tetti di tegole sospesi su strade di ciottoli, botteghe, fabbriche e nuvole di fumo. Era una città con un occhio al futuro, dedita a sfruttare il potenziale della sua popolazione.

"Quando ero un giovane principe come te, mio padre non avrebbe neppure potuto sognare una cosa del genere! Ma io sì. Ho fatto tutto da solo e guardaci ora... Senza dover chiedere l'aiuto di Roccavento o implorare Lordaeron. Tantomeno abbiamo dovuto sopportare l'arroganza di quei semi-umani dalle lunghe orecchie di Quel’Thalas!"

Genn aveva sentito dei racconti su Gilneas, del periodo antecedente all'incoronazione di Archibald. Non possedeva un briciolo del potere che avrebbe conquistato in seguito.
"Ora alzati, ragazzo. Sollevati e non chiedermi più di aiutarti. Un giorno, tutto questo sarà tuo... e quel giorno dovrai essere pronto."

"Gilneas è vostra, padre, e lo sarà per sempre."

Archibald sorrise e il suo tono si ammorbidì: "No, figlio mio. I principi crescono e diventano re, così come i giorni cedono il passo alle notti. È così che vanno le cose. Vieni, ora. Oserei dire che l'aria s'è fatta pungente. Dobbiamo mangiare. Credo che stasera ci sia del cinghiale arrosto."

Genn si rialzò di scatto. Un succulento cinghiale allo Sboccialesto, cucinato da colui che Genn riteneva il miglior cuoco di tutta Azeroth, era il suo piatto preferito.

"Padre, credete che a cena ci saranno le mele candite?"

"Ragazzo... Se desideri le mele, le avrai. Tale è il diritto dei sovrani e della loro progenie."

Detto questo, i due iniziarono a scendere dai bastioni. Gli ultimi raggi di sole sfregiavano il cielo livido.

* * *

La nave da trasporto degli Elfi della Notte beccheggiava fra le onde sempre più impetuose. A ogni nauseante oscillazione, le antiche assi di legno, che da millenni costituivano l'imponente scafo della nave, emettevano dei crepitii.

All'interno, in una cabina ammuffita, Re Genn Mantogrigio aprì gli occhi. Il ricordo di gioventù lo tormentava per motivi che non capiva. Non era l'unico: in quei giorni, flussi di memorie si affollavano nella sua mente, inondando i suoi pensieri come se volessero inviargli un messaggio... che lui non riusciva a comprendere. La memoria è misteriosa, possiede una sua magia. Forse ancor più strana e vasta dei poteri arcani che i Maghi incappucciati di Dalaran erano molto bravi a utilizzare.

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* * *

Accennò ad alzarsi, ma il dolore lo costrinse a sdraiarsi nuovamente sul letto. Il corpo gli doleva a causa della recente battaglia per il suo regno. La battaglia che aveva perso.

Riprese fiato e chiuse gli occhi. Una serie di immagini gli venne alla mente. Un calice che rotola rumorosamente su un pavimento di pietra, stendardi gilneani appesi orgogliosamente a un muro, il suo compianto figlio Liam che sanguina dalla bocca fra le braccia di Genn...

"Lascia che ti aiuti, Sire Mantogrigio. Hai affrontato numerose avversità in questi giorni difficili."

Genn spalancò gli occhi. Davanti a lui un Elfo della Notte gli tendeva la mano viola. Talar Graffiaquercia aveva pronunciato quelle parole a bassa voce, ma Genn sapeva bene di non dover confondere la gentilezza con debolezza.

Talar era alto, indossava una corazza di cuoio decorata e una tunica di seta di un colore che Genn non aveva mai visto: blu... o forse verde. Non riusciva a capirlo. Un bellissimo piumaggio pendeva a fiocchi dal grosso bastone nell'altra mano.

Per un brevissimo istante, Genn fissò la mano che gli veniva offerta.

"Talar Graffiaquercia, questo vecchio sovrano non ha bisogno del tuo aiuto per alzarsi dal letto... né di quello di alcuno. Sono ancora in grado di riuscirci da solo!". Si rimise in piedi, sopportando l'ondata di dolore che esplose nella sua schiena.

Talar notò il sobbalzo di Genn e tentò di dissimulare la sua frustrazione, prima di ricominciare a parlare. "Stimato sire, ti porto altre cattive notizie. C'è bisogno di te sul ponte. Il pericolo non cessa!"

* * *

La fiamma della torcia tremava. Sulle pareti di granito dell'alloggio per gli ospiti reali di Lordaeron si proiettavano ombre ricurve. Genn e alcuni fra i nobili gilneani più influenti avevano affrontato un lungo viaggio per rispondere alla richiesta d'aiuto di Re Terenas ai sovrani di Azeroth. Solo da poche ore avevano appreso della conquista di Roccavento da parte dell'Orda degli Orchi e dei tempi difficili che si prospettavano. Dopo una cena di cortesia con i vari regnanti, Genn si era ritirato nei suoi alloggi per consultarsi con i suoi compatrioti. In breve tempo, la discussione si era fatta accesa.

"Sire Mantogrigio, se non entriamo in azione, quei maledetti bastardi verdi potrebbero bussare alle nostre porte. Dovremmo entrare a far parte di questa Alleanza, prima che i mostri devastino le terre degli altri regni e raggiungano le nostre!". Ser Crowley era un uomo intelligente, più giovane di Genn e leggermente meno diplomatico, ma molti lo ritenevano un nobile dal futuro radioso. Aveva espresso la propria preoccupazione agli altri seduti al tavolo con un fervore che si vedeva raramente, fatta eccezione dello stesso Mantogrigio.

"Certo, Crowley. Comprendo le tue preoccupazioni, davvero. Ma questi... Orchi, come vengono chiamati... non si sono mai visti vicino alle nostre terre. Non è stata versata nemmeno una goccia di sangue gilneano. Sono in pena per Roccavento, per il giovane Principe Varian e per quest'eroe, Lothar. Te lo assicuro. Ma dovrei legare il mio popolo a un simile destino? Vale la pena sacrificare anche una sola vita gilneana per una causa che non le appartiene?". Genn era infervorato. La minaccia degli Orchi era nuova e strana, ma non era del tutto certo che il suo industrioso popolo non sarebbe stato in grado di gestirla da solo. Dopotutto, gli Orchi erano solo dei bruti. Esseri inferiori. Mostri.

"Mio signore! Come avete detto, le altre nazioni sembrano disposte ad aiutarci. Se Cacciatroll, Perenolde e gli altri vi prenderanno parte, e noi non ci uniremo a loro, non vedo come potremmo chiamarli amici o vicini...", proseguì Crowley. Genn si rendeva conto di come mai fosse tanto amato. Pronunciava il suo discorso con gran forza. Non si trattava di giochi politici, ma di un uomo preoccupato per i suoi simili. Nonostante lo ritenesse in errore, lo rispettava. Crowley non poteva comprendere quanto fossero sciocche le sue idee e a quali conseguenze avrebbero potuto portare. Non capiva che la cosa più importante era quella di prendersi cura del proprio popolo. Era giovane e nuovo fra i nobili.

"Mio padre non ha mai creduto che il futuro della nostra gente dovesse essere condizionato dalle scelte di Lordaeron, Stromgarde e Alterac. Ser Crowley, esistono i forti... ed esistono i deboli. È così che va il mondo. Noi Gilneani siamo forti e, per prima cosa, dobbiamo proteggere la nostra comunità!". Genn li aveva convinti. Li vedeva annuire e immaginare i rapporti dalle prime linee, il pianto delle madri che avrebbero perso i loro figli... e valutare il costo in vite della richiesta di Terenas e Lothar.

Ma poi, una voce controllata era emersa dal fondo della sala.

"D'altro canto, mio signore, forse potremmo evitare di deludere i nostri alleati e assicurarci una stabilità nei commerci e nelle tariffe. Basterebbe inviare un piccolo esercito, giusto per dimostrare quale grande differenza faccia anche il minimo contributo militare gilneano. La nostra milizia è addestrata per attaccare i nemici periferici. Usiamola."

Il suo nome era Godfrey. Genn si fidava dei suoi consigli, ma aveva sempre sospettato della sua ambizione. Non era motivato dall'empatia, come Crowley. Era il comandante della milizia e aveva ottenuto una certa notorietà grazie a ingegnose manovre politiche. In ogni caso, aveva ragione: i commerci e le tariffe costituivano una grossa fetta di introito del regno e non sarebbe stato prudente metterli in pericolo.

"Non sarebbe una condotta sbagliata, mio signore!", aveva aggiunto il Barone Cinereus, uno degli amici più fidati di Genn. I due erano cresciuti insieme. Suo padre, Ser Cinereus I, aveva aiutato Archibald a creare la nazione. Questi aveva sempre detto a Genn di aver fiducia nella fedeltà alla corona del casato Cinereus.

"Prenderò in considerazione questa linea d'azione, Godfrey."

* * *

Genn e Talar salirono di corsa la scala a chiocciola che conduceva al ponte. Il senso di urgenza era quasi palpabile. Ciononostante, Genn si stupì delle rifiniture di quei vascelli elfici. Ogni dettaglio era funzionale e realizzato con enorme cura. Le dimensioni della nave, e i suoi livelli multipli, erano ampiamente superiori persino all'ingegnosità del suo popolo.

"Sire Mantogrigio, i Gilneani sono molto ostinati!". Negli ultimi giorni, la frustrazione di Talar era cresciuta.

"Una qualità che abbiamo sempre ammirato in noi stessi, mio caro Druido."

"Sì, l'ho notato."

"Talar, sei stato molto cortese, ma preferirei che dicessi come la pensi veramente. Dal nostro primo incontro, mi sei sembrato sospettoso. Ti prego, fammi l'onore di condividere con me le tue preoccupazioni."

"Mi dispiace di aver dato quest'impressione. Io... Azeroth è in grave pericolo, Vostra Maestà. Temo che non sopravvivremo, se non restiamo davvero uniti. Avete deciso di separare il vostro regno dal resto del continente e, in tutti questi anni, avete rifiutato qualsiasi richiesta d'aiuto. Io sono un Druido e credo nell'interconnessione fra tutte le cose. La natura stessa è un ecosistema. Le vostre scelte... non le comprendo."

* * *

"Talar, devo molto a te e al tuo popolo. Forse è vero che le nostre differenze sono molte, ma non dobbiamo permettere che ci dividano."

Talar chinò leggermente la testa. "Non lo faranno. L'Arcidruido Grantempesta crede che voi e la vostra gente sarete una parte importante dell'Alleanza. Non dubito della sua saggezza."

"Una parte dell'Alleanza?". Genn fu colto di sorpresa. "È vero, dobbiamo molto al tuo popolo, ma... non posso garantire alcunché a te o al tuo capo. Non posso assicurarvi in alcun modo che entreremo a far parte della vostra nobile Alleanza."

"Mi dispiace sentirvelo dire. Comunque, tali questioni riguardano la politica. Oggi, il nostro fine è sopravvivere."

La luce diurna all'esterno era scarsa. Leggeri bagliori si intravedevano fra le nubi, subito inghiottiti dalle tenebre all'orizzonte. L'aria fresca riempì le narici di Genn, mentre i gabbiani gracchiavano orribilmente in lontananza.

Decine di umanoidi violacei si misero all'opera, facendo tutto il possibile per preparare la nave a quella che sembrava un'enorme tempesta. Fra di loro, Genn poteva vedere anche la sua gente, i pelle rosa e, ovviamente, i Worgen: uomini e donne lupeschi, riluttanti a soddisfare le richieste dei loro salvatori.

"Come potete vedere, Maestà, vogliono prendere parte ai preparativi, ma ignorano gli ordini. Non mi hanno ascoltato, quando ho ordinato a tutti coloro che non fossero marinai di scendere sottocoperta."

Vicino alla prua, Genn vedeva due Sentinelle, bellissime guerriere, che tentavano di impedire a un Worgen di lavorare sulle velature. Non stava andando bene. L'uomo lupo, infuriato per essere stato scacciato, stava spingendo all'indietro un terzo marinaio elfico.

"Dovete comprendere che la nostra missione originale non era di scortare a Darnassus ciò che rimaneva di una popolazione, ma di dare una mano con i Worgen. Ci stiamo già occupando di troppe cose. Guardate: quella non è una semplice tempesta. Forse stiamo per affrontare l'ostacolo più grande...", continuò Talar.

"D'accordo, Talar."

Intorno al loro vascello, c'erano altre navi degli Elfi della Notte. Genn sapeva che, a bordo di una di esse, la Luce di Elune, c'erano sua moglie Mia e sua figlia Tess. La sua famiglia. In quel momento, gli parve strano pensare alla famiglia e non includere anche suo figlio. Era un pensiero peggiore di qualsiasi dolore fisico avesse mai provato in tutta la sua vita. Peggio di perdere un regno.

Puntando il cielo livido, una vedetta a coffa gridò: "Gli esploratori sono di ritorno!".

Tre macchie nere deviarono dall'oscurità tempestosa davanti. Lentamente, le loro sagome si fecero sempre più definite. Non erano più macchie, ma Corvi della Tempesta giganti che volavano a rotta di collo verso Talar. I loro versi acuti erano una cacofonia che esprimeva urgenza e, almeno così parve a Genn, paura.

Poi, i grandi corvi mutarono forma. Genn non si era ancora abituato a vederli trasformare. Aveva sentito dire che l'arte dei Druidi veniva praticata in alcune comunità agrarie di Gilneas, ma solo da poco aveva potuto assistervi di persona. Gli uccelli si contorsero e sussultarono, tornando alla loro anatomia naturale: quella di tre Druidi Kaldorei... due uomini e una donna.

I loro volti mostravano il panico.

"Dobbiamo ordinare alle nostre navi di entrare immediatamente in azione!", disse la Druida.

"Quella tempesta è... è... non ne abbiamo mai vista una così, prima d'ora. Le onde sono alte il triplo dei Giganti! L'acqua ribolle dei relitti di altre navi!", aggiunse uno degli uomini. Tentava con tutta la forza di mantenere un certo contegno, ma il suo terrore era evidente.

"È come temevo...", disse Talar. "Presto, correte ad avvisare i Capitani! Nessuna nave sopravvivrà, se rimarrà da sola. Dobbiamo metterci immediatamente in formazione!"

Senza esitare, i Druidi tornarono alla forma di corvo e spiccarono il volo in direzione degli altri vascelli. Genn osservava il mare intorbidirsi e le nuvole nere, cariche di pioggia, soffocare il cielo poco distante. Non era un marinaio, ma la situazione sembrava grave persino a uno con conoscenze nautiche limitate come le sue.

"Il maledetto Drago Nero ci tormenta ancora!", disse Talar. Da quando erano fuggiti per miracolo da Gilneas, Genn non l'aveva mai sentito così emotivo. "Il Cataclisma... Il pianeta trema ancora e le tempeste hanno devastato i mari..."

"Alamorte il Distruttore è un mostro... su questo non vi è dubbio. Ma credere che quella bestia abbia causato un Cataclisma simile... e che ancora ne subiamo le conseguenze per causa sua... Io non..."

"Credeteci, Genn Mantogrigio. Come ho già detto, stiamo vivendo il nostro periodo più oscuro. Anche se sopravvivremo, i problemi di Gilneas sono appena iniziati. Ora portate la vostra gente sotto coperta e ordinate al vostro equipaggio sulle altre navi di fare lo stesso. I miei uomini hanno bisogno di concentrarsi, senza distrazioni!". Talar aveva già iniziato a gesticolare in direzione dei marinai sul ponte superiore.

"Talar, potremmo aiutarvi. Il mio popolo è in grado di... Vogliono contribuire a salvarsi la pelle."

"Non c'è tempo per le discussioni! Preferirei che la loro pelle, come la chiamate voi, non diventasse cibo per i Naga sul fondo del Grande Mare! In questa situazione, e sulle nostre navi, Gilneas dovrà collaborare."

Iniziarono a infuriare la pioggia. L'equipaggio era impedito nei movimenti da pesanti ondate d'acqua. Il mare si gonfiò. Genn capì che quello non era il tempo né il luogo per discutere. In quella situazione, il suo popolo avrebbe dovuto affidare la propria sorte ai Kaldorei.

I venti ululavano. Un'onda enorme, spuntata all'improvviso, si infranse contro lo scafo. Il possente vascello si inclinò, scagliando Umani, Elfi della Notte e Worgen da un lato all'altro del ponte. Genn scivolò, poi afferrò saldamente uno degli alberi, sforzandosi il più possibile di restare in piedi. La tempesta... ma sarebbe stato meglio chiamarla tsunami... si era abbattuta prima di quanto gli esploratori avessero previsto.

Divenne difficile vedere ciò che stava succedendo, in mezzo alle raffiche di pioggia. Udiva le urla della sua gente. La sentiva litigare con gli Elfi della Notte.

Spingendosi in avanti, Genn iniziò a sbraitare i suoi ordini.

* * *

"Non ho ben capito... che cosa vorreste fare?". Godfrey lo aveva fissato attraverso gli spessi occhiali. Le implicazioni di ciò che aveva udito erano molto pesanti. Si trovavano giustamente nella Sala della Guerra.

"Mi hai sentito, Godfrey."

"Volete circondare l'intera nazione con un muro? Chiudere i confini e interrompere i commerci con il resto dell'Alleanza? Io... è una decisione molto importante, non credete?"

"Ho dato retta a te e Crowley... e guarda cosa abbiamo ottenuto! Gilneani morti, fatti a pezzi dalle canaglie verdi. E ora l'Alleanza... quella stessa Alleanza su cui eravate così convinti! Quella che avrebbe dovuto costituire una manna per il nostro popolo... e invece pretende ogni giorno di più. Prendono e basta! Cosa otteniamo in cambio? Dov'è la reciprocità di cui eravate così sicuri? Ora vogliono il nostro oro per quella loro fortezza... Guardiafatua. Cosa c'entra un avamposto del genere con Gilneas... e con il mio popolo?". Genn non era dell'umore giusto per essere provocato.

Godfrey aveva osservato la mappa della nazione, stesa sull'antico tavolo di quercia, aveva sollevato il calice di vino e deciso che fosse meglio non insistere. Genn era un Re risoluto, proprio come suo padre.

Godfrey aveva bevuto un sorso di vino rosso di Kul Tiras. Pasteggiando, aveva realizzato che forse stava assaporando le ultime gocce provenienti da quell'isola. Finalmente, aveva ripreso a parlare.

"Non sto dicendo che sia una cattiva idea. Ciononostante, ritengo che..."

"Abbiamo preso l'Alleanza per mano! Abbiamo fornito il nostro supporto... e cosa abbiamo ottenuto? La nostra nazione è più povera e l'Alleanza beneficia dei nostri contributi! Ci sono gli Orchi, bestie selvagge e sanguinarie. Li hai visti, sai di cosa sono capaci. Come se non bastasse, Terenas vuole altro oro! La prossima volta cosa ci chiederà? Il sangue? È arrivato il momento di dire... NO!". Le parole di Genn possedevano la chiarezza di un uomo che stesse avendo una visione.

"Cercate di capire: il muro dovrà tagliare in due la terra di un nobile. I nostri confini naturali non si prestano a un'opera del genere, sono tutti troppo frastagliati."

"Capisco benissimo! Rimborseremo il nobile, insieme ai contadini e ai cittadini che dimorano nei suoi possedimenti."

Godfrey aveva bevuto un altro sorso di vino. La sua mente correva, calcolando le possibilità e studiando la mappa. Si era appoggiato allo schienale della sedia.

"Secondo questa mappa, state considerando la possibilità di passare per il regno di Ser Marley... Ma guardate il terreno, mio sire. C'è una regione montana proprio qui. Pensate a che roccaforte straordinaria! Sarebbe circondata dai monti, che costituirebbero una barriera naturale impenetrabile."

"Non hai torto."

"Ovviamente, per riuscirvi, dovremo attraversare alcune terre di Ser Crowley. Tagliar fuori Rovonero e Mulino d'Ambra."

"Ci avevo già pensato anch'io. È la cosa giusta da fare. Però... Crowley è potente e molto influente. Perlomeno quanto te, Godfrey. Potrebbe non prenderla bene."

"Sì, questo è vero. Ciononostante, dovrà per forza rendersi conto che è la decisione giusta per il bene di Gilneas. Chiunque capirebbe che si tratta di una barriera impenetrabile!". Godfrey aveva insistito, deglutendo il vino e attendendo la reazione di Genn.

"Certo, Godfrey. Ovviamente, il tuo regno acquisirebbe il maggior valore strategico, visto che diventerebbe il nostro paracolpi verso l'esterno. Sarebbe quello più vicino al muro."

"Mio signore, io stavo considerando solo la posizione rispetto a Gilneas. Spero non vogliate insinuare che..."

"Fermati, Godfrey. Hai ragione e lo capisco, amico mio... qualsiasi siano i tuoi motivi."

"Sire, io..."

"Facendo passare il muro per queste montagne, usando le terre della Porta Nord come tampone, aumenterebbe la nostra sicurezza. La tua logica è inattaccabile. Ser Crowley... Darius dovrà capire."

Godfrey aveva svuotato il bicchiere e se n'era immediatamente versato un altro. Negli anni a venire, avrebbe avuto bisogno di vino e liquori... e lo sapeva. Ma in quel momento, come dicevano nelle zone tropicali vicine alla Baia del Bottino, aveva trasformato limoni in limonate... riusciva a malapena a evitare di sorridere.

* * *

Godfrey si era alzato in piedi. "Allora dobbiamo indire immediatamente il concilio dei nobili. Mio signore, è questo il modo giusto. Anche se potrebbe essere rischioso."

"Lo so bene...". Genn era sembrato ipnotizzato dalla luce tremolante della candela. L'aveva fissata a lungo, come se al suo interno potesse avere delle visioni sul futuro. "Però immagina... immagina soltanto quanto potrebbe essere luminoso il nostro futuro, senza alcuna interferenza. Prova solo a immaginarlo."

* * *

Le navi combatterono contro le onde impetuose, avvicinandosi le une alle altre in una formazione organizzata. I marinai Elfi della Notte si accalcavano a dritta e a babordo, lanciando corde alle ciurme dei vascelli adiacenti.

Il piano era chiaro: se le navi fossero riuscite a creare una grande flotta, legandosi strettamente, le possibilità di attraversare la brutale tempesta sarebbero state maggiori che non affrontandola singolarmente.

"Signore, il gruppo in retrovia ha subito gravi danni agli alberi!", gridò uno dei marinai. Talar corse in fondo al ponte per guardare.

"Talar.... Dov'è la Luce di Elune? Non è nel gruppo in retrovia?", chiese Genn, correndo zuppo verso la plancia della nave.

Talar esitò. "Esatto. Manca ancora all'appello!". Talar puntò il lungo indice color lavanda alla sua destra. Genn aguzzò la vista. Attraverso la massa grigia d'acqua scrosciante, riuscì a intravedere le sagome indistinte di due vascelli. Uno era malmesso e veniva trainato dall'altro.

"Elfo della Notte! Il tuo cannocchiale, ora!". Senza aspettare, Genn lo strappò di mano al marinaio.

Attraverso le lenti, Genn vide le sagome curvarsi verso di lui. Le sue paure trovarono conferma. La Luce di Elune stava guidando una nave danneggiata: l'albero era spezzato e le vele, ridotte a stracci, erano spiegate lungo tutta la prua.

La vedetta a coffa gridò: "A tutto l'equipaggio: tenetevi forte, presto!"

Ma era ormai troppo tardi. Il mondo venne strappato via da sotto i piedi di Genn. Insieme a coloro che gli stavano intorno, venne lanciato nello spazio vuoto. Il cannocchiale gli volò via di mano, rotolando rumorosamente per il ponte che si stava impennando.

Dopodiché, non vi fu altro che il gelido abbraccio salato dell'oceano... e il soffocato, pulsante dolore della testa che sbatte contro il legno e del corpo che scivola all'indietro verso la voragine.

Il dolore riportò alla mente le immagini. Un calice che rotola rumorosamente su un pavimento di pietra. Il viso di Liam.

BOOM! La nave ricadde in acqua con una forza tale che le orecchie di Genn fischiarono.

Sentì uno schianto. Quando guardò in alto, vide che l'albero di mezzana si era spezzato a metà ed era crollato sul ponte. Sentì le urla convulse dei marinai, che si affrettavano a fare il possibile per tappare le falle della nave prima che venisse sommersa.

"Signore, l'onda sarà stata alta 25 metri. Non possiamo continuare così!", gridò il marinaio, sollevandosi a fatica. Anche Genn si rimise in piedi, tentando di restare in equilibrio. Le orecchie gli fischiavano ancora. L'onda si dirigeva verso le navi all'orizzonte... verso la Luce di Elune e il relitto che trainava.

"Mia! Tess!"

Prima che si potesse fare qualsiasi cosa, l'enorme massa d'acqua si abbatté sui pesanti vascelli. Per Genn, fu come se il tempo si fosse fermato.

Le due navi da trasporto si scontrarono. Assi di legno volarono via come schegge da un tronco. Sembrava che il mare si fosse ritirato per ingoiare tutti i detriti, aspirando la nave e mandando alla deriva la danneggiata Luce di Elune.

"Per la Luce!", sussurrò Genn. Le sue parole erano più una sommessa e disperata preghiera che un'esclamazione.

In un attimo, l'altra nave scomparve. La Luce di Elune rimase da sola, mentre l'oceano iniziava lentamente a trascinarla verso il fondo.

"Ai remi! Calate le scialuppe! Dobbiamo tentare un salvataggio!!!". Talar gridava, frenetico... ma al tempo stesso concentrato.

"Talar, la tempesta infuria ancora! Arriva un'ondata dopo l'altra!", gridò un marinaio. Le sue parole non riuscirono a sovrastare il ronzio nelle orecchie di Genn.

* * *

"Mio signore, arriva un'ondata dopo l'altra! Non finiscono mai! Non c'è molto che possiamo fare!". Il Capitano della Guardia non era riuscito a nascondere il terrore. La bocca era spalancata e gli occhi erano puntati verso il basso. Genn, il figlio adolescente Liam, il Capitano e il famigerato Arcimago Reale conosciuto con il nome di Arugal erano sui bastioni che sovrastavano il Muro Mantogrigio.

Sotto di loro, si trascinava un mare di Non Morti, innumerevoli creature aracnidi alla carica ed enormi mostruosità, i cui corpi sembravano essere stati creati cucendo insieme la pelle di cadaveri putrefatti. Non era chiaro quale fosse l'origine di questa malvagia negromanzia, ma di certo non si trattava di Lordaeron. Lordaeron, che solo poche settimane prima aveva implorato l'aiuto di Gilneas, invano.

"Per la Luce, guardateli. Sono... Non finiscono mai!". Genn quasi non credeva ai suoi occhi. La luce della luna aveva illuminato i brandelli di corazza delle figure scheletriche. I loro lamenti risuonavano senza sosta. I Non Morti si stavano spostando tutti insieme con un unico, evidente scopo: fare breccia nel muro.

I soldati gilneani al di là del muro avevano mantenuto la posizione, lanciando inutilmente delle frecce incendiarie fra la folla. L'oscurità era solcata da strisce di fuoco alla ricerca di bersagli. Ciononostante, appena un Non Morto veniva incendiato, un altro prendeva il suo posto.

"Sire, non se ne vede la fine. Ormai sono giorni che va avanti così. Non... non credo che potremo resistere ancora a lungo. Nemmeno il nostro muro può resistere a un attacco infinito!". Il Capitano era confuso: negli ultimi giorni, aveva visto innumerevoli orrori. Cose che nessun uomo avrebbe mai dovuto vedere... e che nessun uomo avrebbe mai potuto dimenticare.

"Calmati! Sei un Gilneano, che fine ha fatto il tuo orgoglio? Certo che il muro reggerà e, ovviamente, supereremo anche questa battaglia!". Genn era stato inflessibile. Aveva dovuto mostrare fermezza nel comando, a qualsiasi costo. Doveva essere il capobranco, il cuore pulsante di Gilneas.

Osservava la battaglia, ascoltando le urla provenienti dal basso e vedendo i suoi uomini perdere terreno e tornare faticosamente al muro. Si era chiesto cosa avrebbe fatto suo padre in una circostanza simile. Doveva esserci una soluzione!

"Padre, avresti... avresti dovuto darmi retta."

Genn si era voltato a quelle parole. Non poteva credere a ciò che aveva appena sentito. Liam, suo figlio, stava mettendo in discussione il suo giudizio proprio davanti a tutti coloro in cui egli tentava disperatamente di infondere fiducia.

"Non è questo il momento, ragazzo! Non ora!", aveva esclamato Genn, con gli occhi iniettati di rabbia.

Aveva guardato l'Arcimago, rimasto silenziosamente al suo fianco. Arugal era sempre stato un mistero. Persino in quel momento, non aveva mostrato alcuna emozione, nessuna paura. Anzi, aveva lo sguardo calcolatore di chi analizza i morti viventi con una certa curiosità. Così si comportavano coloro che avevano dedicato l'esistenza alle arti arcane. Genn non ne aveva mai incontrato uno empatico.

"Maestro Mago..."

"Sì, mio signore?". Le parole di Arugal erano state un freddo sussurro, mentre i suoi occhi divoravano la visuale sottostante.

"Fa' ciò di cui abbiamo parlato. Ora!"

Arugal aveva chinato leggermente la testa con uno strano sorriso, come quello di un bambino che avesse appena ricevuto un nuovo giocattolo. "Sarà fatto, mio signore."

Detto questo, si era allontanato lasciando Genn, Liam e il Capitano ad ascoltare gli orribili suoni provenienti dal basso: il clangore dell'acciaio contro le corazze, i gemiti strascicati dei Non Morti e le urla dei soldati gilneani morenti. Per un brevissimo istante, Genn aveva pensato a ciò che aveva appena fatto. Conosceva già i Worgen, gli uomini-lupo che Arugal avrebbe evocato. Erano bestie pericolose e aumentare il loro numero avrebbe potuto costituire un problema. Ciononostante, in quei tempi disperati, forse solo dei mostri sarebbero riusciti a sconfiggere altri mostri.

* * *

La flotta sosteneva l'impatto con la tempesta. Onde gigantesche si abbattevano sulle navi ma, grazie alla combinazione di legno resistente e chiodi di ferro, l'intera formazione reggeva. Qualsiasi danno subito da una nave veniva immediatamente riparato dagli equipaggi delle altre.

Ma la flotta non aiutava la Luce di Elune. Non aiutava Mia e Tess. La nave, o ciò che ne restava, stava affondando lentamente.

Quattro scialuppe furono gettate in acqua. L'oceano era bianco e schiumoso per il ribollire delle onde e la pioggia battente, stagliandosi nettamente contro il cielo color onice. Diverse Sentinelle si calarono con le corde negli scafi, con le loro Trilame elfiche ben legate alla schiena. Genn seguì Talar a tribordo.

* * *

"Talar... devo venire con te!", implorò.

"Re Mantogrigio, il mio compito è farvi arrivare sano e salvo a Darnassus con il vostro popolo!", urlò sopra i tuoni e le folate di vento. "In tutta onestà, non posso rischiare anche la vostra vita. Sarà pericoloso. Per questo devo essere io a farlo, in qualità di capo di questa spedizione. Sono disposto a mettere a repentaglio esclusivamente la vita di un piccolo manipolo dei miei uomini. Prometto che farò tutto il possibile per riportare qui vostra moglie e vostra figlia."

"Talar, loro sono tutto quello che ho. Devo..."

"Dovete restare qui!". Talar afferrò la corda e si calò nella scialuppa. Presto, le piccole imbarcazioni si allontanarono dalla nave, dirigendosi verso la Luce di Elune e le piccole macchie viola e rosa che galleggiavano agitando le braccia.

Genn osservò gli scafi rimbalzare sulle onde. No. Non poteva restare lì fermo. Non poteva, punto e basta. Quella era la sua famiglia e le doveva molto. Persino in quel momento, mentre il mondo andava a pezzi, nonostante tutte le scelte folli che aveva preso in passato, Mia e Tess credevano in lui e lo sostenevano. Inspirò profondamente ed emise un ruggito. Sentì il cambiamento: la sua massa corporea aumentava, i peli crescevano rapidamente e la faccia si allungava in un muso grigio.

Con un forte ululato, inarcando la schiena e tendendo le zampe verso il cielo, completò la trasformazione. Era un Worgen: uno degli uomini-lupo che, molti anni prima, aveva chiesto ad Arugal di evocare; uno degli uomini-lupo che, insieme ai Reietti, avevano irrimediabilmente devastato la sua nazione. Ciononostante, in questa forma era più forte e veloce. La maledizione da cui era afflitto aveva anche dei vantaggi.

Corse a tutta velocità verso tribordo. Il ponte bagnato non comprometteva il suo equilibrio ed era stranamente concentrato: nonostante l'istinto animale scorresse nelle sue vene, la mente era fissa sull'azione e nient'altro. Quando raggiunse il parapetto, spiccò il salto!

Non appena ebbe udito l'ululato, Talar si voltò rapidamente. Sopra di lui, in picchiata verso la scialuppa, c'era la massa di Mantogrigio che si stagliava contro la pioggia.

Mantogrigio atterrò perfettamente e fissò il Druido negli occhi. Istintivamente, le Sentinelle a destra di Talar sfoderarono le Trilame per colpire.

"Non posso restare a guardare, quando c'è di mezzo la mia famiglia!". La voce di Genn era un verso ferino e terrificante.

Talar fece cenno alle Sentinelle di indietreggiare. "Che uomo testardo!", disse. Ma, un istante dopo, annuì.

Le scialuppe raggiunsero la nave che stava affondando. La Luce di Elune scricchiolò. Le assi di legno si scheggiavano e lo scafo si spezzava, con la prua puntata verso il cielo.

"Voi, laggiù! Aiuto!"

"Per la Luce! Vi prego, salvatemi!"

"Fratello Druido, aiuto!"

Agitando freneticamente le braccia e le gambe, Gilneani e Kaldorei tentavano con tutte le loro forze di rimanere con la testa fuori dall'acqua schiumosa.

Le Sentinelle sulle scialuppe afferravano le braccia dei superstiti, issandoli a bordo. L'imbarcazione di Talar e Genn si diresse verso la nave da trasporto distrutta. Sulla prua impennata c'erano dei superstiti. Le loro urla si confondevano nel turbinio di suoni tutto intorno: pioggia, vento, gli scricchiolii della nave pericolante. Non erano molti o, perlomeno, non tanti quanti avrebbero dovuto essere. Genn se ne rese conto subito. Gli altri dovevano essere stati inghiottiti dal Grande Mare... o dalle bestie in agguato nelle sue profondità.

"Mia! Tess!", chiamò Genn. Nella forma di lupo, la sua vista era migliore. Attraverso la pioggia, non vedeva la sua famiglia sulla prua. "Devono essere ancora dentro! DEVONO!"

"Avanzate verso la nave. Gettate le corde, subito!"

Le Sentinelle a bordo della scialuppa alzarono le Trilame, stavolta legate a corde molto resistenti. Le antiche armi si conficcarono nella prua e le corde si srotolarono, penzolando fra le forti mani delle guerriere.

"Non sono lassù. Se sono ancora vive, devono trovarsi all'interno!". Senza attendere risposta, Genn saltò dalla scialuppa e si aggrappò ai chiodi che sporgevano dallo scafo della nave. Si arrampicò fino a un oblò che aveva il vetro rotto.

"Mantogrigio, fermati! I superstiti vanno sempre a prua o a poppa! Se sono vive, saranno lì!". Era troppo tardi: Genn aveva già sradicato la cornice di legno dell'oblò ed era sparito all'interno della nave.

"Pazzo... Annegherà! Se vuole fare tutto da solo, così sia...", sussurrò Talar. Detto questo, mutò la propria forma in quella di un enorme corvo e solcò il cielo grigio, dirigendosi in volo verso la prua e i superstiti.

Dentro la nave si era sviluppato un incendio e c'erano grosse nubi di fumo scuro. Genn vedeva a malapena. Il calore era soffocante e anche respirare era un'impresa ardua. Tutto era inclinato di lato. Le sale erano ricurve, disseminate di assi spezzate e mobili bruciati. Sopra di sé, fuori dalla cabina, Genn poteva udire le urla disperate dei superstiti.

"Mia?"

Trasse un profondo respiro e permise alla furia, caratteristica di questa forma ferina, di consumarlo. Uscì di corsa dalla cabina e raggiunse la sala di fianco, attraversando le fiamme e lo scafo pericolante della nave.

"Tess?!?"

La forza di gravità lo schiacciava. Ogni movimento verso l'alto era faticoso. Le sale rovesciate pullulavano di cadaveri. Molte erano state orgogliose Sentinelle guerriere dei Kaldorei. Alcune erano rimaste infilzate nei pali di legno. Altre erano cineree e avevano lo sguardo di chi viene colto alla sprovvista, con tracce di dignitoso sconvolgimento: non era così che si aspettavano di morire. Ora Genn camminava sulle pareti, con il pavimento alla sua sinistra.

Il fumo lo investì e le sue narici vennero invase da un odore di carni bruciate... da un odore familiare.

* * *

La città di Gilneas era stata bruciata. Le vie trasversali erano state invase dal fumo e l'eco dei cannoni risuonava nell'aria. Genn era rimasto sui bastioni, guardando verso il basso. Gli stessi bastioni da cui, da ragazzo, insieme a suo padre aveva ammirato i tramonti color mandarino... oltre alla grande città e alla nazione che avrebbe governato.

Ma in quel momento la città era in pericolo. Crowley aveva ordinato ai suoi uomini, i cosiddetti Ribelli della Porta Nord, di attraversare le porte a passo di marcia. Per quanto ne sapeva Genn, erano terroristi ed era necessario punire il loro tradimento.

Crowley non aveva accettato di buon grado la costruzione del muro. Aveva sfidato Mantogrigio e persino aiutato l'Alleanza in quella che in seguito era stata chiamata la Terza Guerra, inviando la "Brigata di Gilneas" a Dama Jaina Marefiero.

Genn aveva tentato di ragionare con l'orgoglioso nobile, spiegando che il muro era l'unica soluzione e che, nonostante persino suo figlio fosse in disaccordo con lui, aiutare l'Alleanza sarebbe stato un errore. Ma Crowley non aveva voluto sentire ragioni. Stava solo facendo ciò che era meglio per il futuro di Gilneas e desiderava porre fine alla "tirannia" di Genn.

La guerra civile stava devastando la nazione. La capitale era in fiamme, attaccata dalla stessa popolazione di Gilneas. Il sogno di Archibald Mantogrigio si stava trasformando in un incubo.

* * *

Genn si voltò rapidamente e iniziò ad arrampicarsi su per un corridoio che sarebbe dovuto essere orizzontale. Corse verso le urla che imploravano aiuto.

Sopra di sé, vide delle braccia viola tendersi attraverso dei rottami che ostruivano un ingresso. Le mani toccavano i detriti che le avevano intrappolate, tentando disperatamente di liberarsi. Dovevano essere appartenute ai marinai barricati in una cabina di prua.

Genn non perse tempo. Usando il braccio destro per darsi la spinta, raggiunse e afferrò con la mano sinistra il telaio coperto di reti, facendo cadere le macerie. Attraverso il legno piegato dai pesanti detriti, il viso di un Elfo della Notte lo scrutava euforico.

"Per la luce di Elune, da dove sei passato?", esclamò una voce.

"Siamo qui per salvarvi!". Tirò con tutte le sue forze, ma i rottami non si spostavano. Da solo, non ce l'avrebbe mai fatta.

"Spingi più che puoi! Se uniamo le forze, posso liberarti!"

"Agli ordini, Worgen!"

* * *

Genn si concentrò, tentando di scacciare i ricordi che gli affollavano la mente. Un calice che rotola. Vino che cade su un pavimento di pietra, come sangue. Non di nuovo. Non poteva permettere che lo distraessero. Non dovevano indebolirlo. Finalmente, diede un potente strattone allo scafo, mentre gli Elfi della Notte spingevano.

Uno schianto! I detriti crollarono. Genn si lanciò verso gli stipiti. Un Elfo della Notte iniziò a cadere, ma riuscì ad aggrapparsi. Erano liberi!

"Grazie! Avevamo iniziato ad accettare l'idea che saremmo morti."

"Mai dare nulla per scontato, Elfo della Notte. Seguimi."

Presto, altri marinai scesero insieme a lui. Una spessa coltre di fumo proveniva dal basso.

"Dove sono mia moglie e mia figlia?"

"Chi?", chiese un marinaio con la faccia insanguinata.

"Siete... Re Mantogrigio?", aggiunse un altro Elfo della Notte.

Mantogrigio annuì.

"I loro alloggi sono di sotto, ma non le abbiamo viste. Le Sentinelle erano incaricate di portarle a prua, ma..."

"Ma cosa?"

"Nessuno ne ha saputo più nulla. Si trovavano nelle cabine di tribordo."

La mente di Genn corse ai cadaveri a brandelli delle Sentinelle, che aveva visto appena entrato nella nave. L'immagine venne subito sostituita da un altro ricordo: un gruppo di Sentinelle distese in una pozza di sangue al Porto delle Chiglie di Gilneas. Le Sentinelle erano state uccise dai Guardiamorte dei Reietti. Quei mostri Non Morti, agli ordini della Regina Banshee, erano in combutta con un culto rinnegato dei Worgen, dedito all'incorporazione delle terre di Genn.

Genn e i marinai attraversarono di corsa i corridoi che si stavano disintegrando. Potevano sentire la nave sprofondare sempre di più. Accadeva rapidamente, con sobbalzi che facevano salire lo stomaco in gola. Arrampicandosi verso il basso, oltrepassarono i corpi delle Sentinelle morte.

"In basso a sinistra. Le scialuppe di salvataggio vi aspetteranno fuori dall'oblò. Andate, ora!", disse Genn, indicando la cabina da cui era entrato, attraverso la sala piena di fumo.

"La cabina di vostra moglie è più in basso, vicino ai ponti di poppa. Buona fortuna... e grazie!", disse il marinaio.

Genn mollò la presa e si lasciò cadere attraverso la sala e il fumo. Scivolare lungo la nave era una strana sensazione. Vedeva l'acqua salire in basso, su per il corridoio.

"Aiuto!". Era una voce di donna. Era la voce di Mia! Genn la riconobbe immediatamente. Tese la mano, in cerca di uno stipite per frenare la caduta.

"Amore mio, sto arrivando!"

Genn precipitò lungo un corridoio zuppo. L'acqua penetrava a spruzzi dagli oblò. A malapena riusciva a vedere, attraverso la densa coltre di fumo e cenere che lo accecava.

"Marito mio!", urlò Mia. Era davanti a lui, doveva solo continuare ad avanzare.

"Tieni duro! Non ti perderò!". I ricordi si fecero più invadenti. Ancora una volta, si accavallavano rapidamente le immagini di Liam che muore fra le sue braccia, un calice che cade a terra nella Sala della Guerra, rovesciando il vino. Combatté contro queste memorie.No, non ora!

Mentre i ricordi svanivano, abbatté una porta e si spinse all'interno di una cabina.

"Padre!". Tess, la sua bellissima figlia, gli afferrò il braccio. Dietro di lei c'era Mia. La sua gamba era piegata di lato ad angolo retto, gonfia e violacea. Era evidentemente rotta. "Madre... la sua... gamba è spezzata! Non potevo lasciarla qui da sola... Quando la nave è stata colpita, l'armadio l'ha investita e..."

"Andate, voi due! Andate, amori miei... finché siete in tempo. Lasciatemi qui, vi prego!". Mia tentava disperatamente di rimanere lucida, nonostante il dolore.

"Madre, non ti lascio!"

"Non ti lasceremo qui. Mai!". Genn corse al fianco di Mia e la prese delicatamente fra le braccia. L'urlo di dolore di lei trafisse il cuore di Genn. La gamba penzolava senza vita.

"Shhh... Ora calmati, amore mio. Ti tirerò fuori di qui. Devi solo resistere!". Nonostante il dolore, Mia rispose con uno di quei sorrisi che le illuminavano il volto arricciando il naso. Era lo stesso sorriso che aveva fatto innamorare Genn molti anni prima, quando l'aveva conosciuta al Banchetto Reale di Aderic. Stava per svenire dal dolore, ma il suo sorriso era sempre radioso. "Figlia, aggrappati alla mia schiena. Dobbiamo fare in fretta!"

Tess fece passare le braccia intorno alla massiccia figura di suo padre. Con una concentrazione che non aveva da giorni, Genn corse in mezzo al fumo, tenendo stretta Mia con ogni fibra del suo essere. I ponti erano quasi interamente sott'acqua e il corridoio verso prua era sommerso. Si spinse in avanti con un braccio, mentre Tess lo aiutava a tenere stretta la madre. Lentamente, ma senza fermarsi, Genn iniziò ad avanzare con tutta la famiglia.

"Fa' presto, padre: l'acqua sta salendo!"

Genn non guardava in basso. Sentiva l'urgenza nel tono di voce della figlia e sapeva che l'acqua li avrebbe raggiunti presto. Guardare non sarebbe servito a nulla.

Svoltato un corridoio, oltrepassarono i cadaveri delle Sentinelle e si lanciarono verso la cabina da cui era entrato. Prima che Genn potesse fare un altro passo, gli si gelò il sangue nelle vene. Per quanto assordanti, le urla di sua moglie e di sua figlia furono coperte dal fragoroso lamento della Luce di Elune che sprofondava ulteriormente. Il tempo non era dalla sua parte e, con un ultimo atto di forza, corse il più velocemente possibile verso l'uscita.

Fuori dall'oblò, vide le scialuppe radunate, mentre accoglievano gli ultimi superstiti. La corrente faceva sbattere gli scafi gli uni contro gli altri e Talar doveva preservare un delicato equilibrio nel ricevere i naufraghi. Genn vide che i marinai salvati in precedenza erano a bordo, vivi.

"Talar! La Regina è ferita! Aiuta lei e la Principessa!", gridò Genn, sovrastando il rumore del vento.

"Lasciatele cadere, le recuperiamo noi! Possiamo curarla!", rispose sempre gridando Talar. Era colpito da ciò che stava vedendo.

Genn guardò a sinistra e a destra. Le due donne erano la sua ragione di vita. Non aveva più una nazione, né un figlio. C'erano solo loro. "Amore mio, la caduta ti farà provare un dolore orribile. Se potessi impedirlo, lo farei. Devi essere forte."

"Marito mio, con te al mio fianco posso sopportare qualsiasi dolore. Ti amerò sempre. Lasciami andare, ora."

Genn sorrise e la fece cadere in acqua dall'oblò. "Tess, devi andare ad aiutare tua madre!"

Tess gli sorrise, mentre le lacrime iniziavano a gonfiarle gli occhi. Poi si spinse al di là dell'oblò e si tuffò in mare.

Le due donne infransero la superficie dell'acqua e iniziarono ad agitare le braccia, annaspando. La scialuppa di Talar le raggiunse e le Sentinelle si sporsero per tirarle a bordo.

Sollevato e orgoglioso per ciò che aveva appena fatto, Genn iniziò ad attraversare l'oblò. Prima che potesse riuscirci, però...

Whooooosh!

Talar si senti risucchiare verso il basso. Le scialuppe ondeggiarono e sbatterono una contro l'altra. Come trascinata da una forza invisibile, la Luce di Elune sprofondò del tutto.

Genn si ritrovò immediatamente sbalzato all'indietro e rotolò fuori dalla cabina, nel corridoio sommerso. Il vuoto d'aria lo tirava nelle viscere del relitto.

"Genn!", gridò Mia. La nave era sparita. Restavano solo i cerchi concentrici nell'acqua, come se si trattasse di un bersaglio gigante.

L'acqua riempì i polmoni di Genn, costringendolo a tossire l'aria rimasta. Fece leva sulle braccia, tentando di nuotare verso l'alto e combattere la forza che lo trascinava in fondo.

Era terrorizzato e il cuore gli batteva all'impazzata. Capì che non gli restava molto da vivere.

* * *

Genn era terrorizzato. Aveva udito Godfrey, Ashbury e qualche altro nobile chiamarlo nella foresta e aveva capito che l'avrebbero trovato presto. A terra, davanti a lui, c'era una delle bestie: uno dei Worgen che infestavano Bosconero, memento orribile del fallimento di Arugal di anni prima, memento orribile dell'ordine di Genn di usarli per combattere il Flagello... e memento ancor peggiore di come le bestie si fossero rivoltate contro il suo popolo. Era stato ucciso da un colpo d'arma da fuoco: nel petto c'erano i fori causati dai colpi di schioppo. Il calore era fuoriuscito dal corpo e le pozze di sangue avevano iniziato a coagularsi.

Si trattava di un segreto fra nobili, che la cittadinanza non avrebbe mai dovuto sapere. Ogni notte di luna piena, Genn, Godfrey, Ashbury, Marley e altri aristocratici si radunavano nel cuore di Bosconero, armati fino ai denti, per cercare quelle creature che la maggior parte del popolo riteneva essere solo leggende: storie di guerra esagerate, narrate dai soldati di ritorno dal Muro Mantogrigio. I nobili li cacciavano per sport e per vendetta. Loro l'avevano chiamata "la disinfestazione".

Aveva toccato il punto umido e caldo sulla sua spalla, dove la pelle pulsava e pizzicava. Le sue mani erano macchiate di sangue rosso e appiccicoso. Era stato morso. La bestia gli aveva teso un'imboscata, azzannandogli la spalla prima che Genn potesse sparare. Si sentiva male e aveva paura. Sarebbe divenuto uno di quegli stessi mostri che tanto disprezzava? Se Godfrey, Ashbury e Marley avessero visto il morso, sapeva che avrebbero fatto ciò che sarebbe stato necessario. Al loro posto, anche lui avrebbe eliminato la nuova minaccia. La maledizione non si sarebbe dovuta estendere oltre. Aveva iniziato ad arrancare, pulendosi il sangue dalla spalla e alzando il colletto.

"Sire, come state?", aveva urlato Marley attraverso il fogliame.

Velocemente, Genn aveva strappato con le mani un pezzo della sua sacca e l'aveva usato per imbottire la parte interna della giacca sopra la spalla. Aveva alzato ancora di più il colletto del cappotto e aveva trattenuto un gemito.

"Sire Mantogrigio, dove siete?", l'aveva chiamato Godfrey da un altro punto della foresta.

Genn aveva rialzato il colletto il più possibile. La ferita stava bruciando e il dolore lo faceva ansimare.

"Sì, sono... sono qui. Ho ucciso la bestia!", aveva urlato in risposta, sperando di ingannarli. Si era allontanato lentamente dalla carcassa, respirando nervosamente e rapidamente e si era gettato a terra per pulire le mani dal sangue sull'erba bagnata.

La lingua del Worgen penzolava dal lato della bocca, come un nastro rosa. Gli occhi vuoti della bestia lo stavano fissando, come per giudicarlo.

* * *

"Padre!", gridò Tess, vedendo sparire la nave sott'acqua.

"Tornate alla flotta, subito! Vado io a cercarlo. Andate!", ordinò Talar a gran voce, in piedi a prua della scialuppa.

"Vi prego... vi prego, riportate indietro mio marito!", lo implorò Mia.

* * *

"Farò tutto il possibile, Regina Mantogrigio!". Detto questo, Talar si tuffò in acqua. Sotto la superficie, si trasformò in un leone marino dalla pelle liscia, una forma che aveva perfezionato nel corso dei millenni e che gli era servita quando faceva il marinaio. Vedeva la Luce di Elune scivolare nelle profondità, avvolta dalle tenebre degli abissi.

Genn nuotò con tutta la forza che aveva, scalciando furiosamente. La pressione nei polmoni era insopportabile. La sua mente lo stava lasciando, in cerca di una morte consolatrice per non sentire più il petto bruciare e le orecchie esplodere. I pensieri apparivano e svanivano rapidamente, mentre i ricordi lampeggiavano danzando sul ciglio dell'oblio. Il dolore causato da essi era forse l'unica cosa che spingesse Genn ad andare avanti.

Rivide il giorno in cui i Worgen avevano attaccato la città di Gilneas. Vide le sagome delle misteriose Sacerdotesse degli Elfi della Notte, che gli erano apparse per avvisarlo del pericolo. Vide suo figlio incitare orgogliosamente il popolo a combattere contro i Reietti. Vide i sudditi radunarsi dietro il giovane Principe che li aveva ispirati. Ricordò di essersi sentito molto orgoglioso del giovane uomo che aveva allevato.

Le forze lo abbandonavano e stava perdendo la presa dallo stipite cui si era aggrappato. Sentiva la corrente risucchiarlo verso il basso.

Alzati in piedi, ragazzo! Puoi fare tutto, se hai il fegato e la forza per restare diritto sulle tue gambe. La voce di suo padre gli risuonò nella mente.

Lo so, padre. Lo so. Come se fosse una delle pozioni rosse degli speziali, la voce del padre lo fece tornare a combattere per la sopravvivenza. Si spinse in avanti, con gli occhi palpitanti e la mente quasi completamente ottenebrata.

Puoi fare cose che nemmeno immagini!

Aveva quasi raggiunto l'oblò. All'esterno, intravedeva la sagoma di una creatura che si avvicinava: un leone marino, che si contorceva per superare la corrente.

Genn lottò contro la forza alle sue spalle, che tentava di scagliarlo nell'abisso. Chiudendo gli occhi, combatté l'oscurità nella sua mente, che cercava di tirarlo con la stessa forza dell'acqua. Quando li riaprì, vide una mano violacea tesa attraverso l'oblò. Era Talar. Con l'altra mano, teneva stretto il telaio per impedire alla corrente di trascinarlo all'interno della nave.

Genn fissò gli occhi luminosi dell'Elfo della Notte, quindi la mano tesa. Talar era venuto per lui, rischiando la vita per un uomo che conosceva a malapena... e per il quale nutriva poca simpatia.

Con un ultimo sforzo, fece ricorso a tutta la forza rimastagli e si lanciò in avanti, tendendo la mano finché non raggiunse la presa salda di Talar.

E poi l'oscurità calò sui suoi occhi.

La missiva era stata srotolata sul tavolo. Liam l'aveva colpita con forza con la mano, tentando di far valere le proprie ragioni. Era solo un adolescente, ma non avrebbe avuto più paura di dar voce alle sue opinioni. Era spaventato e furioso, completamente in disaccordo con suo padre.

"Ora puoi andare, Liam. Ho sentito come la pensi sulla questione e non mi piace il tuo comportamento!". Genn bevve un altro sorso del suo vino.

"E se la peste arriva fin qui? Che si fa?", aveva insistito Liam.

"Per questo il muro ci separa dalle altre nazioni...", aveva risposto Genn. Aveva iniziato a sentirsi leggermente brillo e la conversazione gli stava facendo venire il mal di testa.

"E se queste creature riescono a oltrepassare il muro? Cosa faremo a quel punto, padre? Ma soprattutto: e se avessimo la possibilità di fare qualcosa per prevenire tutto ciò?"

Con un rapido movimento, Genn si era alzato e aveva scagliato sul pavimento il suo calice, ancora pieno di vino. "Come osi mettere in discussione il giudizio di tuo padre, ragazzo? Vattene immediatamente!"

Il calice era rotolato rumorosamente, spargendo vino sul pavimento come sangue da una ferita fresca. Liam l'aveva fissato, sgomento, prima di riprendere la parola.

"Nossignore. Non me ne andrò, finché non mi avrai ascoltato. Ma ascoltato davvero, per una vola. Padre, ci stanno implorando. Lordaeron si trova in una situazione disperata e chiede il nostro aiuto. La loro gente sta morendo. Non sono richieste di denaro o..."

"Sono richieste di debolezza! Vuoi andarci tu? Vuoi affrontare quelle mostruosità? È così, vero? No. Non rischierò la vita di mio figlio, né quella di alcun figlio di Gilneas. Mio padre non l'avrebbe fatto e non lo farò neppure io!"

"Sempre il nonno! Sempre! Come se non fossi tu il re, ma un semplice sovrintendente in attesa del suo ritorno."

"Come osi, ragazzo?!?"

"Ci sono delle alternative. Questo figlio non farà le stesse scelte di suo padre."

"Quando avevo la tua età, il mio unico desidero era diventare come mio padre. Questo è il dovere di un principe."

"Credevo che il dovere di un principe fosse quello di diventare un bravo re, un giorno!". Liam si era voltato, consapevole di aver parlato a vuoto. Suo padre si sarebbe comportato come aveva sempre fatto.

* * *

"Sparisci dalla mia vista! Vattene! Il muro ci proteggerà!", gridò Genn, inciampando nella sedia. "Reggerà e Gilneas sarà grande per sempre. Per sempre!"

Le sue parole erano risuonate fra le pareti della stanza vuota.

* * *

Genn batté le palpebre. Quando riaprì gli occhi, fu accecato dai raggi del sole. Subito, si riparò con una mano. Era vivo. Non sembrava piovere più. Sopra di lui, soffici nuvolette bianche si stagliavano contro il cielo azzurro.

"Ti sei svegliato...", disse allegramente una voce familiare.

"Talar!", sussurrò Genn sorridendo. "Mi hai salvato la vita."

"Stavi sognando, sire, e parlavi a voce alta."

"Ho sognato mio figlio... Sarebbe diventato un ottimo re, migliore di questo vecchio testardo."

"Genn... Sire Mantogrigio, non dire così. Sei così..."

"No, Talar, non sono triste. Certo, verranno momenti in cui la sua perdita mi colpirà al petto come una pietra, ma ora sono felice..."

"Non capisco."

"Liam sapeva che c'è sempre un'alternativa... che tempi diversi richiedono azioni diverse. Come padre, sono orgoglioso di sapere che mio figlio era più saggio di me."

"Forse potremmo considerare tutti delle alternative... Il vostro popolo è testardo come te, ma è proprio grazie a questa testardaggine che oggi molti marinai sono vivi. Sono onorato di scortarvi a Teldrassil."

"Ah, già... Teldrassil. Ho sentito dire che è meravigliosa."

"Vieni. Tua moglie e tua figlia ti attendono. La gamba della Regina è stata curata!". Talar tese la mano per aiutare Genn a sollevarsi dal ponte.

Per un brevissimo istante, Genn fissò la mano che gli veniva offerta.

"Talar Graffiaquercia, questo vecchio sovrano non ha bisogno del tuo aiuto per alzarsi... né di quello di alcuno. Non dirmi che l'hai dimenticato!". Con un ghigno malizioso, si rimise in piedi.

Talar scoppiò a ridere. "Come vuoi, amico mio!". Talar ridacchiava ancora. Era la prima volta che Genn udiva l'Elfo della Notte sorridere o, perlomeno, vedeva un sorriso sul suo volto.

In piedi, Genn osservò il riflesso tremolante del sole sull'oceano calmo. Tutto il corpo gli doleva, ma non era così lucido mentalmente da settimane. Attese un istante, sicuro che i suoi pensieri sarebbero presto stati invasi da ricordi che avrebbe preferito dimenticare. Ma non accadde. Le navi si separavano dalla flotta. Scampato il pericolo, spiegavano tutte le loro luminose vele e scivolavano lontano sullo specchio d'acqua.

"Hai detto che l'Arcidruido Grantempesta ritiene che il mio popolo potrebbe essere una parte importante dell'Alleanza..."

"È così!"

"Potrebbe avere ragione... Sì, potrebbe avere ragione..."