Sylvanas Ventolesto:Ai confini della notte
di Dave Kosak

Corona di Ghiaccio

Sylvanas Ventolesto galleggia in un mare di benessere: piacevoli sensazioni fisiche, sostituite dalla purezza delle emozioni. Può afferrare la beatitudine, vedere la gioia e sentire la pace. Questo è il suo destino, l'Aldilà, il mare eterno in cui è caduta, dopo essere morta in difesa di Lunargenta. Questo posto è casa sua. A ogni reminiscenza, la memoria di questo luogo diventa più debole, il suono si allontana e il calore diminuisce. La visione assume i contorni sfumati di un sogno ricordato a metà. Eppure, con orribile chiarezza, finisce sempre allo stesso modo: lo spirito di Sylvanas viene strappato via. Il dolore è così intenso, che la sua anima ne risulta lacerata per sempre. Il volto ghignante di Arthas Menethil, con il suo sorrisetto sbilenco e gli occhi privi di vita, la sbircia mentre viene trascinata nuovamente nel mondo. La profana. Il ricordo di quella risata... della sua risata vuota... le fa accapponare la pelle!

* * * * *

"Figlio di un cane!", urlò Sylvanas, calciando lontano un pezzo dell'armatura gelata del Re dei Lich. La sua voce, vuota e terrificante, era completamente impregnata d'odio. Le sue parole risuonarono fra le vette della Corona di Ghiaccio, rimbombando fra le valli come le nebbie nauseabonde che infestavano da sempre quel luogo orribile.

Si era avventurata lì da sola, nel suo antico seggio del potere in cima alla Rocca della Corona di Ghiaccio, dove un trono gelato si profilava sopra una pedana di ghiaccio. Ovviamente, sapeva che quel ragazzino egoista si sarebbe insediato proprio lì, sul punto più alto del pianeta. E che fine aveva fatto? Distrutto. Non percepiva più la sua malvagità strattonare gli angoli più remoti della sua coscienza. L'armatura distrutta giaceva a pezzi sulla vetta bianca, davanti al trono, circondata da grumi anneriti di viscere ghiacciate... i resti di coloro che erano finalmente riusciti a metterlo in ginocchio.

A Sylvanas dispiaceva di non aver potuto assistere alla sua distruzione. Raccolse un guanto lacerato, appartenuto alla stessa mano che un tempo aveva impugnato Gelidanima. Finalmente è morto. Ma allora perché sentiva questo gran vuoto dentro di sé? Perché ribolliva ancora di rabbia? Scagliò l'armatura giù dalla vetta, guardandola scomparire nella nebbia.
Non era sola. Nove spiriti scintillanti circondarono il pinnacolo e rivolsero i visi mascherati verso di lei. I corpi effimeri volteggiavano grazie a eleganti ali incorporee. Erano le Val'kyr, antiche guerriere, un tempo sottomesse al volere di Arthas. Perché erano rimaste in quel luogo? Sylvanas non lo sapeva e non le interessava. Si tenevano a distanza, in completo silenzio, immobili nonostante gli accessi d'ira di Sylvanas. La stavano guardando? Giudicando? Le ignorò e raggiunse con passi pesanti nella neve il seggio del potere di Arthas.

Qualcun altro era seduto su quel trono.

Da principio, Sylvanas pensò che si trattasse del cadavere di Arthas, seduto al posto d'onore e intrappolato in un blocco di ghiaccio per deriderlo. Però la sagoma era completamente diversa. Si avvicinò e pulì la superficie di ghiaccio con il dorso della mano, sbirciando la figura distorta all'interno. Sì, era un Umano. Riconobbe il profilo di uno spallaccio corazzato dell'Alleanza. Ma il corpo era gravemente ustionato e la pelle lacerata come carne arrostita. Indossava la corona di Arthas. Nei suoi occhi... c'era un bagliore di consapevolezza.

Lo hanno sostituito! Un nuovo Re dei Lich sedeva sul trono!

Sylvanas urlò di nuovo, passando dallo sconvolgimento alla furia distruttrice. Batté il palmo della mano contro il ghiaccio, seguito dal pugno. La superficie si crepò. Il volto immobile all'interno si aprì, dietro una ragnatela di fratture. Il suo urlo svanì, inghiottito dalle nebbie che avvolgevano la vetta. Lo hanno sostituito. Questo vuol dire che ci sarà sempre un Re dei Lich? Idioti! Avevano ingenuamente pensato che il loro re fantoccio non avrebbe mai devastato il mondo per i propri fini. O, peggio ancora, non sarebbe mai divenuto un'arma per ottenere uno scopo ancora più orribile.

Era un brutto colpo. Aveva creduto che sarebbe stato un viaggio trionfale e non la scoperta di una nuova sconfitta. La vittoria era stata inutile. Si allontanò dal trono, raddrizzò la schiena e accettò che il ciclo sarebbe proseguito. Arthas era morto. Cosa importava se un altro cadavere occupava il suo trono vacante? Sylvanas Ventolesto aveva ottenuto la sua vendetta. La visione, che insieme al suo popolo aveva inseguito per anni, si era finalmente concretizzata. Cosa sarebbe accaduto al mondo da allora in poi era una cosa che non le interessava minimamente.

Era finita. Una parte di sé era meravigliata di essere ancora in vita, senza la costante presenza di Arthas nei meandri della sua mente. Si allontanò dal trono, quindi si voltò lentamente per osservare il mondo freddo e grigio intorno a lei. I suoi pensieri tornarono a quel luogo di beatitudine, un barlume quasi dimenticato di ciò che c'era oltre quella realtà. Casa. Era arrivato il momento di tornare.

Lentamente, si inerpicò fino al bordo frastagliato della piattaforma ghiacciata. Trecento metri più sotto, avvolta dalle nuvole, c'era la foresta di frammenti appuntiti di Saronite che aveva esplorato in precedenza. La caduta non avrebbe potuto ucciderla: il suo cadavere animato era quasi indistruttibile. Ma le punte... il sangue rinsecchito di un Dio Antico... non solo avrebbe fatto a pezzi il suo corpo, ma anche la sua anima. Era ciò che desiderava, un ritorno alla pace. Il lavoro che aveva iniziato nelle foreste di Lunargenta era finalmente finito con la morte di Arthas.

Afferrò l'arco che teneva in spalla e lo gettò di lato, sull'irregolare superficie di ghiaccio. Poi rimosse la faretra: le frecce caddero lungo la parete della Rocca della Corona di Ghiaccio, scomparendo una alla volta nella nebbia. La faretra vuota cadde ai suoi piedi senza emettere alcun suono.

Il logoro mantello scuro, privo degli armamenti, iniziò a sferzare il suo collo in balia del vento. Non sentiva freddo, solo un dolore soffocato. Presto non avrebbe provato più nulla. Sentiva già il suo spirito raggiungere un luogo di pace, per la prima volta in quasi dieci anni. Si avvicinò al bordo del precipizio e chiuse gli occhi.

All'unisono, le Val'kyr si voltarono silenziosamente verso di lei.

Gilneas

"Avant...", urlò il Maresciallo, ma l'ordine venne interrotto da un colpo di moschetto alla mandibola. Il muro davanti a lui era distrutto, ma offriva ancora un riparo contro i cecchini in alto, nascosti dalla pioggia. Le raffiche si abbattevano come bianche lenzuola colpite dal vento, stremando assalitori e difensori. Il Maresciallo cadde in avanti, finendo su un cumulo di ciottoli come un sacco di carbone e terminando quindi la caduta nel fango denso. Le sue truppe non stavano facendo alcun progresso, impantanate come i Demolitori e i Trasporti di Carne dell'artiglieria. Qualsiasi uomo normale sarebbe morto ma, siccome il Maresciallo lo era già, si risollevò dal fango, zampillando icore e sangue coagulato da ciò che restava della sua faccia.

A nord, al di là di un grande campo arato e di un muro di pioggia, Garrosh Malogrido tentava di comprendere ciò che stava accadendo al fronte. Riusciva a intravedere la sagoma grigia del gran muro gilneano, solcato da enormi fenditure diagonali, laddove il Cataclisma l'aveva colpito. Se al fronte ci fossero stati i suoi Kor'kron, l'avrebbero attraversato dritto nel mezzo. Ringhiò quando un gruppo di esploratori dei Reietti tornò indietro nel fango, battuto e malconcio. Già nella vittoria, i Reietti sembravano dei cadaveri. Nella sconfitta, erano persino peggio.

"I tuoi esploratori sono inutili. Li ho inviati a indebolire le difese del muro e se ne tornano indietro arrancando come cani bastonati!", ringhiò Garrosh, senza degnare di uno sguardo il suo compagno. Il grande Orco dalla pelle marrone era bardato con le vesti da battaglia più minacciose. I bicipiti tatuati e nodosi esplodevano sotto gli spallacci appuntiti. Anche se si trovava davanti alla sua tenda, si rifiutò di tornare all'interno per proteggersi dalla pioggia, che gocciolava sul suo volto torvo e sulla mascella annerita.

A fianco del possente Orco, e al riparo sotto il baldacchino della tenda, il Maestro Speziale Lydon sembrava estremamente fragile. Il viso butterato sobbalzò sotto una massa arruffata di capelli grigio-viola, mentre tentava di formulare una risposta che non lo facesse insultare nuovamente dal Capoguerra. "Ti assicuro che stanno facendo del loro meglio!", disse con tono misurato, ma basso e rauco. "Le difese gilneane sono quasi sicuramente allo sbando."

"Allora perché i tuoi esploratori indietreggiano invece di avanzare?", chiese Garrosh, calciando di lato un barile. Dietro di lui, le sue truppe erano fiaccate dalla pioggia: quattro compagnie di Orchi scelti e guerrieri Tauren, supportate da cinque dei migliori battaglioni di Orgrimmar. Erano distese sui campi di Pinargenta, come un mare di volti verdi e marroni contro uno sfondo di bandiere rosso fuoco. "E dove sono i reggimenti promessi da Lordaeron? Dovrebbero irrompere nella breccia. Stiamo solo perdendo tempo."

Lydon non si azzardava a discutere di tattiche con il testardo Capoguerra, ma la sua disperazione cresceva man mano che si avvicinava l'ora dell'attacco. Fece passare la lingua violacea sulle labbra grigie e tentò di rispondere con noncuranza, sperando di farlo ragionare. "Senza dubbio sono stati rallentati dalla pioggia, ma arriveranno presto. Sono... assolutamente... i migliori di Lordaeron, il cuore stesso della nostra fanteria e la spina dorsale di tutta la nostra impresa."

Garrosh si strofinò una guancia con le nocche. Mentre Lydon parlava, lanciò un'occhiata al terreno e posizionò mentalmente la fanteria e la cavalleria in arrivo.

"Ma non puoi inviarli dritti nella breccia centrale del muro!", proseguì Lydon. "È un collo di bottiglia, ben fortificato e altamente sorvegliato. Le truppe corazzate a cavallo non avrebbero margine di manovra: verrebbero falcidiate dai colpi di moschetto sparati dai detriti. Certamente ti rendi conto anche tu che..."

"Certo che mi rendo conto!", rispose Garrosh. "La porta è stata forzata, ora dobbiamo buttarla giù. È questa la specialità della tua razza!". Il Capoguerra fissava freddo e immobile il Maestro Speziale, i cui occhi rilucevano di una pallida luce giallastra. "Siete già morti, quindi è quasi impossibile uccidervi. Irrompete nel collo di bottiglia e aprite una strada per il resto dell'Orda, che potrà così avanzare fresca e riposata. Anche su un ponte di cadaveri, se necessario. È così che si fa irruzione nelle fortificazioni. È così che si vincono le guerre."

Il Maestro Speziale sollevò due dita ossute. "Ma se potessimo usare appena un... appena un tocco di peste. Solo per aprire una breccia. Non così forte da causare alcun... solo una goccia! Più per infondere paura a panico, che causare veri danni."

Il manrovescio di Garrosh fendette l'aria, spruzzando un luccicante arco di pioggia sulla tenda, e andò ad abbattersi sulla guancia di Lydon. Il Maestro Speziale vacillò come se avesse ricevuto un calcio da un cavallo, ma riuscì a rimanere in piedi.

"Se ti azzardi a suggerirmi di usare anche solo un grammo di quella porcheria che hai nascosto, do fuoco a te e a quella cloaca della tua città!", ringhiò Garrosh. Poi si voltò di nuovo a osservare l'azione.

Umiliato, il Maestro Speziale Lydon mormorò a denti stretti un "Sì, Capoguerra!" appena udibile. Dentro di sé, però, si contorceva dalla rabbia. Dov'è Sylvanas, la Dama Oscura?, si chiedeva, rivolgendo i suoi occhi vuoti verso il cielo grigio. Perché non è qui a contrastare questa bestia?

Corona di Ghiaccio

Sylvanas ondeggiò a occhi chiusi sul bordo della vetta della Corona di Ghiaccio. Sollevò le braccia. Sebbene il vento fosse gelido e pungente, sentiva solo un dolore soffocato.

Percepì una presenza e riaprì gli occhi. Le Val'kyr si erano avvicinate abbastanza da poterne scorgere le armi luccicanti legate alle loro gambe spettrali. Che cosa volevano?

All'improvviso, una visione invase la sua mente. Un ricordo. Si ritrovò in una camera da letto calda e soleggiata. Raggi dorati filtravano dalla finestra, illuminando il volteggiare senza meta del pulviscolo e dipingendo motivi elaborati sul pavimento. Era la sua stanza, una vita fa. La giovane Sylvanas non aveva ancora compiuto vent'anni, ma era già la Cacciatrice più promettente della sua famiglia. Aveva infilato gli stivali alti, pareggiando i lacci con cura per poi annodarli in modo da formare delle decorazioni. Aveva aggiustato il ricamo con motivi di foglie e si era alzata dal letto per ammirare il suo riflesso nello specchio. I capelli biondi, lunghi fino alla cintola, erano fluenti come l'acqua e completamente trasparenti alla luce del sole. Fissò lo specchio, sistemando i capelli dietro le lunghe orecchie sottili. Non le bastava essere la miglior Cacciatrice della sua famiglia, voleva far rimanere tutti senza fiato al suo passaggio. Era davvero molto vanitosa.

Era un ricordo strano, ormai da tempo rimosso, e fece indietreggiare Sylvanas dall'orlo del precipizio. Perché le era tornato alla mente? Quella vita era finita già mille volte.

Un altro ricordo invase i suoi sensi. Era chinata dietro una roccia liscia nei Boschi di Cantoeterno. Il fogliame autunnale frusciava sopra di lei, coprendo il suono dei passi del suo compagno, che corse in avanti e si chinò a nascondersi accanto a lei. "Sono tantissimi!", gridò, ma fece subito silenzio non appena lei sollevò un dito. "Lassù abbiamo appena una ventina di Guardiaboschi!", aggiunse sussurrando. "Non possono farcela!". Sylvanas non aveva distolto lo sguardo dalla massa scura di cadaveri dinoccolati che si avvicinava barcollando al guado del fiume. Era l'apice della Terza Guerra, a poche ore dalla caduta di Lunargenta per mano dell'esercito di Arthas.

"Devono solo rallentarli finché non fortifichiamo le difese del Pozzo Solare!", rispose con tono controllato.

"Moriranno!"

"Sono frecce al nostro arco!", disse Sylvanas. "Se vogliamo vincere, dobbiamo usarle fino all'ultima."

Era così impetuosa. Fredda? No... una combattente. Aveva il cuore di una guerriera.

Improvvisamente fu invasa da un terzo ricordo. "Legittimi eredi di Lordaeron!", aveva gridato Sylvanas, sollevando il suo arco. L'avambraccio, ancora snello e muscoloso, aveva dei riflessi blu e grigi. Era morta. La scena era molto diversa. La visione aveva la fredda lucentezza di un ricordo appartenente alla morte. Davanti a lei era in attesa una massa di cadaveri grotteschi e tremanti, con le corazze a pezzi e i corpi spezzati. Il fetore era inimmaginabile. I loro sguardi mesti e disperati le avevano ricordato improvvisamente quelli dei bambini e l'avevano disgustata. Eppure, il loro bisogno era il suo potere. "Il Re dei Lich esita. Il vostro destino è nelle vostre mani. Volete essere degli esuli nella vostra stessa terra? Oppure giocheremo le carte crudeli che il fato ci ha distribuito e riconquisteremo un posto in questo mondo?"

Le sue domande erano state accolte da gorgoglii seguiti da un'ovazione stridula e quasi disperata. Pugni ossuti si erano levati verso il cielo. Quella povera gente... contadini, allevatori, sacerdoti, guerrieri, signorotti e nobili... non aveva ancora accettato ciò che le era capitato. Ma per qualcuno... anzi per tutti... aver sentito che appartenevano a un luogo era stato elettrizzante. "Siamo stati abbandonati. Siamo... Reietti. Ma, quando il sole sorgerà domattina, la capitale sarà nostra", aveva esclamato. A quel punto, la folla aveva ruggito.

"Ma che ne facciamo degli Umani?", aveva chiesto un giovane alchimista, appena lo strepitio si era placato. Sylvanas lo aveva riconosciuto dal combattimento della notte precedente. Nei suoi bulbi oculari, lampeggiava una fredda intelligenza: si chiamava Lydon. Aveva già accettato la sua situazione, riferendosi agli Umani come se si fosse trattato di una razza diversa dalla loro. Sylvanas si era appuntata mentalmente che avrebbe dovuto impiegarlo.

"Gli Umani ci serviranno!", aveva risposto, mentre la sua mente era già intenta a elaborare dei piani. "Credono di stare liberando la città. Lasciamo che combattano per noi e muoiano a nostro vantaggio. Sono...", aveva concluso, ripetendo una metafora già utilizzata: "Frecce al nostro arco!".

La massa ondeggiante di Non Morti aveva applaudito, tossito e sputato allegramente per dimostrare il suo assenso. Sylvanas aveva osservato freddamente il suo pubblico. E anche tu, aveva detto a se stessa. Frecce che punterò dritte al cuore di Arthas.

Era stato ancora il suo cuore da guerriera a parlare? O era diventata fredda e insensibile? No, era sempre la stessa, da morta come da viva.

Sylvanas scosse la testa, ridestandosi dalla visione. Erano memorie del suo passato, ma non le stava ricordando lei. Qualcun altro lo stava facendo. Erano le Val'kyr. Gli spiriti muti la circondarono, guardandola in silenzio. Mi stanno sondando!, realizzò Sylvanas. Mi stanno giudicando!

Riempì i polmoni con l'aria gelida e i suoi occhi tornarono a guizzare. "Non mi lascerò giudicare!", gridò, allontanandosi dal precipizio per affrontare le sue accusatrici. "Non da voi, né da nessun altro!". Era ormai totalmente preda della furia. Il suo gemito da Banshee avrebbe avuto qualche effetto contro questi... esseri?

Ma non dovette combattere. Ormai aveva finito. "Allontanatevi!", ordinò. "E restate fuori dalla mia testa!"

Sylvanas indietreggiò di un passo, mentre il vento sferzava i suoi capelli e il mantello sfilacciato. I ricordi di chi era stata e di chi era divenuta le stringevano lo stomaco e si mosse per sciogliere quel nodo. Non sarebbe più stata la condottiera vendicativa di una razza rinnegata di cadaveri putrescenti. Il suo lavoro era finito e l'attendeva una ricompensa a lungo negata. Desiderando la beatitudine proibita, si lasciò cadere dalla vetta della Rocca della Corona di Ghiaccio. Il vento alle sue spalle divenne un lamento sempre più forte. Il pinnacolo e le silenziose Val'kyr sulla cima sparirono...

Il suo corpo si sfracellò contro le pietre di Saronite in basso.

Gilneas

Come in un sogno, il nucleo dell'esercito di Non Morti di Lordaeron si lanciò in avanti. Gli ordini cessarono stranamente di essere urlati. La cavalleria pesante irruppe nella breccia. In qualche modo, gli zoccoli scheletrici trovavano una presa tra le macerie del muro. I Reietti cercavano in ogni modo di passare attraverso la fenditura che, in alcuni punti, era larga appena quanto quattro di loro affiancati.

L'artiglieria dei difensori sparò, facendo risuonare i suoi crepitii soffocati. Laddove i proiettili toccavano il suolo, uomini e cavalli diventavano una nuvola di polvere e sangue. Il fuoco dei moschetti esplose come il suono di tamburi lontani. Gli assalitori cadevano, una fila dopo l'altra. Eppure, quei veterani erano sopravvissuti agli orrori della Corona di Ghiaccio. Continuavano a passare, inarrestabili, per combattere contro i difensori al di là del muro. Arrivò una seconda ondata, lanciando rampini sui bastioni, da cui veniva gettato olio bollente. Tutto a un tratto, la prima linea si incendiò. Il fuoco nemico continuò a bersagliarli, ma i Reietti non smisero di avanzare.

Alcuni salirono in cima al muro, ma vennero immediatamente scagliati di sotto. I difensori non erano Umani. I feroci animali lupeschi, che si aggiravano per Pinargenta, si erano organizzati in un esercito. Laddove le pistole e le spade fallivano, zanne e artigli stavano massacrando i Non Morti.

I Reietti tornarono all'attacco, mentre la pioggia lavava via il sangue dalle loro armi. I combattenti erano sagome grigie nella nebbia. Le loro urla erano echi silenziosi... come se fossero state fatte a pezzi. In quel momento, persino i difensori vacillavano. Ne avevano uccisi così tanti... com'era possibile che ce ne fossero ancora?

La prima ondata di Orchi colse di sorpresa i Gilneani. L'esercito dell'Orda corse in avanti su un tappeto di cadaveri, con gli occhi e le gole assetati di vittoria. Poi, era calato il silenzio e gli Orchi erano spariti.

Al loro posto c'era la barricata, una serie di fortificazioni incomplete che separavano i confini di Lordaeron da quelle che erano divenute note col nome di Terre Infette. Il Maestro Speziale Lydon era lì, privo del braccio sinistro e con un enorme sfregio sul visto. Parlò con urgenza alla sua gente, ma senza produrre alcun suono. Stava organizzando una difesa dell'ultimo minuto alla barricata, ma non aveva molto su cui lavorare. Il nucleo dell'esercito dei Reietti era stato sacrificato a Gilneas.

Il poco che restava si trovava ad affrontare un esercito organizzato di Umani e Nani in marcia verso ovest, freschi della vittoria ad Andorhal. I superstiti alla barricata avevano scarse speranze di farcela e il resto dell'Orda non si vedeva.

Tutto ciò non è reale, comprese Sylvanas, rendendosi improvvisamente conto che la sua coscienza stava osservando questi eventi spettrali mentre si svolgevano. Sentiva di essere morta, ma il suo spirito era trattenuto in un limbo. Che succede?

L'ultima cosa che ricordava era la caduta verso la morte. Quelle visioni... erano come ricordi di eventi non ancora accaduti. Da dove provenivano? E dove si trovava?

Improvvisamente, la capitale fu sotto assedio. Re Wrynn si trovava dietro i resti brucianti della torre dello Zeppelin, disegnando schemi di Sepulcra per i suoi generali. Aveva già attaccato quella città e confidava nella vittoria.

All'interno delle mura della città, divampavano i roghi. Sylvanas ribollì di rabbia: l'Alleanza stava già bruciando i cadaveri. No. Un momento. Cercò di dare un senso a quella visione annebbiata. I pochi Reietti rimasti si stanno gettando fra le fiamme..., realizzò. Piuttosto che affrontare i loro boia.

"Tutto ciò non è reale!", esclamò Sylvanas. La sua voce le risuonò in testa, come quando era viva. Possibile che il suo popolo fosse davvero così debole? No... No!. Garrosh aveva quasi massacrato la parte migliore delle truppe di Sylvanas nelle sue inutili campagne. I Reietti erano privi di comando. Ecco cosa mostravano le visioni.

Le nebbie si chiusero completamente e il futuro si fece indistinto. Sylvanas non riusciva più a sentire il suo corpo e galleggiava in una specie di limbo. Capì che riusciva a vedere se stessa e sollevò una mano stupita, in silenzio. La sua pelle era di nuovo di un rosa dorato, compatta e luminosa come quando era viva. Ma non era sola.

Con un sussulto, si rese conto di essere circondata. Nove guerriere si erano posizionate in cerchio intorno a lei. La loro bellezza era superiore persino a quella di Sylvanas. Quello era stato l'aspetto delle Val'kyr da vive. Alcune avevano capelli corvini, che incorniciavano i visi abbronzati su cui spiccavano gli occhi azzurri come gioielli. Altre avevano lunghe chiome bionde, del pallido e luminoso colore del sole che brilla sulla neve. I volti erano morbidi, ma avevano le mascelle squadrate e le braccia erano sode e muscolose. Ognuna di esse impugnava un'arma diversa: una lancia, un'alabarda, un grande spadone a due mani, che si stendeva dal mento della Val'kyr fino a terra in una striscia luccicante di acciaio lucido. Ognuna di esse era la Guerriera più grande della propria generazione.

Erano tutte come me!, pensò Sylvanas. Vanitose, vittoriose e orgogliose.

"Sì, è così!", disse la Val'kyr bionda con lo spadone, rispondendo a Sylvanas come se quest'ultima avesse parlato. La sua voce era forte e profonda. "Io sono Annhylde l'Invocatrice e queste sono le mie sorelle Veglianti, le ultime nove rimaste. In vita, abbiamo servito i guerrieri del nord... e abbiamo scelto di continuare a servire anche da morte."

"Di servire il Re dei Lich!"

Lo sguardo di Annhylde si accigliò. "Forse tu hai scelto di servire il Re dei Lich?", chiese.

"Cos'è questo? Perché le visioni?", chiese Sylvanas.

"Sono visioni del futuro!", spiegò Annhylde. "Ogni vita lascia una traccia del suo passaggio. Questa è la tua."

"Non ci vuole la sfera di cristallo per capire che Malogrido sta gettando al vento le risorse dell'Orda e la sta facendo a pezzi per la sua sete di conquista!". Sylvanas sentiva nuovamente l'antica rabbia impossessarsi di lei, ma il corpo non rispondeva. Non provava nulla. "Dove mi avete portata? Dovrei essere morta."

"Sei morta, infatti!", disse un'altra Val'kyr dai capelli color carbone.

"Ho già sperimentato l'oblio...", protestò Sylvanas. "Mi state trattenendo in un limbo. Perché?"

Annhylde non perse la pazienza. La sua voce era misurata e infondeva tranquillità. "Per mostrarti le conseguenze del tuo passaggio... e offrirti una scelta."

"Ho già fatto la mia scelta!", la interruppe Sylvanas.

"Il tuo popolo morirà!", disse la Val'kyr dai capelli corvini. Da viva, era stata visibilmente la più giovane delle Veglianti. Ora, da morta, era la più impaziente.

Sylvanas pensò alla propria gente. Ne aveva fatta di strada, da quel gruppetto di cadaveri confusi e bramosi, accalcati fra le macerie della capitale distrutta di Lordaeron. Ora i Reietti costituivano una vera e propria nazione: una massa di gusci privi di vita, fetidi, ricolmi di viscere e malvagi, abili in combattimento, devastanti nell'utilizzo delle arti arcane e privi di morale. Erano diventati l'arma perfetta. La sua arma. E avevano inflitto il colpo fatale per cui li aveva creati. Il loro fato non le interessava.

"Che muoiano!", gridò Sylvanas. "Non mi servono più!"

Annhylde alzò una mano per zittire la compagna d'armi più giovane. "Silenzio, Agatha. Lei non sa. Deve ancora vedere!". Colei al comando delle Val'kyr fissò i suoi tristi occhi verdi su Sylvanas. "Sylvanas Ventolesto, l'oblio che cerchi è tuo. Non ti fermeremo."

Annhylde chiuse gli occhi e le sagome svanirono nelle loro forme spettrali senza volto.

Sylvanas si sentì trascinare lontano, mentre i sensi l'abbandonavano. Tutto svanì e il tempo si fermò.

"È perduta!", gemette Agatha.

Gilneas

La pioggia continuava a battere senza sosta, trasformando in palude il terreno davanti al muro gilneano. Garrosh ispezionò le file dei Reietti, mentre gli artigli del suo grande lupo da guerra sprofondavano nel fango. Le gocce cadevano dal suo volto e si vaporizzavano sull'ispida testa rasata.

"I Gilneani si nascondono dietro le alte mura di pietra come dei codardi!", esclamò il Capoguerra. La voce profonda rimbombava nell'aria, coprendo il suono della poggia e dei tuoni. "Voi, cittadini di Lordaeron, conoscete la loro storia. Quando i loro alleati umani hanno avuto bisogno di loro, cos'hanno fatto? Hanno eretto un muro e si sono nascosti dietro di esso".

Le spade risuonarono con fragore contro gli scudi. Non tutti i Reietti erano rimasti aggrappati ai ricordi di quando erano ancora in vita, ma coloro che rammentavano non provavano affetto per il regno che aveva voltato le spalle al mondo nelle ore più disperate.

Garrosh proseguì a testa alta, riempiendo l'aria con le sue parole. "Vivono nel disonore. Come credete che possano combattere? Onorevolmente, forse?". Garrosh fece una lunga risata gutturale. "No, moriranno da codardi e saranno ricordati come tali. Invece, la vostra gloria di oggi rivivrà nei racconti e nelle canzoni!". Malogrido si voltò verso il muro distrutto di Gilneas, impugnando la leggendaria ascia Urloatroce e puntandone la lama scheggiata contro i parapetti distrutti. "Le mura cadono, ma l'onore è per sempre!"

Il Maestro Speziale Lydon fece scorrere le dita scheletriche nel suo groviglio di capelli. Il ruggito di Orchi, Tauren e Reietti sovrastava i tuoni. Come ci riesce?, si chiese. I miei fratelli Reietti applaudono alla loro stessa distruzione!

Lydon tentò disperatamente di trovare le parole per lanciare un'ultima, disperata invocazione ad agire con giudizio per contrastare il piano di Garrosh. Provò a immaginare ciò che avrebbe detto la Dama Oscura e come sarebbe riuscita a placarne la sete di sangue. Aprì la bocca, ma non venne fuori nemmeno una parola.

Un frastuono distante esplose nelle retrovie dell'avanguardia dei Reietti.

Garrosh spronò il suo lupo da guerra verso il lato dell'esercito, lasciando libero lo spazio per una carica. "Eroi dei Reietti, siete la punta della mia lancia! In alto le braccia e la voce! Non fermatevi, finché lo stendardo dell'Orda non sventolerà da quelle mura!!!". Urloatroce si abbassò. "Caaaricaaa!".

"IGNORATE L'ORDINE!", gridò una voce a nord. Il grido della Regina Banshee era talmente potente, terrificante e puro che persino la pioggia sembrò cessare al suo comando. Il cielo vene attraversato da fulmini e il tuono esplose come un martello sulla pietra. Tutti si voltarono verso di lei, la Dama Oscura in sella alla sua cavalcatura scheletrica, con il mantello nero che schioccava per la furia della carica e gli occhi coperti da un cappuccio bagnato. Non appena i Reietti la videro, abbassarono le armi nel fango, chinarono la testa e si inginocchiarono.

Il Maestro Speziale Lydon non si inginocchiò, benché le gambe iniziarono a tremargli alla vista della salvatrice dei Reietti. Fece qualche passo incerto in avanti, con la lunga veste che si trascinava nel fango, e si sporse per afferrare le sue redini, mentre il destriero si fermava. "Dama Oscura...", sussurrò, senza fiato per il sollievo.

Subito dopo, batté le palpebre dallo stupore: Dama Sylvanas era affiancata dalle abominevoli Val'kyr, i cui corpi splendenti volteggiavano grazie a delle ali trasparenti.

Garrosh le si avvicinò sulla strada piena di solchi. L'esercito di Reietti era inginocchiato in silenzio intorno a lui, come mille statue mute. Nei suoi occhi brillò la sete di sangue. Lydon non poté fare altro che allontanarsi.

Sylvanas non batté ciglio e non scoprì il capo in segno di rispetto. Sollevò impercettibilmente il mento. Le sue parole erano come un canto indirizzato a Garrosh, ma abbastanza forte perché tutti lo udissero.

"Malogrido. Gilneas cadrà e l'Orda avrà il suo premio!", disse. "Ma, se vuoi usare il mio popolo, lo faremo a modo mio!". Spostò il mantello di lato, rivelando la pelle grigia pomellata e le piastre di cuoio ornate di piume, che rivestivano la sua armatura nera. "Le mie tre navi più veloci sono già in viaggio verso la costa meridionale per distrarre l'attenzione dalla capitale gilneana. In questo stesso momento, sto radunando i rinforzi da Albamorta!".

Lo Speziale Lydon sollevò la testa a quella criptica affermazione. Per quanto ricordasse, di Albamorta non era rimasto che il cimitero.

Comunque, ancora più importante, qualcosa era cambiato nel portamento della sua sovrana. La sua voce, sempre terrificante, ora aveva un tono risoluto, come se esprimesse il volere degli dei. E perché le Val'kyr volteggiavano silenziose al suo fianco?

"Mia signora...", sussurrò Lydon. "Dove sei stata?"

Sylvanas guardò il suo suddito e lo Speziale Lydon si sentì indietreggiare, mentre le mani tremanti mollavano la presa dalle redini del destriero.

Oscurità

Dama Sylvanas Ventolesto era in caduta libera. Non fisicamente, dato che il suo corpo era andato distrutto ai piedi della Rocca della Corona di Ghiaccio. Il suo spirito stava cadendo, perduto, come una nave senza timone in balia di una tempesta.

Come era arrivata lì? Non riusciva a ricordarselo. Era stata uccisa da Arthas? Si era suicidata? Era stata giudicata dalle Val'kyr? In quel luogo, il tempo non aveva significato. La sua vita non le sembrava più una serie di eventi, ma un singolo istante: un lampo di coscienza perso in un oblio infinito.

Non vedeva altro che oscurità.

E poi era riuscita a sentirsi... a sentirsi DAVVERO... per la prima volta da molto tempo. Si stava contorcendo. Per l'agonia.

Sentiva il suo spirito nuovamente completo, ma solo per soffrire. Era riuscita a provare di nuovo qualcosa, ma era solo dolore abietto. E freddo. E disperazione.

E paura.

Nell'oscurità c'era qualcun altro. Non li aveva riconosciuti, poiché nulla di così orribile sarebbe potuto esistere nel regno dei vivi. Era stata afferrata da degli artigli, ma non aveva la bocca per urlare. Degli occhi la fissavano, ma lei non aveva potuto rispondere allo sguardo.

E pentimento.

Aveva percepito una presenza familiare. L'aveva riconosciuta. La voce di scherno, che un tempo l'aveva tenuta in pugno. Arthas? Arthas Menethil? Lì? La sua essenza corse da lei, disperata, ma fuggì terrorizzata non appena la riconobbe. Il ragazzo che sarebbe divenuto il Re dei Lich non era altro che un bambino biondo spaventato e stava raccogliendo i frutti di una vita di errori. Se in quel momento ci fosse stato anche solo un briciolo dell'anima di Sylvanas privo di tormento, avrebbe provato... per la prima volta... un minimo barlume di pietà per lui.

Sullo sfondo sconfinato di tutte le sofferenze del mondo e di tutti i mali dell'infinito, il Re dei Lich era... insignificante.

Lei era preda di altri. L'avevano circondata e la tormentavano con giubilo, dilaniando la sua coscienza e godendo delle sue sofferenze.

E orrore.

Quella sarebbe stata la sua eternità: l'oblio infinito, l'oscurità, un regno sconosciuto di angoscia.

Era passato un solo istante o una vita intera, prima che un singolo raggio di luce squarciasse le tenebre? Poi esse erano venute da lei con le braccia tese. Le nove Val'kyr, incredibilmente belle per aver vissuto in quel luogo oscuro, avvolsero Sylvanas con una sola aureola luminosa.

Si era sentita piccola e nuda e si era raggomitolata in se stessa. Quando era riuscita a sentire nuovamente la propria voce, non aveva udito altro che una serie di singhiozzi. Sylvanas Ventolesto era distrutta. Eppure, le Val'kyr non l'avevano condannata.

"Dama Sylvanas...", aveva detto Annhylde, con un tono di voce tranquillizzante e toccando la guancia della Guardiaboschi elfica. "Abbiamo bisogno di te."

"Che... che cosa volete da me?"

"Siamo costrette a obbedire al Re dei Lich dormiente, imprigionato sulla vetta della Corona di Ghiaccio, probabilmente per sempre. Bramiamo la libertà, così come tu un tempo bramasti la tua!". Annhylde si era inginocchiata accanto a Sylvanas, mentre le altre Val'kyr avevano formato un muro intorno a loro, tenendosi per le braccia. "Ci serve un'ospite. Una come noi. Una consorella guerriera. Forte. Che comprenda la vita e la morte. Che abbia visto la luce e l'oscurità. Una persona degna... del potere sulla vita e sulla morte."

"Abbiamo bisogno di te!", aveva ripetuto Agatha, mentre i suoi capelli neri ondeggiavano liberi nella luce.

"Le mie sorelle saranno libere dal Re dei Lich per sempre, ma le loro anime resteranno legate alla tua!", aveva proseguito Annhylde. "Sylvanas Ventolesto, Dama Oscura, Regina dei Reietti... potrai camminare di nuovo fra i vivi grazie alla sorellanza delle Val'kyr. Finché loro vivranno, anche tu vivrai. Libertà, vita... e il potere di dare la morte. Questa è la nostra offerta. Accetti questo dono?"

Sylvanas non aveva risposto immediatamente. L'oblio in agguato la terrificava. Persino in quel momento, aveva sentito la tempesta infuriare intorno a sé. Non aveva altra via d'uscita, ma non voleva dare il suo assenso, spinta dalla paura. Aveva atteso finché non provò qualcos'altro. Un senso d'unione. Di sorellanza. Sorelle. Divise erano tutte in trappola. Ma insieme erano libere... e, con loro, poteva posporre il suo fato.

"Sì!", aveva risposto. "Accetto l'offerta e il dono."

Annhylde aveva annuito in modo macabro, dopodiché aveva risollevato il suo corpo indistinto e spettrale. "Il patto è sancito, Sylvanas Ventolesto.", aveva detto. "Le mie sorelle sono al tuo servizio e possiedi il potere sulla vita e sulla morte!". Aveva fatto una lunga pausa, poi aveva aggiunto: "Prenderò io il tuo posto!".

La luce era stata accecante.

Sylvanas si era risvegliata. Il corpo era piegato, ma intero. L'enorme colonna della Rocca della Corona di Ghiaccio incombeva su di lei come una lapide.

Annhylde era scomparsa. Sylvanas era circondata dalle otto Val'kyr rimaste.

Le loro esistenze ormai erano legate per sempre.

Gilneas

"Chi sei tu per revocare i miei ordini?", chiese Garrosh, spingendo in avanti il suo lupo da guerra. L'enorme Orco invase lo spazio dell'Elfa con la sua ampia circonferenza, avvicinandosi a lei e guardandola torvo.

Sylvanas non si mosse né fece alcun cenno. "Garrosh, un tempo ero come te...", rispose tranquilla e risoluta, con un tono di voce appena sufficiente per farsi udire dal Capoguerra. "Coloro che mi servivano erano solo degli strumenti. Frecce al mio arco!". Alzò una mano e abbassò lentamente il cappuccio, poi diresse il suo sguardo cupo su di lui. I suoi occhi erano vivi. Nelle sue pupille nere, più grandi del normale e livide di rabbia, brillavano delle braci.

In quel momento, nessuno osò guardare Sylvanas Ventolesto negli occhi. Nessuno, tranne Garrosh Malogrido.

Ciò che vide fu un grande oblio nero, un'oscurità senza fine. C'era la paura in quegli occhi, ma anche qualcos'altro. Qualcosa che terrorizzava persino il grande Capoguerra. Il suo lupo si allontanò istintivamente.

"Garrosh Malogrido. Ho camminato nel regno dei morti. Ho visto le tenebre infinite. Niente che tu possa dire... o fare... potrà mai spaventarmi."

L'esercito di Non Morti, che circondava e proteggeva la Dama Oscura, era ancora suo, anima e corpo. Ma non erano più frecce al suo arco, bensì un baluardo contro l'infinito. Avrebbe dovuto usarli con cautela e nessuno stupido Orco li avrebbe sprecati, finché lei avesse camminato nel mondo dei vivi.

Il Capoguerra impugnò l'ascia legata alla sua schiena, allontanando la sua cavalcatura da quella di lei. Dopo un lungo istante, finalmente distolse lo sguardo da quegli occhi.

"E va bene, Dama Oscura...", disse abbastanza forte perché tutti lo udissero. "Prenderemo Gilneas... a modo tuo."

Spronò la cavalcatura in avanti e attraversò il fango in direzione delle sue truppe. Ma ti terrò d'occhio..., aggiunse fra sé e sé.

Malogrido ti osserva più di chiunque altro.