Vol’jin:Il giudizio
di Brian Kindregan

Il giovane Troll era accovacciato sotto la pioggia, fissando davanti a sé il punto dove il sentiero scompariva nel fitto sottobosco della giungla. I raggi del sole e la brezza non riuscivano a penetrare il fogliame. Quella parte dell'isola veniva chiamata la Prima Dimora e nessuno vi si addentrava, tranne i pazzi e i Cacciatori dell'Ombra.

E Vol’jin non era un Cacciatore dell'Ombra.

Sentiva rivoli d'acqua scorrergli tra le dita dei piedi. Era una pioggia furiosa e ogni goccia sulla schiena lo spingeva verso la Prima Dimora. A volte i Cacciatori dell'Ombra facevano ritorno. I pazzi mai. Dietro Vol’jin un altro Troll si riparava sotto una grande palma.

Nemmeno Zalazane era un Cacciatore dell'Ombra.

"Nun siamo pronti!", disse Zalazane masticando rumorosamente della carne di kommu. "'O giudizio è per 'e Troll cchiù anziani che hanno già compiuto grandi imprese. Nuje altri siamo giovani. Nun siamo nisciuno."

"Io sono solo giovane. Nisciuno sarai tu!", disse Vol’jin ridacchiando e si alzò in piedi. "Dobbiamo farlo. Ieri notte, 'o papà mio ha fissato 'o fuoco per molte ore e mo' si comporta come se stesse per schiattare. Credo che abbia avuto na visione. Sta per arrivare nu cambiamento e nuje dobbiamo stare pronti."

"Credi che 'e Loa faranno di te nu Cacciatore dell'Ombra?"

"Sicuramente mi giudicheranno. Mi sottoporranno a 'na prova. Però nun so cosa significhi."
"Dicono che 'e Loa ci faranno o' lavaggio do' cervello!", disse deciso Zalazane. "Ci distorceranno 'e pensieri e ci faranno avere 'e visioni."

"Ho sentito dire che dovremmo affrontare molte prove. Se mi giudicheranno degno, diventerò nu Cacciatore dell'Ombra!", rispose Vol’jin. "In caso contrario... nulla potrà salvarci."

"Oh, io farò colpo di sicuro!", disse Zalazane con un sorriso astuto.

"Secondo me rideranno di te!". Pestò il fango e rallentò il passo per restare al fianco del suo amico. Si guardarono per un istante, dopodiché fecero un largo sorriso con le zanne in bella vista. Durante la loro infanzia trascorsa nel villaggio dei Lanciascura, era un segnale che significava che Vol’jin e Zalazane stavano per commettere qualcosa di estremamente stupido.

Urlando a squarciagola, corsero a capofitto nella Prima Dimora, attraversando viticci e radici insidiose. Il luogo era pregno di morte, sia rapida che lenta. Ma erano giovani... e pensavano di essere immortali.

***

Eppure era lì che si trovavano i Loa, gli antichi spiriti di coloro che avevano trasceso la morte e che potevano elargire doni meravigliosi... o infliggere orribili punizioni. Potevano omaggiare un Troll con la preveggenza o farlo impazzire fino a spingerlo a cavarsi gli occhi. Il loro giudizio era spietato, rapido e imprevedibile.

Vol’jin e Zalazane avevano corso a lungo ed entrambi iniziarono a chiedersi se le leggende sulla Prima Dimora non fossero altro che un'esagerazione. Non sembrava esserci alcuna seria minaccia. Due enormi fronde ostruivano il passaggio davanti a loro. Con uno strattone da ambo i lati si aprirono un varco, rivelando una grande pianta carnivora: un Nambu. Le protuberanze irsute si aprirono in attesa dei due Troll. I denti fibrosi si agitavano avidi tra le fauci spalancate. Vol’jin non riuscì a fermarsi in tempo. Si gettò a sinistra, sfiorando il Nambu di lato.

Contorcendosi e dimenandosi, era scivolato contro qualcosa di duro e squamoso. Barcollò all'indietro, stordito, scuotendo la testa. Si rese allora conto che davanti a sé aveva un raptor molto grande e molto arrabbiato: il più grosso che Vol’jin avesse mai visto. Indietreggiò ancora, consapevole che il Nambu era da qualche parte dietro di lui. Sentiva Zalazane emettere degli strani versi soffocati, ma non riusciva a vederlo.

Il raptor si lanciò a testa bassa contro Vol’jin, che si lanciò a sinistra. Una mascella enorme si serrò nel punto in cui si trovava il Troll fino a un istante prima. Rivoli di saliva colavano dalla bocca della creatura. Il Nambu reagì al movimento con uno scatto fulmineo, mordendo il raptor e rilasciando del veleno nella carne lacerata della bestia. Vol’jin aveva solo qualche secondo per trarre vantaggio da quella distrazione: sfoderò la sua lama e girò furtivamente intorno al Nambu, valutando il da farsi. Zalazane si trovava dall'altra parte della pianta, dimenandosi in un nido di insetti Alchu che gli sciamavano intorno, mordendolo e pungendolo. Per un po' non gli sarebbe stato di alcun aiuto.

Il raptor estirpò il Nambu dal terreno strappandone le radici e scagliando la pianta lontano. I piccoli occhi furiosi della bestia si posero su Zalazane, attratti dai movimenti convulsi del Troll.

Non c'era tempo: Vol’jin lanciò un grido di battaglia colpendo selvaggiamente con la lama. Lacerò la carne della bestia, lasciano una scia di sangue sulla sua schiena. Urlando di rabbia, il raptor si girò e con una testata scagliò Vol’jin tra gli arbusti. Il Troll non riusciva a vedere: il viso coperto di foglie umide e appiccicose. Mentre l'animale caricava, sentì la terra tremare. Si lanciò all'indietro verso destra, sentendo ancora una volta le fauci del raptor pochi centimetri da sé. Riuscì a pulirsi il viso appena in tempo per vedere il raptor girarsi e dirigersi verso di lui.

Udì Zalazane che urlava e faceva rumore dietro il raptor.

Vol’jin scattò all'indietro, senza mai dare le spalle alla bestia. Zalazane stava attaccando dall'altro lato, ma il raptor diede un colpo basso con la coda e lo fece cadere. Il diversivo fece guadagnare solo un secondo a Vol’jin. Avrebbe dovuto farselo bastare.

Saltò addosso al raptor e gli lanciò intorno al collo le sue lunghe braccia. Per un terribile instante il suo volto era premuto contro la mandibola dell'animale, il cui fiato gli arruffava la cresta di capelli. Poi riuscì a contorcersi intorno al collo della bestia e ad agganciare le ginocchia alle scapole del raptor.

Il raptor urlava e cercava di disarcionarlo. Zalazane saltò in piedi e colpì la zampa artigliata della bestia con il suo bastone. Vol’jin udì le ossa spezzarsi. Strinse il collo ancora più forte e conficcò la sua lama nella gola della creatura.

Il raptor lasciò perdere Vol’jin e avanzò verso Zalazane, trascinando la zampa rotta. Zalazane indietreggiò lentamente e Vol’jin sentì che i muscoli della bestia erano tesi e pronti a scattare. Restava solo qualche secondo.

Vol’jin colpì ferocemente con la lama, sentendola conficcarsi nel muscolo e nell'arteria. Quando estrasse l'arma tracciando un ampio arco, il sangue sprizzò ovunque. Il raptor barcollò dapprima in una direzione, poi nell'altra, quindi cadde a terra con le fauci a pochi centimetri dal piede di Zalazane. Vol’jin lasciò la presa.

"Che cos'era?", chiese Zalazane ansimando. "Nun avevo visto maje nu raptor accussì grosso."

"Forse stava posseduto da nu Loa. Magari era 'a prima prova nuostr'."

"Nun credo proprio, cumpà!". Zalazane raggiunse la gola zampillante del raptor ignorando i rantoli della bestia. "Quando verrà 'o momento di affrontare 'a prima prova, ce ne accorgeremo di sicuro!". Mise le mani a formare una coppa, raccolse il sangue del raptor e si imbrattò tutta la faccia.

"Ma che stai facendo?", chiese Vol’jin.

"Magia oscura, cumpà!", rispose Zalazane apportando gli ultimi ritocchi alla maschera di sangue e leccandosi le dita. Con un gesto suggerì a Vol’jin di fare lo stesso.

"Nun voglio puzzare di sanghe in chisto posto!", disse Vol’jin. Zalazane si tolse un insetto di dosso e lo gettò a Vol’jin. Senza battere ciglio, questi prese al volo l'insetto e glielo rilanciò addosso.

"Dobbiamo puzzare come 'o sanghe di na bestia grossa e fetente. Dobbiamo puzzare di morte e pericolo!", disse Zalazane lanciando un altro insetto. Di recente aveva iniziato a lavorare con il Maestro Gadrin, il capo Taumaturgo dei Lanciascura, e si sentiva sicuro di sé.

Vol’jin scacciò via l'insetto e andò a raccogliere del sangue che zampillava ancora dal cadavere della creatura.

"Potrebbe salvarci!", commentò Zalazane. "Ma nun dai Loa."

"Nun dai Loa...", concordò Vol’jin coprendosi il volto con il caldo sangue appiccicoso. Aveva un odore pungente. "Ma solo affrontando 'e Loa sopravvivremo al giudizio e avremo chello che ci spetta."

"Esatto, cumpà."

"Ahi!". Vol’jin provò un improvviso dolore e guardò in basso. Mentre teneva gli occhi chiusi per cospargersi di sangue, Zalazane gli aveva attaccato al petto tre insetti rabbiosi.

"Quando diventerò nu Cacciatore dell'Ombra", disse a Zalazane, "chiederò ai Loa di acciderti!".

"A chello punto terrò già 'e poteri miei!", rispose ridendo Zalazane.

***

Era calata la notte. Nella giungla faceva sempre buio, quindi Vol’jin se ne accorse solo dalla frescura dell'aria e dai nugoli di furiosi insetti ronzanti che roteavano a grandi ondate. Zanzare grosse quanto il palmo della sua mano erano in cerca di una preda. Sedette con Zalazane in cima a una piccola altura. Da un lato, un precipizio finiva su un letto di rocce aguzze. Avevano camminato finché il dolore ai piedi non si era fatto insopportabile e il respiro affannoso. L'aria era densa e non tirava un alito di vento.

"Chesta è proprio na prova strana!", disse Zalazane a bassa voce. "Nun facciamo altro che camminare e accidere bestie. Dove stanno 'e Loa?"

***

Vol’jin stava per rispondere, quando un brivido gli percorse la schiena e percepì una presenza. C'era un Loa sull'altura insieme a loro. Non poteva vederlo né sentirne l'odore, ma i peli rizzati dietro il collo gli dicevano che era lì. Lanciò un'occhiata a Zalazane e vide il suo stesso terrore riflesso negli occhi dell'amico.

Poi arrivò il dolore. Peggiore di quello causato da un osso rotto o da una pugnalata, più lancinante di qualsiasi altro dolore Vol’jin avesse mai provato. Uno spasimo che invase la sua mente impedendogli di pensare.

Una voce gli sussurrò "'O precipizio..." senza emettere alcun suono. "'E rocce di sotto. Faranno finire 'o dolore, presto e facilmente!". Vol’jin capì che la voce aveva ragione: avrebbe potuto raggiungere il precipizio in un secondo e il dolore sarebbe passato. L'unica altra scelta possibile era sopportare.

Vol’jin chiuse gli occhi e sopportò.

Dopo quella che sembrò un'eternità, il suo spirito si staccò dal corpo e volteggiò libero dalle sensazioni. Ebbe una visione di se stesso più anziano e sicuro di sé. La osservò da lontano e da vicino allo stesso tempo. Una fila di Troll Lanciascura era alle sue spalle. Stavano attraversando una strana terra, quasi priva di vegetazione e disseminata di rocce color rosso ruggine. In lontananza si ergeva un grande città piena di bordi taglienti e punte. I tamburi di guerra risuonavano e un fumo denso la avviluppava. Strane e tozze creature verdi, bardate con armature elaborate, erano schierate davanti a lui. Alcune altre, grosse, irsute e dotate di zoccoli, osservavano da un lato.

Vol’jin si avvicinò al capo delle creature verdi, che aveva il viso saggio e risoluto. Si strinsero la mano da eguali e sorrisero. Nella mente di Vol’jin riecheggiavano delle parole. Orchi. Orgrimmar. Tauren. Thrall.

Le creature verdi fecero gesti di benvenuto e i Lanciascura posarono a terra il loro carico. Sembravano sollevati... ma in qualche modo abbattuti.

"Pecché?", chiese una voce. Vol’jin la sentì risuonare nelle sue ossa. "Pecché guidi 'o popolo nuostr' alla schiavitù? Sicuramente è meglio combattere orgogliosamente da soli, schiattare orgogliosamente da soli."

"No!", rispose Vol’jin dopo aver riflettuto. "'E Lanciascura saranno sempre liberi e orgogliosi. Però dobbiamo campare per essere liberi. Se schiattiamo, abbiamo perso. Meglio aspettare 'o momento bbuono. Meglio sopportare. Cumpà, siamo na razza antica... e resisteremo."

Sentiva di dire la verità mentre parlava. Nella sua cerchia di amici era sempre stato lo stratega, quello che pensava a come risolvere i problemi. La sua determinazione a vincere e sopravvivere era forte.

"Sei saggio per essere accussì giovane!", disse la voce. "'E Lanciascura dovranno soffrire e combattere. Per loro, 'a resistenza è sopravvivenza!". La visione svanì, rivelando quello che poteva essere solo un Loa: una sfera luminosa, un po' sbiadita e offuscata che emanava antica saggezza e tristezza. Qualcosa che era rimasta nascosta nella Prima Dimora da molto prima che Vol’jin nascesse. Sagome e immagini apparivano e scomparivano sulla sua superficie. Vol’jin fece appena in tempo ad accorgersi della presenza del Loa che già era sparito. Il mondo intorno a lui era cambiato.

"Ti concedo 'a visione!", disse la voce svanendo nel nulla. Il Troll si ritrovò nuovamente sull'altura. Zalazane era con lui.

"Possiamo vedere 'e Loa! Possiamo vederli!", esultò Zalazane. I due amici si scambiarono un sorriso.

"Forse riusciremo a sopravvivere fino a domani!", disse Vol’jin.

"Sei sempre 'o solito ottimista!", disse Zalazane. "Nun abbiamo finito. Gadrin ha detto che avremmo dovuto imparare molte lezioni. 'O giudizio è complicato. 'E Loa tengono altre sorprese per nuje."

***

"A te cosa ha mostrato 'o Loa?", chiese Vol’jin. Era seduto intorno a un falò con Zalazane, girando un kommu sullo spiedo. Il grasso colava dalle ossa della creatura e cadeva nel fuoco, scoppiettando e sfrigolando. Aveva la sensazione che fossero trascorsi dei giorni e riteneva che le fiamme fossero un lusso troppo pericoloso. Eppure gli animali sembravano lasciarli in pace, come se fossero stati marchiati dal Loa. Non era una sensazione rassicurante come avrebbe dovuto.

"Ero nu grande Taumaturgo de' Lanciascura!", disse Zalazane. "Stavamo lottando dentro na terra assai strana e 'a sopravvivenza nuostr' nun era certa, cumpà. Dovevamo essere forti e nun lo eravamo. Erano tempi difficili per tutti quanti, specialmente per 'o capo nuostr'. Nun so chi fosse, cumpà, ma nun era 'o padre tuo!", proseguì a bassa voce. Poi sorrise. "Diventerò nu Taumaturgo!"

"Zal, ti ho mentito!", disse Vol’jin. Aveva catturato l'attenzione di Zalazane anche se l'altro Troll stava attendendo che proseguisse. I due si conoscevano da una vita e sulle questioni serie erano sempre stati sinceri tra loro. "'O padre mio nun si è solo comportato in modo strano. Mi ha pure parlato di na visione. Mi ha detto di andare a sottopormi al giudizio e che nun ci stava cchiù tempo."

"Ti ha detto che dovevamo andare?"

"Nun nuje... solo io. Nun l'avevo visto maje in chello stato. Nun sentiva ragioni, voleva solo che io partissi. Teneva na gran fretta, ma mentre mi allontanavo... l'ho guardato."

"E...?"

"E isso ha guardato me come se chella fosse l'ultima volta. Come se mi stesse mandando incontro alla morte."

"E accussì hai pensato bene di far accidere pure me?", chiese Zalazane con un sorrisetto caustico. Era sempre stato bravo a risollevare il morale a Vol’jin. Erano sempre riusciti ad aiutarsi a vicenda.

"Nun stavo pronto. Da solo nun ce l'avrei fatta maje. Allora ho pensato che se ci fossi stato pure tu con me...". Nel pronunciare quelle parole, Vol’jin sentì la voce di suo padre nella sua testa. Sei nu debole!, gli avrebbe detto Sen’jin. Debole e rammollito. Nu capo de' Lanciascura nun può essere nisciuna di cheste due cose. 'A vita è dura... persino accà sull'isola nuostr'.

"Cumpà, nun ci stanno problemi. Insieme siamo cchiù forti. Ti aiuterò io quando sarai debole!". Zalazane ghignò, poi aggiunse senza ironia: "Tu mi aiuti sempre. Lo faremo insieme."

Vol’jin stava per rispondere, ma si fermò appena vide un bagliore nella giungla. Un altro Loa, ancor più antico e incomprensibile, brillava attraverso il fogliame. Era molto lontano, ma lo stava chiamando. Vol’jin saltò in piedi e si avventurò fra gli alberi.

"Cumpà, dove vai?" gridò Zalazane, ma Vol’jin non si fermò. Non poteva permettere che il Loa se ne andasse. Mentre si avvicinava alla luce, facendosi strada a fatica fra i rami, il Loa si spense e Vol’jin si ritrovò da solo nell'oscurità della giungla.

Finalmente intravide un bagliore rivelatore alla sua destra. Iniziò a correre in direzione del Loa, passando sopra a foglie e radici. Appena scostò l'ultimo ramo lo spirito scomparve ancora una volta.

Attese un istante ansimando e capì che non aveva senso restare fermo. Il Loa l'aveva abbandonato nelle tenebre nebbiose della Prima Dimora. Vol’jin non sarebbe stato al suo gioco. Provasse pure a guidarlo ancora in mezzo agli alberi! Forse sarebbe riuscito a trovarlo prima che quello trovasse lui. Attraversò il fitto sottobosco con maggiore cautela, facendo bene attenzione a dove metteva i piedi. Non aveva idea di dove fosse rispetto all'accampamento, ma non gli interessava. Trovare il Loa significava sopravvivere... non trovarlo voleva dire morire. L'unica cosa importante era il Loa.

***

Si fermò in una radura. Attraverso il fogliame, riusciva a intravedere squarci di cielo come macchie scure che inframmezzavano la delicata volta della giungla. Riprese fiato cercando di rimanere tranquillo, quindi esaminò gli alberi. Non vide nulla. Gradualmente, come se si risvegliasse da un sonno profondo, sentì una fonte di calore alle sue spalle.

Si voltò di scatto. Il Loa era dietro di lui, a pochi centimetri, così vicino che riusciva a vedere dei tentacoli luminosi muoversi sulla sua superficie. Il bagliore aumentò fino a riempire tutto il suo campo visivo.

Si ritrovò in una caverna, una specie di galleria. Il sentiero davanti a lui si biforcava e a ogni diramazione c'era una visione di se stesso.

In una sedeva su un trono d'oro puro. Enormi arrosti erano avvolti in foglie di palma e intorno a sé aveva la migliore birra della giungla. Femmine Troll danzavano per il suo diletto e sembrava felice e vigoroso. Dalla sua caviglia partiva una sottile catena d'oro che raggiungeva una gamba del trono. Nell'altra visione era ferito, sanguinante, macilento e circondato da nemici. La scena era confusa e cambiava continuamente, ma poteva vedere sempre se stesso combattere e affannarsi. A volte guidava altri Lanciascura. Altre volte era da solo. Il messaggio era chiaro: si trattava di una vita di continui struggimenti e conflitti, senza riposo, di un massacro dopo l'altro.

Vol’jin rise. "E chesta, possente Loa, dovrebbe essere na prova? È troppo facile. Scelgo 'a libertà. Dovrò combattere e faticare... e magari nun troverò maje 'a felicità, ma scelgo di stare libero."

Da molto lontano sentì la debole voce primordiale del Loa. "Fratello piccirillo, 'a prova nun consiste nello scegliere. Se avessi esitato, se avessi tenuto bisogno di pensarci su, se ti fossi lasciato tentare pure solo per nu secondo, avresti fallito!". Vol’jin tremò nel sentire il tono di voce del Loa: sembrava suggerire che il fallimento avrebbe comportato la morte... o peggio.

La caverna svanì e Vol’jin si ritrovò sugli spalti sopraelevati di un'arena. Si guardò le mani: erano più vecchie, callose e piene di cicatrici per i lunghi anni di combattimenti. Intorno a lui c'erano anziani e guerrieri della Tribù dei Lanciascura. Insieme a loro, Orchi, Tauren e altre razze. Erano tutti rapiti dal combattimento fra un Orco bruno con un'enorme ascia e un Tauren armato di lancia. Entrambi indossavano solo dei calzoncini ed erano stati oliati per lo scontro. Ancora una volta gli vennero in mente delle parole: Garrosh e Cairne. Urloatroce e lancia runica.

I due combattevano per tutta l'arena. L'Orco bruno sanguinava dalle numerose ferite, mentre il Tauren era illeso. Grazie alla nuova visione Vol’jin poteva vedere i Loa ovunque: sciamavano e volteggiavano agli angoli del suo campo visivo, in gran numero e molto agitati. Ovviamente quell'evento avrebbe comportato enormi implicazioni per il popolo di Vol’jin. Forse per l'intera Azeroth.

Vol’jin vide l'Orco abbassare l'ascia con un ampio movimento arcuato. Attraversando i tagli e le scanalature della lama, l'aria produsse un sibilo selvaggio. Il Tauren sollevò la sua arma per parare il colpo, ma non fu sufficiente: l'ascia distrusse la lancia e graffiò il Tauren.

Entrambi i combattenti si fermarono per un momento. L'Orco era talmente ferito che a malapena riusciva a reggersi in piedi. Il Tauren invece aveva solo qualche graffio. Eppure fu quest'ultimo a barcollare, facendo cadere le mani lungo i fianchi. Un pezzo della lancia pendeva dalle sue dita inerti.

L'Orco sollevò l'arma e si lanciò alla carica. Il sibilo dell'ascia riempì l'arena prima di abbattersi sul collo del Tauren.

Vol’jin provò un dolore simile a una pugnalata per l'atroce dolore inferto al Tauren. Si rese conto che si trattava di una profonda tristezza che si riverberava nel tempo ed era generata dal Vol’jin nella visione. La tristezza per la perdita di un amico e di un anziano stimato.

Il Tauren cadde. Prima che toccasse terra il tempo rallentò. I sensi di Vol’jin erano in allarme: gli sembrava che l'intero universo stesse trattenendo il respiro prima di scoppiare in un urlo.

I Loa erano furiosi, sibilavano e sussurravano. Sfrecciavano avanti e indietro, vociando nelle orecchie di Vol’jin e attraversando il suo corpo. Nessuno aveva ancora accennato una reazione. Gli altri testimoni all'evento erano immobili. Il Tauren stava crollando al suolo, il suo sangue zampillava.

Fu allora che Vol’jin capì.

Veleno. All'improvviso capì che l'ascia era avvelenata. C'era qualcosa che non andava: non era così che si comportava quella gente. Il Tauren cadde a terra con un pesante tonfo. Il tempo tornò a scorrere a velocità normale. La folla ruggì in segno di ammirazione e di sdegno.

Tutto svanì e prese forma una nuova visione. Ed egli ne faceva parte. Ancora una volta era a capo di una fila di Troll. Stavano trasportando i propri averi e sembravano molto determinati. Si trovava ancora immerso nello strano paesaggio arancione. Alle sue spalle vedeva la grande città della visione precedente. Era più scura e in un certo senso più aguzza. In cima al muro erano allineati degli Orchi e osservavano i Troll in partenza con aria cupa e minacciosa. Vol’jin provò un profondo senso di disagio. C'era qualcos'altro che lo preoccupava di quella visione. Tutto a un tratto capì.

Zalazane non si vedeva da nessuna parte.

Dove sta Zalazane?, si chiese. Mo' cchiù che maje tengo bisogno do' cumpà mio!

Era inquieto e colto dal dubbio, oppresso dalla collera e determinato a guidare i Lanciascura attraverso i tempi pericolosi che li attendevano.

"Hai detto al fratello mio che è meglio campare...", disse il Loa. "Pure se chisto significa essere deboli, accussì puoi combattere nu giorno di cchiù. È meglio resistere che schiattare gloriosamente!". La voce strappò Vol’jin alla visione e risuonò nel suo petto. Era quella di qualcuno che aveva vissuto giorni di grande gloria e orrori che Vol’jin non avrebbe mai conosciuto. "Mo' stai allontanando 'e Lanciascura dalla sicurezza di Orgrimmar, mettendo a rischio n'alleanza forte. Nun riesci a pigliare na decisione?"

Vol’jin esitò. Gli era stata posta una domanda molto importante e non aveva gli strumenti per valutare la situazione. Perché stava facendo una cosa del genere? Si guardò intorno. La sua gente era furiosa, spaventata, determinata ed eccitata. Tornò a guardare il muro.

Poi il suo sguardo si posò su Garrosh. L'imponente Capoguerra osservava dai bastioni ostentando austerità, celando un sorrisetto soddisfatto. Si stagliava contro il cielo nella sua armatura e la luce metteva in evidenza il tatuaggio nero sulla sua mandibola.

Era un bruto votato alla guerra e alla violenza, non sapeva cosa fosse la diplomazia o il compromesso.

Allora Vol’jin capì.

"Ho puortato accà 'e Lanciascura per proteggere 'e corpi nuostr'!", disse. "Nuje campiamo per combattere nu giorno di cchiù. Ma chisto vale solo per 'e corpi nuostr'. Na cosa che 'e Lanciascura nun potranno perdere maje, Loa, è l'anima nuostr'. 'E Lanciascura tengono n'anima e, se restassimo con chisto Orco e facessimo tutto chello che ci chiede, la perderemmo. E nun ci sarebbe modo di ripigliarsela."

"'E Lanciascura devono campare, ma nun al costo di perdere l'anima. 'E Lanciascura devono restare fedeli a se stessi. Resta fedele a te stesso!", disse la voce. "Mo' puoi sentire tutti quanti 'e Loa e ci sentirai sempre. Devi imparare ad ascoltare."

Vol’jin aprì gli occhi. Giaceva sul suolo fangoso della giungla. Diversi tipi di insetti stavano costruendo allegramente bozzoli di fango sul suo corpo. Si trovava vicino al falò, ormai quasi spento. Proprio come nella visione, non c'era traccia di Zalazane. Vol’jin si mise a sedere a fatica.

Un istante dopo Zalazane sbucò dall'oscurità e si sedette accanto a lui. Per alcuni secondi si limitarono a fissare il fuoco in silenzio.

***

"Ho visto...". Zalazane esitò. "Ho visto me stesso condurre 'e Lanciascura lontano dalla tribù. Cumpà, 'o capo era accussì debole che ci aveva venduti. Allora io ero diventato 'o nuovo capo e 'a tribù si era divisa in due!". Zalazane si rifiutava di guardare Vol’jin negli occhi.

"E chi era chisto capo? Hai detto che nun si trattava do' padre mio, ma deve essere qualcuno che conosciamo."

Zalazane continuava a non guardare Vol’jin.

Vol’jin raccolse un bastone e attizzò il fuoco. Disse solo: "Basta con cheste prove!" e nient'altro.

***

Vol’jin camminava intorno al fuoco. Era inquieto e furioso, pronto a uccidere qualcuno. L'avevano tenuto sotto pressione, muovendolo come una marionetta. Col passare del tempo la realtà aveva sempre meno senso. Ora persino la sua amicizia con Zalazane... l'unica cosa su poteva davvero contare, a parte l'amore della sua tribù e di suo padre... era minacciata.

"Basta accussì!", disse senza guardare Zalazane. "Io vado a caccia. Ci serve cibo e tengo bisogno di accidere!". Sfoderò la sua lama e sparì nel buio sottobosco. Muoversi da solo nella parte più pericolosa dell'isola lo faceva sentire bene.

E forte.

Al falò, Zalazane intonò una cantilena vudù a bassa voce. Più avanti nell'oscurità, Vol’jin sentì spezzarsi un ramoscello. Una grossa creatura stava tentando di non farsi scoprire. Il Troll sogghignò, premendo le labbra contro le zanne e stringendo la lama.

Avanzò sentendo la sottile peluria sulle larghe foglie di Upka che gli carezzava il viso. Udì nuovamente il rumore, stavolta alla sua sinistra. Si voltò compiendo un movimento circolare per tenere la creatura sulla destra.

Ancora una volta sentì un movimento fra la vegetazione alla sua sinistra e capì: la creatura lo stava seguendo. C'era solo una cosa da fare: lanciarsi alla carica.

Corse in avanti, emettendo un urlo gutturale mentre superava rami e radici. Si trovò di fronte un altro Troll.

Vol’jin gli si gettò addosso e caddero entrambi. Nel buio spinse la sua lama verso il collo dell'altro. Tutti i Troll dell'isola erano Lanciascura, quindi amici... ma Vol’jin era cresciuto ascoltando le storie dei malvagi Gurubashi. E in quel luogo tutto era possibile.

L'altro Troll alzò lo sguardo e la sua figura venne illuminata da un raggio di luce proveniente dal lontano falò. Era Sen’jin, il padre di Vol’jin.

"Papà?", chiese Vol’jin sconvolto, sollevandosi dal corpo del padre. Sen’jin sorrise e spinse via Vol’jin. Il giovane Troll cadde nel fango in preda al riso.

Sen’jin saltò in piedi, fece roteare il bastone e puntò diritto al petto di Vol’jin. Questi comprese immediatamente l'intento omicida del padre e si scansò, evitando per un soffio un colpo che gli avrebbe fracassato le costole e trapassato il cuore. Si rialzò, cauto e guardingo, ma senza attaccare.

"Papà? Che succede?", chiese. Sen’jin si limitò a sorridere e a sferrare un letale colpo basso con il bastone. Vol’jin lo evitò con un salto, ma Sen’jin sfruttò lo slancio per colpire con una testata il petto del figlio.

Vol’jin cadde senza fiato. Rotolò sulla schiena, ansimando. Sen’jin si gettò su di lui facendo roteare nuovamente il bastone.

"Papà, pecché fai accussì? Ti ho deluso? Nun capisco!", implorò Vol’jin.

Sen’jin si fermò. "Nun stai combattendo pecché credi di conoscermi? Sei nu debole."

Detto questo, spinse il bastone sulla mano tesa di Vol’jin. L'anziano Troll mise tutta la sua forza in quel colpo e spezzò la mano del figlio. Il pollice, costretto contro il palmo, ebbe la peggio nell'impatto: le ossa si frantumarono e il dito si rovesciò come un artiglio.

Vol’jin non riusciva a capire. Rotolò di lato, tenendo stretta la mano destra con la sinistra. Ogni singolo osso dal polso alle dita era rotto e il pollice era spappolato. Era sconvolto e sentiva svanire la realtà intorno a sé. Vide i grossi piedi nudi di Sen’jin allontanarsi nella giungla.

"Papà!", chiamò. Sen’jin non si fermò, non rallentò e non si guardò neppure indietro. Svanì in un fruscio di fronde. "Papà!". Vol’jin cadde all'indietro e strizzò gli occhi mentre sorreggeva ancora il braccio.

Qualche istante dopo tornò in possesso delle proprie facoltà mentali e guardò la mano. Il pollice era distrutto. La lama giaceva nel fango col metallo satinato sporco di terra e sangue.

La mano sarebbe guarita, ma il pollice non sarebbe mai più tornato come prima. Con quella mano Vol’jin non avrebbe mai più impugnato una Trilama, non avrebbe più cacciato né lanciato un segnale d'attacco.

Eppure c'era un modo per sistemarlo. Sapeva che esisteva.

Vol’jin trasse un profondo respiro, afferrò la lama con la mano sinistra e la sollevò sopra la sua testa. Non avrebbe chiuso gli occhi. Con un lungo movimento arcuato abbassò l'arma, che attraversò la pelle e le ossa della mano destra. Il suo pollice spezzato e contorto volò via nell'oscurità.

Avrebbe voluto urlare alle stelle, ma si morse le labbra fino a farle sanguinare, dondolando avanti e indietro. Non emise alcun suono. Il pollice sarebbe ricresciuto. I Loa avevano donato a tutti i Troll la capacità di rigenerarsi parzialmente: erano in grado di far ricrescere le dita, ma parti più complesse (come gli arti o gli organi) erano al di là delle loro capacità. Ci sarebbe voluto del tempo, ma sarebbe tornato come prima.

Iniziò a intravedere un bagliore con la coda dell'occhio e si chiese se stesse per svenire. Ma il bagliore divenne sempre intenso.

Vol’jin alzò lo sguardo.

Un Loa splendeva vicino a lui, luminoso e vibrante. Sembrava più forte e in qualche modo più giovane di quelli che Vol’jin aveva visto fino ad allora. Aveva qualcosa di familiare e gli sembrò di aver conosciuto quello spirito in un momento imprecisato del suo passato.

Mentre Vol’jin percepiva la presenza del nuovo Loa, ebbe una nuova visione. Si trovava in una giungla su un'isola molto diversa dalla sua patria.

Vedeva al contempo se stesso e la versione di sé nel sogno. Era più anziano, più saggio, più temprato e infinitamente più triste. Guidava un gruppo di Troll in mezzo al fogliame.

La scena cambiò. Stava combattendo contro un altro Troll: un Taumaturgo dallo sguardo selvaggio, adornato con piume e con una collana di artigli. Era uno scontro all'ultimo sangue, mentre intorno a loro altri stavano combattendo.

Il Taumaturgo era Zalazane.

Il Loa parlò: "Combatti contro 'a stessa gente tua? Contro nu altro Lanciascura? 'O cumpà tuo d'infanzia?"

Vol’jin non rispose, limitandosi a osservare la battaglia. Lentamente la visione svanì. I colori colavano come vernice fresca da un idolo esposto alla pioggia.

Non Zalazane. Avevano corso, pescato e lottato fin da quando erano piccoli, avevano costruito fortezze di fango e avevano ucciso la loro prima bestia insieme. Zalazane conosceva alcune cose di Vol’jin delle quali gli altri erano all'oscuro: le sue paure, i trionfi, quella volta che da bambino aveva pianto perché era morto il suo animaletto... e quando aveva picchiato un bullo più grande di lui fino a fargli perdere i sensi. Zalazane aveva assistito a tutti questi eventi.

Vol’jin guardò il pollice tagliato e capì.

"Acciderò chiunque rappresenti na minaccia per 'o futuro de' Lanciascura!", disse. "Nun importa chi sia. 'A tribù è tutto. 'O futuro suo è... tutto."

"Sei saggio, guaglione!", disse il Loa in un tono familiare che Vol’jin non riusciva a identificare. "Nun hai tagliato 'o pollice per salvare 'a vita tua, ma per salvare 'o futuro tuo. 'E Lanciascura devono essere fieri e sinceri. Devono resistere. Nun sarà maje facile, ma è l'unico modo."

"Chi sei?", chiese Vol’jin. Doveva farlo.

Il Loa ignorò la domanda. "Ti dono 'o potere di comunicare con 'e Loa!", disse. "Nun faremo sempre chello che ci dirai, ma ti ascolteremo. Troll, mo' sei nu Cacciatore dell'Ombra!". Detto questo, svanì.

***

Più tardi Vol’jin e Zalazane attraversavano il fitto sottobosco.

"'O futuro", disse Vol’jin, "nun è immutabile. Nun siamo pedine su na scacchiera. Se accido qualcuno, 'a morte sua è na scelta mia."

"È vero, cumpà!", disse Zalazane. "Ho capito tutto quanto mentre facevo 'o viaggio spirituale mio. Nuje vediamo 'e strade. Niente è sicuro, sono solo possibilità. Se nu Troll è debole quando dovrebbe essere forte, forse nu altro si farà avanti. Allora forse chello che era debole...". Distolse lo sguardo da Vol’jin. "Chello diventa 'o fetente nella storia di chell'altro che è forte."

"Zalazane, ma se poi chello diventa forte di nuovo?"

"Nun lo so, cumpà. È vudù oscuro. Forse entrambi diventano grandi capi. Forse sono cumpà. O forse è 'o secondo Troll che diventa 'o fetente."

"Zalazane, faremo in modo che nun accada. Nuje siamo cumpà e stiamo imparando. Io e te resisteremo insieme. Saremo sinceri e fieri."

"Sì", disse Zalazane. Dal tono di voce però si capiva che non nutriva molte speranze. "Capiremo cosa fare, Vol’jin."

***

Vol’jin e Zalazane attraversarono il sottobosco, lasciandosi in fretta la Prima Dimora alle spalle. Iniziarono a intravedere dei segni familiari, quindi le terre dei Lanciascura erano vicine.

Le visioni e le rivelazioni degli ultimi giorni stavano svanendo rapidamente. Vol’jin tentò inutilmente di ricordarne i dettagli, ma a ogni passo che lo allontanava dalla Prima Dimora la memoria si faceva sempre più annebbiata. Forse quella era la volontà dei Loa. Forse era necessario che gli rimanesse solo una vaga sensazione. Poche parole restarono impresse nella sua mente. Resistere. Sinceri. Fieri.

***

Vol’jin e Zalazane non erano più gli stessi. Camminavano con sicurezza, scrutando costantemente i pericoli. La Prima Dimora li aveva trasformati. Vi erano entrati giovani inesperti e ne erano usciti predatori. Erano pericolosi, fieri e forti... dei veri Lanciascura.

Mentre si avvicinavano al villaggio, iniziarono a scorgere dei segnali allarmanti: foglie calpestate, chiazze di sangue e odore di fumo nell'aria.

I sensi di Vol’jin gli dicevano che qualcosa era cambiato. Sull'isola, una parte fondamentale del flusso e riflusso della vita era stata alterata per sempre.

Allungò una mano e Zalazane si fermò all'istante. Si trovavano su un sentiero poco distante dal villaggio dei Lanciascura. Ancora non era visibile, ma persino i suoni che si udivano avevano qualcosa che non andava. Vol’jin sentiva dell'attività, il rumore di operai che tagliavano la legna e martellavano.

Chiuse gli occhi e inspirò a fondo, ascoltando i Loa. Stavano sussurrando, ma era ancora troppo difficile comprenderli. Col tempo avrebbe imparato.

"Credo che 'o villaggio nuostr' sia sotto attacco!", disse a Zalazane tentando di decifrare i messaggi dei Loa turbati.

Zalazane si limitò ad annuire per confermare di aver capito. Ora seguiva una nuova strada e le diverse prospettive avevano creato un abisso tra i due.

Avanzarono con le armi in pugno, stando molto attenti a ogni singolo passo.

Attraversarono il fogliame e finalmente videro il villaggio dei Lanciascura davanti a loro. Le capanne erano state abbattute e c'erano macerie ovunque.

I cadaveri erano in file ordinate lungo i confini del villaggio. Alcuni Troll si occupavano di dare ai morti un'aria più serena, affinché sembrassero addormentati. Qua e là, femmine e bambini erano inginocchiati accanto a qualche salma, singhiozzando e strappandosi i capelli. Un Sacerdote andava avanti e indietro mormorando qualcosa a occhi chiusi.

Vivi o morti erano tutti Troll Lanciascura.

Vol’jin e Zalazane iniziarono a correre verso il centro del villaggio, che era ancor più devastato del resto. Oltrepassarono molti Lanciascura, troppo occupati per notare il duo.

Vicino alla laguna videro delle squadre costruire delle navi. Molte navi. I loro movimenti erano concitati: una visione che andava contro la quiete della vita sull'isola alla quale Vol’jin era abituato.

Il suo cuore iniziò a battere inarrestabile. Il popolo non era stato ancora battuto, ma entro breve tempo la sconfitta sarebbe stata inevitabile. La sua gente era cambiata.

Vol’jin e Zalazane si fermarono al centro del villaggio. Erano due sagome immobili nel mezzo di un'attività frenetica. Alcuni Troll passavano loro accanto di corsa con uno sguardo cauto e confuso. I Loa iniziarono a vociare ad alta voce. Solo Vol’jin poteva sentirli e sapeva che stava per succedere qualcosa. Guardò intorno a sé e vide un Troll avvicinarsi. Vol’jin e Zalazane si voltarono verso il vecchio Gadrin, capo Taumaturgo del villaggio, che veniva verso di loro.

"Guaglioni!", disse. "Dove siete stati? Vi credevo schiattati."

"Pecché, maestro?", chiese Zalazane. "Siamo stati na settimana nella giungla."

"Na settimana? Vol’jin, Zalazane... mancate da tre mesi! Sono successe nu sacco di cose. Delle strane creature verdi sono arrivate dall'altra parte dell'oceano..."

"Orchi!", disse Vol’jin.

"Esatto, cumpà!", confermò Gadrin sorpreso. Mentre continuava a parlare, si fece sempre più pensieroso. "Vol’jin, 'o padre tuo... ha combattuto contro 'a Strega do' Mare e..."

"Mo' sta dall'altra parte, con Bwonsamdi. Lo so, maestro Gadrin!". Vol’jin realizzò il senso delle parole mentre le pronunciava. Suo padre non era più con i Lanciascura. Non come Troll, almeno.

"Inseguiremo li Orchi al di là dell'oceano!", proseguì Gadrin. "'A Strega do' Mare è troppo forte, nun possiamo restare accà. 'O padre tuo ci ha detto di andare. Però ci vorrà nu po' di tempo. Dobbiamo prepararci".

"Capisco!", disse Vol’jin improvvisamente pieno di fiducia in sé. "Mi occuperò io dell'evacuazione."

"E io ti aiuterò!", aggiunse Zalazane con un sorriso.

Vol’jin rispose al sorriso dell'amico. La cosa più sensata da fare sarebbe stata mandare avanti Zalazane a preparare la strada. Era il suo amico più fidato e avrebbe fatto un ottimo lavoro. Ciononostante una parte di Vol’jin era riluttante all'idea. Non sapeva perché, ma sentiva di dover tenere Zalazane vicino a sé in quel momento.

Si sarebbero aiutati a vicenda e insieme avrebbero potuto fare qualsiasi cosa. Sarebbero stati sinceri, fieri e avrebbero resistito.